LA FORESTA DEI GIRASOLIdi Torey L. Hayden.“A differenza dei suoi soliti racconti, quello era di una semplicità dolorosa”. E i racconti li ha sempre fatti Mara, la mamma di Lesile e Meg, la moglie di O’Malley. A crearli per lei un’autrice davvero speciale: Torey L. Hayden nel suo ultimo libro “La Foresta dei Girasoli”. Mara ha trascinato prima il marito, poi la primogenita, infine tutta la famiglia, da un luogo all’altro del nuovo mondo, per trovare pace e serenità. Alla sua testa, che non può dimenticare, e al suo cuore, graffiato dal dolore. “Io non ho un cuore americano. Appartengo a un paese antico. Bisogna essere coraggiosi e nuovi per vivere in questo posto. Io ho troppa tristezza“. Mara parla sempre della sua “Foresta di Fiori” nel Galles. Unico luogo a renderla felice. Mentre crede di poter regolare i conti con un passato terribile, mette a repentaglio la stabilità della sua famiglia. Fino al dramma. E al viaggio di Lesile. Forse una fuga. Sicuramente un tentativo per comprendere la madre attraverso i luoghi che l’hanno vista felice. Salvo poi realizzare che per sopravvivere in un mondo di lupi non puoi far altro che vedere “il mondo come un posto buono” e che si amano le persone proprio perché non sono perfette.
“Mi voltai e guardai indietro, la foresta che si chiudeva alle nostre spalle, i fiori che splendevano sotto il sole del Texas, innocenti e spietati”. Perché ha scelto un fiore che è legato all’estate, al sole, al caldo, come simbolo di innocenza e spietatezza? I girasoli sono il simbolo del sole, del caldo, dell’estate, tre condizioni in cui può crescere naturalmente. Il racconto di Mara invece è stato costruito sul ricordo della sua “foresta di girasoli”. Chiaramente non poteva essere vero perché le condizioni di crescita di questi fiori non sono possibili nel Galles. In famiglia mai nessuno aveva messo in discussione quanto lei raccontava. Spesso accade nelle famiglie che quanto viene detto sia preso per buon anche se basterebbe un nulla a smascherare la bugia. Ma spessissimo non lo si vuole fare. La madre guarda le vecchie foto della sua famiglia, ormai scomparsa, a causa della guerra. Megan, la minore, rammaricata dalla disattenzione della loro madre, dice alla sorella: “Se le foto mi impedissero di ricordare che ho dei bambini veri e vivi qui davanti a me…” ammetterebbe la possibilità di bruciare quelle foto. Quanto dolore c’è nella frase di questa figlia? Tantissimo dolore. Di tutti i personaggi Megan è la più giovane e, per questo, meno in grado di giocare con la farsa che si sta costruendo. Megan si rende infatti conto che è successo qualcosa di terribile all’interno della sua famiglia, ma per trovare le informazioni necessarie a capire questi eventi deve andare all’esterno. E si rende anche conto di essere disposta a qualunque cosa pur di fermare questo gioco e riportare sua madre alla realtà. “Voglio sapere come la mamma si è procurata quelle cicatrici sul sedere e sulle gambe. Voglio sapere perché stava così male durante la guerra”. È giusto che un genitore abbia dei segreti nei confronti dei figli? Tutti noi abbiamo dei segreti di cui ci risulta difficile parlare. A volte non siamo consapevoli di tenere questi segreti dentro di noi, perché non li abbiamo mai portati alla luce oppure non ci soffermiamo a pensare su quegli avvenimenti, non nati per essere dei segreti da principio, ma semplicemente il fatto di non averne parlato per molto tempo li ha poi trasformati. Le cose accadute a Mara sono tremende ed è quindi lecito chiedersi se sia giusto raccontarle a una bambina di nove anni. Visto però l’impatto che alla fine ha nel libro, forse sì, sarebbe stato il caso di parlarne. Però esiste sempre il desiderio di proteggere i propri figli. È quindi una situazione veramente molto complessa. Megan ad un certo punto del romanzo si fa trovare da sua sorella con un mucchio di libri sui campi di concentramento. Quali letture suggerirebbe lei ad un genitore per il proprio figlio, per affrontare appropriatamente il tema della guerra? Purtroppo non ho con me la bibliografia, i riferimenti del caso, ma in generale posso dire che esistono dei buoni materiali, soprattutto mirati alle diverse età. Negli Stati Uniti esistono musei dell’Olocausto, creati appositamente per i bambini, che offrono una buona chiave di lettura della guerra, nel senso che i fatti accaduti non sono nascosti, ma vengono presentati in modo che siano facilmente interpretati. Nel Regno Unito, invece, dove i programmi scolastici nazionali prevedono che a otto, nove anni i bambini inizino a studiare questi temi, sono messi a disposizione i materiali didattici dedicati. “Quando era a Ravensbrück aveva dovuto sottoporsi a parecchie sedute di pratica dentistica sperimentale, senza anestesia”. Le internate di Ravensbrück vennero utilizzate, a partire dall’estate 1942, come cavie umane per la “sperimentazione” medica. E Mara fece parte, nel suo racconto, di queste sperimentazioni… Potrà mai dimenticare una persona che è stata una “cavia”? Come farà ad andare avanti? È tutto molto difficile perché esistono persone orribili in tutto il mondo che fanno cose tremende. Eppure, in mezzo a tutte queste atrocità, esistono tanti che sanno rialzarsi e costruirsi una vita piena e produttiva. Pensiamo a persone come Nelson Mandela. Ma molto di questo ha a che fare con la propria individualità, a come si è dentro, a come si è capaci di reagire di fronte alle tragedie. I suoi studi universitari sono stati in “psicologia dell’educazione/ istruzione speciale”. Che cosa le ha fatto scegliere questa difficile strada? Vengo dal Montana, precisamente da una cittadina poco a nord del Parco di Yellowstone. Il mio desiderio era laurearmi in biologia, poi tornare e fare la guardia forestale all’interno del parco. Provengo da una famiglia per niente abbiente e sono stata la prima dei figli ad iscriversi all’università. Le università americane sono però tutte private e molto costose. Avevo ottenuto una borsa di studio con la quale coprire le tasse scolastiche, ma velocemente mi resi conto che questa non bastava e avevo bisogno di avere soldi in tasca. Così mi cercai un lavoro e l’unico che riusciva ad inserirsi bene tra le ore libere che avevo a disposizione dai corsi, era un lavoro come assistente in un programma per bambini con problemi dell’età evolutiva, con problemi emotivi. È così che iniziò tutto. In questo programma incontrai un uomo, importantissimo per me, il professor Haickli, che divenne il mio tutore, il mio mentore. Mi diede sin dall’inizio tantissima libertà, facendomi provare molto sul campo. Il primo anno lavoravo cinque ore alla settimana, quindi era il lavoro ad inserirsi nei buchi dell’università. L’ultimo anno lavoravo ventotto ore a settimana, quindi era l’università ad inserirsi nel poco tempo rimastomi dal lavoro. Mi sono quindi laureata in biologia. Poi con l’iscrizione ad un’altra università mi sono state riconosciute le ore di lavoro che mi hanno fatto accedere direttamente al master, dove ho presentato il mio lavoro sui bambini speciali. Che ruolo hanno le famiglie nel caso dei bambini gravemente disturbati? È impossibile rispondere a questa domanda, poiché tantissime sono le cause che concorrono nel “disturbare”. Ci sono bambini che hanno problemi medici, bambini con problemi genetici, bambini che nascono con questi problemi perché la madre aveva abusato di alcool o di droghe durante la gravidanza, oppure aveva causato deficienze nutrizionali, oppure ancora aveva contratto l’influenza in un momento dello sviluppo cruciale, ma che se fosse stata presa in un momento diverso, non avrebbe causato alcun danno. Poi ci sono i genitori che semplicemente trascurano i figli oppure ne abusano. Infine c’è un terzo gruppo legato al carattere: ci sono persone che nascono più reattive nei confronti della vita, altre molto meno; ci sono persone ansiose, altre molto timide. Quindi non è che qualcosa ha determinato queste caratteristiche, ma è così che siamo nati. Allora dove si inseriscono i genitori? I genitori dovrebbero sapere e insegnare a gestire la natura di un carattere rispetto ad un altro. Oppure bisognerebbe fornire loro i mezzi con cui poterlo fare. La maggior parte dei genitori in genere fa del proprio meglio per tentare di fare la cosa giusta, o quella che lo sembra. Il libro non sarebbe stato per nulla interessante se avessi parlato di una famiglia che funziona e sa come far girare le cose per il verso giusto.
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Grazie per averla pubblicata, sono una fan di Torey, ero alla presentazione del libro del 6 Novembre, così ho potuto comprare il libro e farmelo autografare, purtroppo impegni universitari mi impediscono di leggere quest’ultima opera, per adesso mi gusto la tua intervista.
Un sorriso.
Chiara
Lieta di esserti stata utile, Chiara.
P.S. per curiosità, ma dove l’ha fatta la presentazione?
a presto