La mia intervista a Tom Knox. “Il Segreto della Genesi”…lo sapevate che parte da una storia vera???

30 07 2009

Tom KnoxIL SEGRETO DELLA GENESI
di Tom Knox.

Una storia vecchia dodicimila anni. Una scoperta unica e straordinaria. Un viaggio affascinante e misterioso. Questo il tesoro nascosto nel primo libro di Tom Knox , Il Segreto della Genesi . Prende spunto dalla reale scoperta del più antico sito archeologico: il complesso di Gobekli Tepe, nella Turchia sudorientale, la Turchia curda, risalente all’inizio dell’era Neolitica, il primo esempio di architettura religiosa e monumentale. Per poi andare oltre. E arrivare a un’intuizione che va oltre ogni immaginazione. Tutto, nel tentativo di non far venire alla luce un segreto custodito da millenni. Tom Knox crea un suggestivo thriller dove culture lontane dalle nostre entrano a sporcare di sangue la nostra quotidianità. Ma la sua è anche una lezione di storia, della nostra storia risalente a 12.000 anni fa.

Cosa le ha fatto scegliere il sito di Gobekli Tepe come spunto reale per il suo romanzo?

Perché in quel posto ci sono andato ed è stata un’esperienza indimenticabile. Circa quattro anni fa stavo guardando un documentario alla TV durante il quale si alludeva brevemente a questo “ tempio vecchio di 12.000 anni ” che stava tornando alla luce, in seguito a degli scavi nel Kurdistan turco. Lo speaker televisivo era piuttosto distratto nel dare questa notizia, quasi non avesse importanza. Mi ricordo di aver pensato: “Wow, ma è pazzesco! 6.000 anni più vecchio di Stonehenge! La più antica costruzione del mondo!” Così, pochissimo tempo dopo, ho preso un aereo e quando sono arrivato nel deserto ho visto che stavano emergendo dagli scavi certi manufatti che nessun altro uomo aveva mai più visto dall’Era Glaciale. Quello è stato il momento esatto in cui ho capito che avevo una storia. E quando poi ho scoperto che il tempio di Gobekli Tepe era stato misteriosamente sepolto nell’8.000 a.C., ho iniziato a pensare che poteva venirne fuori un thriller.

Non pensa che il suo libro possa essere considerato come “uno dei tanti” tra quelli in cui la storia, intendo il passato, torna con i suoi misteri a sconvolgere il presente?

Spero soltanto che il mio libro venga letto da moltissime persone. Non mi interessa che i lettori lo incasellino in un genere o in un altro. Ho ideato questa storia in modo che fosse una perfetta lettura di intrattenimento e spero di esserci riuscito. In realtà mi interessava anche raccontare al mondo qualcosa di queste incredibili scoperte avvenute in Turchia e anche qualcosa degli affascinanti segreti della storia antica e delle religioni primitive. Il libro è stato pubblicato in 22 Paesi e, a quanto pare, – a qualunque genere si decida di farlo appartenere – sembra sia andato a genio a molte persone.

Il suo esperto archeologo Franz Breitner nel romanzo ha vita breve. Cosa ne ha pensato il vero Breitner, Klaus Schimdt?

Credo più che altro che Klaus Schmidt si sia un pochino agitato all’idea che il successo del libro possa provocare un pericoloso aumento dei turisti a Gobekli Tepe più che essersi spaventato dalla fine che fa il suo personaggio nel mio libro. Per ora pochissime persone hanno visto questo scavo archeologico, il che comporta che gli studiosi hanno potuto scavare in santa pace. Ma intuisco che non può non diventare in futuro una delle più importanti destinazioni turistiche del mondo. Questo posto è importante quanto le Piramidi, se non di più. È uno dei più grandi tesori archeologici mai scoperti. E nel giro di dieci anni ci saranno tour organizzati. Perché no, in fondo? La gente vuole sapere dove è nata la storia dell’uomo: a Gobekli Tepe.

Lei ha deciso di scrivere il suo libro in un momento di ristrettezza economica. Come poteva avere la certezza che poi sarebbe stato pubblicato?

Non ce l’avevo affatto! Sapevo soltanto che avevo una buona storia e sapevo anche che avevo le capacità per raccontarla bene, potevo darle una chance insomma, una piccola possibilità. Ma uno non ha mai la certezza che un libro possa piacere finché non lo vede sullo scaffale e non riceve la prima lettera di apprezzamento. Sono veramente felice di quel che è successo fino ad ora.

Non aveva mai immaginato che l’archeologia potesse essere divertente, non si era nemmeno aspettato che potesse risultare sconcertante ”. Anche per lei, come per il suo protagonista Rob, l’archeologia ha avuto questo risvolto tanto da farla appassionare e farle scrivere questo libro?

Nel mio caso è diverso. Ho sempre pensato che l’archeologia fosse una materia molto affascinante. Il mio lavoro è stato quello di rendere questo argomento interessante anche per il lettore meno predisposto, quello, tanto per capirci, che nel casino della vita quotidiana trova che i vecchi sassi siano un po’ noiosi. Ma volevo che le persone, nel mentre della lettura, si potessero fermare un attimo e realizzare: “oooh, questa roba sì che è interessante!”. Così ho messo un protagonista non particolarmente interessato ai “ vecchi sassi” e come la storia prende vita per lui, così, spero, avverrà anche per il lettore.

Lei ha una sua personale teoria sul perché il sito di Gobekli Tepe sia stato volutamente e completamente sepolto?

Banalmente io credo alla stessa teoria che do nel mio libro. Ma è una parte talmente fondamentale de Il segreto della Genesi che non posso raccontarne nulla. Non voglio assolutamente togliere il piacere della scoperta al lettore. Su, quindi! Comprate il libro e scopritelo! Grazie!

Lei scrive di sacrifici umani. Con quante efferatezze un libro diventa un ottimo thriller prima, un bestseller poi?

Molto rischioso. Il mio libro è violento, molto violento, ma non gratuitamente violento: così, dato che uno dei temi fondamentali del mio libro è il sacrificio umano e i motivi per i quali si è diffuso in tante culture così differenti fra loro, ho capito che dovevo per forza inserire delle scene con dei sacrifici umani. E dovevano essere brutali e realistiche, in modo da riportare in vita l’argomento e far capire al lettore quanto potrebbe essere, e quanto è stato, incredibilmente crudele qualsiasi sacrificio umano. Ma si corre sempre il rischio di spaventare o terrorizzare il lettore fino all’estremo, cioè di respingerlo completamente. Lascio agli altri il giudizio se ho fatto bene o meno. Fin ad ora ho ricevuto dei messaggi di alcuni lettori che hanno letteralmente adorato le scene più truculente e scioccanti. Altri invece mi hanno scritto dei giudizi cattivissimi proprio perché avevano trovato certe descrizioni troppo fastidiose. Ma alcuni mi hanno anche detto che avevano apprezzato parecchio il libro – solo dopo aver saltato tutte le scene con i sacrifici!

Il segreto della genesi
Biografia

Tom Knox è lo pseudonimo dello scrittore e giornalista Sean Thomas. Nato in Inghilterra, è stato corrispondente estero per numerose testate e periodici, tra cui The Times , The Guardian e The Daily Mail .


Valeria Merlini
Agosto 2009






Com’è quel detto “la madre dei cretini è sempre incinta”?

23 07 2009

sb10067155i-002Beh, io da oggi, dopo questa allucinante giornata in spiaggia, chiedo solo una cosa: ma quando mi è nata lei, in allegato non doveva esserci un manuale di istruzioni su come trattare nella vita le madri idiote che si incontrano e le relative poverette figliole che sono destinate, indubbiamente, a diventarlo? O forse ce l’avevo, ma l’ho smarrito…

Qualcuno può, per favore, darmi delle indicazioni?

Vado a spiegare.

Questo posto, non mi stancherò mai di dirlo e, per fortuna, non sono la sola a pensarlo, è un vero e proprio covo di serpi. Ma di quelle serpi che ti danno il buongiorno, solo per farti passare oltre e iniziare a spettegolare, pardon, malignare su di te. Non avendo altro da fare… La vita da spiaggia, si sa, uccide.

La “signora” in questione si narra sia una vera e propria bagascia, venuta dalla periferia più brutta, sporca e puzzolente di Genova, e che si palesava nelle spiagge con il chiaro intento di fare il colpaccio. E il colpaccio lo fece. E forse attende che il colpaccio venga al povero malcapitato (che tanto giovane poi non sembra). La “signora” ama frequentare Chiavari…si dice che le chiavarine ci sappiano fare parecchio (della serie non vengo da Lodi per lodarti, vengo da Chiavari per…). La “signora” ci ride anche sopra…perché il lupo perde il pelo, ma non il vizio, evidentemente. La “signora” ha due creature, una riuscita bene, l’altra venuta fuori decisamente male. E l’educazione, o accidenti, mi sbaglio sempre, quello che le creature hanno come spettacolo non è certo dei più edificanti, anche perché uno stuolo di tate filippine si alterna, anzi, per meglio dire, scappa a gambe levate appena ne ha l’occasione. Le creature hanno quindi un esempio di donna non molto edificante, che usa in casa parole come “serva” che loro amano utilizzare per appellare la poveretta di turno.

Ma i bambini, anche questo si sa, sono per loro natura egoisti. L’importante è insegnare loro a dividere tutto ciò che hanno. Anche il tempo per i giochi con gli altri. E la “signora” non deve aver ricevuto questo manuale all’arrivo delle creature…o forse l’ha passato alla tata, che masticando poco la lingua non sapeva leggerlo, quindi utilizzarlo.

Morale: come mi devo comportare se le creature sono volubili e un momento si dimostrano disponibili nei confronti di alcuni nani e in altri momenti sembrano aver resettato il cervelletto e sembra si siano dimenticate cosa è avvenuto solo qualche istante prima? Far finta di nulla (tanto son ragazzi…),  evitarle (c’è di meglio in giro) o azzannare come un mastino (perdendo la mia proverbiale aplomb)?





Un paradiso chiamato Maldive. (part 8)

21 07 2009

Water Bungalow (w.b.). Numero 403.

E le strade degli ospiti qui si dividono. Arriviamo insieme, ma le differenti scelte di alloggio marchiamo il diverso status (ahahah!!!). Chi va alle camere standard, dalla parte opposta dell’atollo, con costruzioni in pietra anche su due piani, per nulla tipiche; su spiaggia con acqua molto bella, ma di difficile accesso e con sassi qui e là. Chi alle stanze superior, direttamente sulla spiaggia, quindi con vista stupenda, ma con zanzare, forse altri insetti; con il bagno su un giardino interno, che poteva incutere un certo timore lasciare aperto di notte; con assenza di finestre, se non quella principale sul lato spiaggia, che quindi rende nel complesso la stanza buia e calda. Chi viene, invece, condotto al superbo water bungalow. Lontano da tutti. Lontano da tutto. Ma con tutto quello che serve a disposizione.

Per giungervi si attraversa il giardino tropicale. Si cammina sempre e solo su sabbia. Bianca. Appena appena “sporca” di natura, quindi foglioline e rametti vari. Ma per il resto, bianca.

Poi, un altra visione che mi taglia il fiato. Dalla sabbia al pontile. Siamo arrivati nella “nostra” zona. A destra la struttura che è il “nostro bar” e il “nostro ristorante”. Sì, perché chi alloggia nei w.b. ha un ristorante dedicato. Si può accedere all’altro ristorante, ma chi alloggia nelle stanze standard e nelle superior non può accedere qui….dura lex! Davanti a noi una piscina. A filo d’acqua. Sdraio in acqua. E sdraio fuori. Tavolini e sedie. La plastica non esiste. sembra una paglia, anzi no, sembrano foglie intrecciate a formare la copertura di tutte queste strutture. E alla fine della piscina la laguna. Verde. Cristallina. Invitante. Poi si cammina sulla sinistra sopra un lungo pontile. Che porta ai bungalow. 6 da un lato, 6 dall’altro. Ogni bungalow è doppio, quindi 2 porte. E si giunge così al nostro PRIMO, water bungalow.

Il nostro fido accompagnatore, colui che in seguito mi salverà da una crisi di nervi (ma soprattutto, salverà il galli dai miei lamenti), ci apre le porte del paradiso.

E la meraviglia è servita. E il bello e che quasi non me ne rendevo conto. Nel senso che, troppo impegnata a guardare la camera da letto (una reggia), perdo il momento in cui viene mostrato il bagno…quel bagno.

Una prima porta dà accesso alla sala in cui si trova il guardaroba: due armadi laterali, bianchi, pulitissimi, ciascuno con doppi cassetti. Contengono anche, nella parte inferiore, accappatoio, ciabattine d’ordinanza e, udite udite, giubbetto arancione da salvataggio…che incute una certa angoscia. Gli unici ospiti che abbiamo visto sfilare con il giubbetto erano giapponesi. Dopo la colazione i nostri eroi si presentavano in spiaggia non solo con il suddetto, che vabbé, uno per scrupolo se lo porta dietro, forse perché ci è passato e sa cosa vuol dire “tsunami”…no, loro lo indossavano nel tragitto bungalow-spiaggia, per non parlare di quando se lo tenevano anche per fare snorkeling. Quando la prudenza non è mai troppa!!!

Tra i due armadi un terzo, che resta open, regge un bastone più alto, per gli abiti lunghi. E contiene anche un asse da stiro, con tanto di ferro (ma esisterà qualcuno sulla faccia dell’atollo che lo userà?!?). Di  fronte al  guardaroba due lavelli circolari su piano di marmo con specchiera. A separarli una doppia porta. Superata la quale si accede ad un’altra zona del lussuoso bagno. Alla sinistra e alla destra porte a vetri. Una contiene, ma, capite bene, non nasconde, un wc, con doccetta incorporata. L’altra contiene la doccia. E che doccia! Al suo interno una seduta in piastrelle ti permette di rilassarti mentre l’acqua scorre e i vapori si diffondono all’interno del box. Nel nostro caso, era dove lei stava in piedi, per essere alla nostra altezza, al momento del lavaggio. Oltre questa zona si presenta una vasca angolare, senza ahimé idromassaggio, ma che ti permette di vedere il cielo stellato, poiché sopra di essa si trova…il nulla. Tranquilli, nessuno vi può vedere, il muro esterno del bungalow è alto e impedisce ogni accesso ad eventuali curiosi. Il difetto è che al mattino trovavi nella vasca le foglie cadute dal tetto del bungalow, per cui direi che non è il massimo (ma come faceva quella signora là a farsi il bagno tutte le mattine con le foglie che ci cascavano nel corso della notte? Ma questa, è sempre un’altra storia…). Ma durante il nostro soggiorno stavano provvedendo a mettere delle coperture dalla fine del tetto di foglie, al di sopra della vasca, proprio per evitare questo inconveniente. Insomma, tutto molto scenografico. I colori, i toni usati, l’illuminazione scelta la fanno da padrone per creare un’atmosfera molto accogliente e calda.

Il letto, per tornare alla camera, una piazza d’armi. Poi frigorifero, bollitore elettrico per tè o caffé solubile, plasma gigante, dolby surround e divano che, come nel nostro caso, viene utilizzato come letto per lei. E poi la porta finestra di fronte al letto con affaccio sulla laguna e poi sul mare blu. Di notte, rigorosamente aperta per sentire il soffio vorticoso del vento e il rumore impetuoso del mare.

L’inconveniente generale della camera? Più di uno. Se ti capitano vicini maleducati (come nel nostro caso) o particolarmente focosi (come è successo ad altri!!!) rischi di uscirne pazza (ricordo che qui i w.b. sono doppi). Secondo inconveniente: le stanze sono molto alte al loro interno, così alte che si potrebbe avere un soppalco tranquillamente vivibile con, per esempio, un salottino o la zona notte figli. La parte centrale alta del w.b. ha una finestra molto grande, divisa tra la tua camera e quella dei vicini. Quindi, no tende, no possibilità di oscurarla per non far entrare la luce del mattino. Morale, anche se oscuri la porta finestra, la luce che proviene dall’alto ti sveglia comunque presto. Sempre se dà fastidio…





Un paradiso chiamato Maldive. (part 7)

16 07 2009

E poi, il paradiso all’improvviso…

Poi impazzisco! Non ne posso fare a meno. Barcollo. Penso di avere le traveggole. Invece no, è tutto assolutamente e fantasticamente vero!

Dal quell’assurdo pontile in mezzo al mare, in mezzo al nulla, lo sbarco. Altro trasferimento. Via mare, con il dhoni (tipica imbarcazione in legno). Ma questa volta, lui, il nostro paradiso, è lì davanti. Ci attende.

E non importa se per arrivarci passiamo di fianco ad un isolotto (praticamente 5 metri x 7) su cui c’è rumenta, barche che sono ormai rottami e una nuova barca in costruzione(?)/riparazione(?). E non importa se poi, su tutto, sovrasta una simpatica antenna radio. Del resto, vuoi la tecnologia sempre con te? Allora beccati l’antenna e zitta! Comunque sia, sinceramente, alla fine non la noti nemmeno…

Perché quello da guardare è altro.

Il trasferimento in barca dura meno di cinque minuti. Il nostro resort è lì davanti, e io scatto, scatto foto come una matta. Una grandissima emozione. Quello che sarà il nostro alloggio, il mitico water bungalow, è lì che si fa ammirare sulla sinistra. Il piedone, simbolo del Chaaya Reef davanti a noi. La lussureggiante vegetazione crea un incredibile contrasto con l’azzurro del mare. E dopo l’azzurro il blu. Ma poi torno a fissare il molo che ci attende, che si avvicina. La striscia di sabbia bianchissima. E le persone che ci accoglieranno.

Sono la prima a sbarcare (ero l’unica, dei 9 ospiti sul dhoni, in piedi, incapace di stare ferma, buonina e seduta, l’unica a fare foto!). Veniamo condotti alla reception. Una costruzione in tipico stile thai in mezzo a quella che ci pare una foresta (ma come avremo modo di verificare da lì a poco, trattasi di un immenso giardino tropicale).

Uno dei plus che noto sin da subito è che da quando abbiamo recuperato i bagagli a Malè a quando li abbiamo consegnati al check-in dell’idrovolante, non li abbiamo più toccati. Pensano a tutto gli uomini di fatica (a cui bastano poche manciate di dollari per trattarti come un re). Quindi, dicevo, tutti i bagagli, dopo lo sbarco, sono messi su un carrello e ci seguono alla reception. Prima di giungerci, ancora sul pontile, ci viene incontro un ragazzo con un vassoio e ci porge, con pinza, un ghiacciatissimo e profumatissimo asciugamano per detergerci dalla calura del viaggio. Primo godimento.

E lì, ancora non lo sapevamo, venivamo avvistati da altri turisti in giro di ronda arrivati poco prima di noi…ma questa è un’altra storia.

Seduti con i piedi nella sabbia, sorseggiamo un sidro con ciliegia, anche questo freschissimo, compilando le solite scartoffie relative al nostro arrivo, al check-in della stanza (e che stanza!). Certo, avrei preferito un bel mojito, ma per ora ci facciamo andare bene anche questo innocentissimo e analcolicissimo succo. Al termine di tutta la burocrazia (durata comunque meno di 5 minuti) veniamo marchiati a vista con gli orridi braccialetti (e io che credevo fossero ormai estinti insieme al XX secolo!!!). Lei, per fortuna, si rifiuta di farsi apporre l’orrido pezzo di plastica…





Un paradiso chiamato Maldive. (part 6)

15 07 2009

Il volo della speranza.

Un viaggio fatto di stupore e meraviglia che mai ci abbandonerà per questi giorni.

Sotto di noi, prima la città di Malé, con le sue case colorate, con un caldo appiccicoso in mezzo alle sue vie, smorzato da qualche raffica gentile dell’oceano. Di tanto in tanto, però.

Abbandonata Malé, si vola verso ovest. Il nostro atollo, quello di Ari, si trova alla sua  sinistra.

Sotto di noi, poi, l’oceano indiano. E sprazzi di verde, turchese e blu. Le prime lingue di sabbia, i primi atolli. I primi tuffi al cuore. Saremo a circa duecento metri di altezza, un rumore assordante nell’abitacolo, una gioia immensa. Ma forse, mi rendo conto, non è gioia. Questa la provi quando ti rendi conto. Noi ancora non ci possiamo credere. È come lo vedi su discovery channel o come il national geographic te lo insegna. Anzi, è meglio. Perchè ora noi siamo qui. E sotto di noi quei colori che restano nel cuore. La nostra è emozione allo stato puro. Voglia di far durare il volo ancora più di quei 25 minuti che ci separano dall’arrivo, perchè il mio sabato del villaggio deve durare il più a lungo possibile. L’attesa per qualcosa che non oso immaginare. Forse il pensiero di rimanere delusa. I siti promettono e si mettono a lucido per attirarti. Poi, chissà…





Un paradiso chiamato Maldive. (part 5)

14 07 2009

Lo sapevate che?

L’arcipelago delle Maldive è costituito da 26 atolli, per un totale di 1192 isole. Di queste, 198 sono abitate.

La grande maggioranza delle isole ha una superficie inferiore ai cinquecento metri quadrati. La quarta isola più grande ha una superficie inferiore ai tre kilometri quadrati, mentre la più grande di tutte (l’isola di Gan, nell’atollo di Laamu), supera di poco i cinque kilometri quadrati.

Inoltre, tre quarti delle isole si trova a meno di un metro e mezzo sopra il livello del mare. L’80% si trova a meno di un metro sopra il livello dell’alta marea.

Attualmente alle Maldive sono aperti 103 resorts.





Giga-Yacht A by Philippe Starck

14 07 2009

EclipseMartedì 14 luglio.

Spunta all’alba al largo di Paraggi lo stylissimo yacht del billionario russo Andrey Melnichenko, lo “Yacht A“, disegnato da Philippe Starck appositamente per il magnate.

Sì, proprio quello che all’interno dei suoi 119 metri ospita tre piscine (anche se dal modellino io ne conto quattro!), una master suite, sei suites per gli ospiti ed altre 42 camere. Sì, proprio quello che pare sia costato una cifra molto vicina ai 150 milioni di euro. Sì, proprio quello sulla cui prua la scorsa estate il mitico Lenny ha suonato solo per lui…

Infine, proprio quello al cui interno, si vocifera, sia possibile anche ammirare 3 quadri di un “certo” Monet.

Ultimo avvistamento, sempre a Paraggi: era settembre 2008, mentre il mondo lavorava.

kisskiss…

starck-yacht





Letto per voi: “Marina” di Zafon… sul pareo, con un pò di sabbia…

13 07 2009

marinaLa Barcellona di Zafón è fatta di palazzi e ville che spuntano dagli angoli più nascosti. È una città da scoprire. “Stormi di colombi svolazzavano tra caffé e chioschi di fiori, musicisti ambulanti e mimi, turisti e gente del posto, poliziotti e truffatori, tipi di città e fantasmi di altri tempi. (…): non c’era un’altra città come quella in tutto il mondo“. Óscar, il narratore di questo nuovo romanzo di Carlos Ruiz Zafón, Marina, ci condurrà attraverso la città, seguendo una pista segnata da farfalle nere. Teufel, la cui traduzione significa Diavolo. Ed è tutto dire. Ed è solo l’anticipazione per una storia che ha dell’incredibile. Dove regna il mistero: “Perché sei entrato in casa nostra l’altra sera?. – Non lo so. Il mistero, suppongo. – Ti piacciono i misteri?. – Annuii“. Dove i protagonisti, Óscar e Marina, la sua dolce compagna di viaggio, incontreranno strane creature, manichini malefici, assemblati da una mente che si vuole sostituire a Dio. Ma Marina è anche una storia di amori impossibili. Meglio, difficili. Meglio, dalla vita breve. Come quella delle suddette farfalle. Quella, innanzitutto, tra Óscar e Marina. Quella narrata dal padre di lei, Germán, per la fragile moglie Kirsten. E anche quella tra Michael e la sua Eva: “Kolvenik, recluso nel suo rifugio con l’amata Eva, si trasformò presto nel protagonista di una leggenda nera“. Nera come appunto le sue farfalle.
Chi ama lo stile grottesco di Zafón, le sue avvolgenti descrizioni, non potrà esimersi dal seguire la dama nera e lo sfarfallio che ne deriva.





Un paradiso chiamato Maldive. (part 4)

13 07 2009

IceMan, il pilota e l’idrovolante.

Prima i bagagli. Poi i passeggeri. Che vita! Una volta era “prima donne e bambini”, non c’è davvero più religione.

I baldi aviatori ti aiutano a salire: un piedino alla base dell’idrovolante (quello che pattina sull’acqua, insomma) e l’altro sulla scaletta. Attenzione all’entrata: attenzione alle corna. Basso, molto più basso di come te lo aspetteresti. 12 posti (file da 2 e fila da 1).

Precauzioni di volo? Una cintura (sfido chiunque a slacciarsela durante il volo!). Il resto (cioè cosa fare in caso di) viene accuratamente saltato.

Il clima all’interno dell’idro fa paura: grondi sudore. Per fortuna quando accendono i motori (le pale) parte anche il complesso sistema di ventilazione…un microscopico ventilatorino.

Ah, per la vostra sicurezza, cari passeggeri, state sereni: il piede nudo del pilota vi farà sentire subito a vostro agio. Al suo fianco, il copilota IceMan (ricordate in Top Gun l’eterno rivale di Maverick?), freddo e glaciale, non può che dare sicurezza e garanzia.

Poi, tutti i pensieri che uno può avere, tutti i dubbi, vengono assolutamente fugati dal decollo. Prima la pala a destra. Si mollino gli ormeggi (dotato di bitte), poi la pala di sinistra si mette in movimento e lui, in tutto il suo splendore, con tutto il suo nobile e antico frastuono, si stacca dal pontile e inizia a pattinare sull’acqua. Si porta in posizione, vale a dire nella giusta corsia di decollo (mica pizza e fichi!) e viaaaaaaa. Delicato come un airone si stacca dal filo d’acqua e inizia il viaggio. Durata: 25 minuti.





Un paradiso chiamato Maldive. (part 3)

9 07 2009

L’atollo si avvicina. L’idrovolante.

Recuperati i bagagli andiamo dal nostro tour operator per capire come arrivare al tanto sognato atollo. La gentilissima Monica ci indirizza al check-in per l’idrovolante. Pesati ed etichettati i bagagli (anche quelli a mano, compresa la mia borsa – esistono dei limiti di peso) andiamo sul pulmino che ci porterà al successivo terminal. Praticamente dietro l’aeroporto vero e proprio, in neanche 5 minuti si arriva a questo terminal che riporta ad altri tempi.

Due sono le compagnie che si occupano di trasportare i turisti ai vari atolli: la Maldivian Air Taxi e la Trans Maldivian, una rossa, l’altra gialla.

Dicevo che ti porta indietro nel tempo perchè la nostra sala di attesa consiste in un grosso salone con tavoli e sedie in tek, piante e grosse pale al soffitto. Questa sala è aperta e accede direttamente ai moli sulla porzione di oceano occupati dai bellissimi idrovolanti.

Un gracchiante altoparlante annuncia le partenze per i vari resorts e i relativi atolli. In realtà abbiamo poi visto che le sale d’attesa sono varie, a seconda dei resorts, anche con porte ermeticamente chiuse che indicavano un ambiente interno curato, elegante e con aria condizionata. Probabilmente Pisellone e Belen, come la Kate Moss di turno e tutti i vari vipsss depositano i loro deretani qui. Per poi, comunque, trovarsi come tutti i comuni mortali a dover combattere con la terribile calura che ti accoglie non appena saliti a bordo del minuscolo, ma fantasmagorico  idrovolante.

La legge che sia uguale per tutti, almeno per questo. Per altre cose, viva  la bella vita!

Nota: non si può andare alle Maldive e non prendere questo mezzo di trasporto! Quindi, consiglio: scegliere l’atollo ANCHE in base alla possibilità di poterlo raggiungere con l’idrovolante. Un must!!!








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