La gomma americana, altrimenti detta “cicca”.

26 02 2010

Ieri pomeriggio io e la nana dal dottore. Meglio, io a fare una visita specialistica (in realtà un vezzo, con l’ennesima conferma che ogni medico ha da dire la sua), lei che volente o nolente deve venire con me.

Sala d’aspetto gremita. Dispenser d’acqua di quelli con il boccione capovolto. Dopo essersi trangugiata per la strada la sua bottiglietta di tè deteinato, eccola attaccata a servirsi l’acqua: “Smettila di bere come un’oca padovana” le dico io.

Lei che mimando, a gesti e suoni, un poveraccio assetato nel deserto sotto un sole cocente: “Ma mamma, io ho seteeeeee“.

Vogliamo evitare di passare per una madre che le impedisce di bere, di fronte a dei perfetti estranei, no? E bevi. Bicchierini su bicchierini. Io che devo finire ogni goccia per evitare che si spanteghi acqua dappertutto. Lei felice.

Entriamo, dopo un tempo che mi è parso un’eternità (in realtà una manciata di minuti) nello studio dello specialista. Dove eviterò di raccontare nel dettaglio tutto il casino che ha fatto questa nana.

Ma questo non posso evitare di annotarlo. Per i posteri. Per far capire quanto siano furbi (o subdoli) questi mostri nanettosi.

Dal momento che la poverina si annoiava (con tutto quello che aveva a disposizione da fare, ma è sempre così, no?), frugando nella mia borsa si era tranquillamente presa anche una cicca.

Quella stessa cicca che prima di uscire dallo studio ho trovato spiaccicata sul preziosissimo parquet del dottorone. E che, facendo di tutto per non farmi vedere da lui, ho grattato via con l’unghia, in ginocchio.

E quando ho chiesto alla nana perchè, perchè l’aveva messa lì, lei, tranquilla e serafica, mi ha risposto: “Ma io ho cercato il cestino, ma non l’ho trovato!“. Con tanto di mani spalancate e alzata di spalle. Senza dimenticare gli occhioni da cerbiatta. Innocente lei…





Viola di Mare…dal film alla leggenda…

24 02 2010

L’amore e la passione tra due donne in una Sicilia spigolosa

L’altra sera siamo finalmente riusciti a vedere un film dal titolo a me, a noi, caro: “Viola di mare”.

A me è piaciuto. E tanto. LUI l’ha trovato lento e di una pesantezza inenarrabile. Forse è un film molto femminile. O forse non era in vena. Forse è stato un po’ somaro e basta.

Il film è tratto dal romanzo “Minchia di re” di Giacomo Pilati.

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Ma forse non tutti sanno che…

Il titolo del film fa riferimento al nome siciliano della donzella di mare, un pesce ermafrodita che nasce femmina e crescendo diventa maschio.

La Viola è un pesce e lo ha voluto Dio.

Quando è maschio si chiama Minchia di Re.

Per amore diventa femmina e ha i colori del fiore.

Torna di nuovo maschio dopo che l’acqua si è presa le sue uova

Per non farci mancare nulla ecco una bella sfilza di nomi regionali per questa simpatica bestiolina:

Abruzzo signurinella
Puglia cazze de re (Bari), cazzu di rre (Salento)
Sardegna ziguella, pisciu re
Sicilia pizzirè, viriola, minghia di re, viola
Toscana cazzo di re, nicchio

La storia.

Un’isola intorno alla Sicilia, seconda metà dell’800. Angela e Sara crescono insieme ma le loro infanzie sono difficili: la prima subisce i soprusi di un genitore violento; la seconda perde il padre in guerra, mentre la guerra la strapperà all’amica e alla sua terra. Al suo ritorno, Angela si innamora di Sara e inizia il suo ostinato corteggiamento, da cui nascerà una relazione che, con il suo sviluppo inusuale, intaccherà riti millenari.
Viola di mare è il secondo film di Donatella Maiorca. Per il ritorno al cinema dopo tanta tv sceglie una storia difficile per il periodo storico che sta vivendo il nostro Paese: tratto dal romanzo “Minchia di Re” di Giacomo Pilati, racconta di due donne che si amano e, in qualche modo, spezzano le ritualità di una terra sempre uguale a se stessa. Angela e Sara, piegando ai propri scopi quei modelli consolidati, realizzano il loro sogno d’amore: grazie al potere del padre violento e al senso di colpa di un prete, Angela diventa Angelo.
Qui la Maiorca intraprende un sentiero imprevisto. Assaggiando la libertà degli uomini Angela rischia di esserne travolta e, suo malgrado, di diventare come il genitore che odia. Inutile negare o trascurare l’impatto che un film come Viola di mare può avere: due donne che vivono in Sicilia (nella terra di Divorzio all’italiana, non dimentichiamolo) ma potrebbero essere in qualsiasi altra regione d’Italia; è il XIX secolo ma, anche grazie alla colonna sonora di Gianna Nannini, potrebbero essere i nostri tempi; insomma, un luogo e un tempo in cui il continuo conflitto tra tradizione e modernità è trasposto nelle scene di violenza, un modo di comunicare che sembra improntare una terra spigolosa e dura come le sue rocce.
Solide le interpretazioni: la Solarino algida e mascolina, la Ragonese sempre più brava e un Fantastichini sempre al livello dei suoi altissimi standard.

(fonte MyMovies.it)





Il corso di scrittura creativa di Raul Montanari (part B)…

21 02 2010

Per dovere di cronaca.

Io il corso A l’ho seguito. L’ho apprezzato e l’ho pure finito.

E mi è piaciuto così tanto, non mi sono sentita per nulla un pesce fuor d’acqua come alla prima lezione (leggere a tal proposito Il corso di scrittura creativa di Raul Montanari…), che a dicembre mi sono pure iscritta al suo seguito, il B (anche se Raul non ama considerarli in sequenza). E mi piace così tanto perchè “lingua sciolta e mente scattante” (in arte “il maestro“) procede sempre sullo stesso filone. Il suo. Ma anche perchè noi ci divertiamo tanto: il gruppo di “Quelli del mercoledì sera…” (leggere Quelli del mercoledì sera…) è proprio bello, simpatico, eterogeneo. Folle!

Cosa ho imparato? A parte le “regole” di costruzione di un romanzo (e non è mica detto che le abbia davvero imparate), sicuramente le letture dei racconti in classe hanno affinato la mia sensibilità. Nel discernere il bello da ciò che è costruito sotto mentite spoglie: l’arzigogolato, ciò che viene mascherato da paroloni difficili e dialoghi incomprensibili, ma in fondo in fondo, al mio orecchio, suona come una melodia sbagliata. Insomma, se non mi piace, non mi piace…

E poi, ben più sconvolgente, ma io scema mi stupisco sempre, è che certe persone non sanno proprio dire “grazie”!!!





La mia intervista a Karen Weinreb: “La bottega dei desideri”. La rinascita di una donna.

18 02 2010

Westchester del Nord. Bedford. “Manhattan (…) a meno di ottanta chilometri e un’oretta di macchina”. La tranquillità, personale e finanziaria, di una donna, madre e moglie. Un mondo dorato. Fatto di apparenze, di superficialità, ma dove il volontariato e le attività sociali la fanno da padrone. Fino al momento dell’arresto del marito di Nora, Evan Banks. Per una frode a Wall Street. Il dramma, la tragedia di una donna sola. Abbandonata da quelle che reputava le amiche, da quello che considerava il suo mondo. Sommersa dalla paura di non farcela, dalla rabbia nei confronti del marito. Fino alla sua rinascita. Forte, più di prima, indipendente, come mai lo era stata. Karen Weinreb ci introduce nella sua “La bottega dei desideri”. Dove racconta la sua vicenda personale, un po’ romanzata, come da manuale, un po’ pescando in quella che era la sua quotidianità. E noi l’abbiamo incontrata, curiosi di scoprire chi fosse prima questa donna e cosa sia diventata poi. Oggi ha scelto di stare senza suo marito. Perché le donne sole sopravvivono. Forse persino meglio che con un uomo accanto.

La sua è una storia vera. Si dice che il primo libro sia sempre, spessissimo, autobiografico. Ma si dice anche che al lettore poco interessa la nostra vita. Si legge perché si vuole evadere (io non sono d’accordo).
Lei pensa che il suo libro verrà invece letto proprio perché racconta di una storia vera?

La situazione della protagonista che perde tutto il suo patrimonio e si ritrova a dover passare da uno stile di vita agiato ad uno meno agiato, corre in parallelo con quanto sta accadendo nella società in seguito alla crisi finanziaria. Il modo in cui Nora riesce a ricostruire la sua vita penso possa essere di ispirazione per il lettore perché nella realtà ci si trova a fare i conti con accadimenti del genere. È quindi la storia di come si parte da una situazione privilegiata e si deve imparare a vivere in modo diverso, non materialista, ma più felice di prima. Qui la donna deve ricostruire la sua vita dopo questo grosso crollo e non soltanto sa cavarsela, ma riesce anche a prosperare. Io ho preso per questa storia la mia vita, è vero, ma solo perché è lo specchio dei nostri tempi.
Per quanto riguarda il fatto che gli autori attingono, anzi spesso scrivano storie autobiografiche, penso che tutti i romanzi in una certa misura derivino dall’esperienza personale di chi scrive. Per scrivere di personaggi in modo credibile bisogna basarsi sulla propria esperienza, anche se non necessariamente sulla propria storia personale.

“L’essere indaffarate era esibito come un distintivo di coraggio, ed esentava le signore da ogni riflessione su di sé”. Ma lei viveva davvero in questo mondo freddo e distaccato, in cui anche lo scambio di opinioni su libri e arte era bandito? Oppure quest’altra frase: “Non avere soldi lì, equivaleva a non avere educazione”. Come si fa a sopravvivere a Bedford? Non credo che basti il semplice “adeguarsi”…
il libro è ambientato a Bedford e non esce mai da questa comunità. Questo l’ho fatto di proposito perché mi sembrava interessante delineare personaggi che vivono in questo mondo così chiuso ed elitario. Dall’altra parte mostra la protagonista che viene da un mondo completamente diverso: quello della cultura, delle idee, dell’arte che l’appassionavano prima. Le donne di Bedford non hanno invece questo tipo di cultura, ma non hanno nemmeno legami tra di loro: i rapporti sono molto superficiali, tutto all’insegna del materialismo che diventa come una dipendenza, un’assuefazione nei confronti del lusso. Nora Banks non se ne è resa conto subito, ma poco a poco ha ceduto al fascino di questo mondo e ha abbandonato la sua vera personalità, fino all’identificazione con il matrimonio e con questa bolla di vita. Solo quando perde l’accesso a questo mondo dorato, solo allora si rende conto di aver lasciato allo sbando una parte importante di sé. Nel resto della storia la vediamo ritrovare la sua vera forza, la sua vena creativa, dopo tutto il percorso che dovrà compiere.
Quindi l’idea nel libro era di mostrare questo mondo e, per contrasto, mostrare questa donna, molto diversa, che dopo essersi persa ritrova la sua strada verso il suo vero sé. Diverrà anche un simbolo per le altre donne che cercano di emularla proprio perché si è trasformata in qualcosa di minaccioso per loro e ha conquistato ciò che loro non possono comprare con il denaro: l’indipendenza e la capacità di vivere secondo la propria verità, andando in controcorrente.

“Solo allora Nora si rese conto che niente sembrava sorprenderlo”. Siamo all’arresto di Evan. Nora è sorpresa, scioccata, poi umiliata, poi arrabbiata. Evan si comporta, invece, come se stesse aspettando quel momento. Lei dimentica solo temporaneamente che aveva ricevuto dei segnali di qualcosa che non funzionava?
Nora non aveva idea che Evan avesse commesso un crimine, perchè il momento dell’arresto diventa uno shock assoluto per lei. Si rende conto solo in seguito che forse anche lei aveva delle responsabilità per aver dato per scontato tutto senza chiedere mai se ci fossero delle difficoltà, di aver messo sotto pressione il marito per poter vivere in quel modo, ma non si sente assolutamente responsabile per quello che lui ha fatto in merito alla sua attività illegale.

Il marito di Karen viene arrestato. La prima cosa che ha pensato di fare, la prima persona a cui ha pensato di aggrapparsi sono state (per lei, autrice)?
Quando è successo io di fatto ho rifiutato la realtà, mi sono sentita totalmente insensibile, intorpidita perché non conoscevo per nulla il mondo di mio marito, la sua professione, il mondo della finanza e le possibilità di attività illegali. In più ero incinta, quindi ho rifiutato di ammettere la realtà che avevo davanti. È stato soltanto quando ho accompagnato mio marito in prigione che ho realizzato. A quel punto era nato il mio terzo figlio e ritrovandomi con tre bambini, sola, mi sono resa conto di cosa era successo e di quanto fosse terribile. A quel punto è uscita la rabbia nei confronti di mio marito per aver tradito la sua famiglia. Questa fase è durata fino a quando mi sono resa conto che questa rabbia assorbiva molta di quella energia che mi serviva per occuparmi di me e dei miei bambini. Quindi ho iniziato a scrivere e da quel momento, molto produttivo, sono riuscita ad uscirne.

“E poi doveva pensare ai suoi figli. Doveva restare aggrappata a quel mondo. Era in gioco la loro infanzia dorata”. Nora vuole continuare a far vivere i figli in una gabbia dorata. Poi, l’esigenza, il cambio della scuola, le fa capire dove stia la vita vera. Quanto ha contribuito Beatriz in questo?
Beatriz è un personaggio fittizio, io non ho avuto una Beatriz nella mia vita, però rappresenta un’amalgama di tutte le varie tate presenti in quella comunità. Per Nora assume un’influenza molto importante nel cambiare la sua prospettiva, la sua visione del mondo. All’inizio è solo una tata, per così dire, poi diventa sempre più importante: è la roccia che dà solidità a Nora, con la sua saggezza e le risposte che occorrono a Nora. Così aiuta Nora a capire che mandare i bambini nella scuola privata non è indispensabile, non è necessariamente la cosa migliore. Una vita più semplice può rendere più felici.

“Reuben provava pena per le persone che vivevano pensando che tutto gli fosse dovuto. Restavano isolati dal mondo e non conoscevano il piacere dell’umiltà che rendeva la vita degna di essere vissuta”.
Per che cosa vale la pena vivere per lei oggi?

Reuben ha chiaramente ragione perché molto spesso le persone che vivono una vita di così grande agio e lusso sono lontane dai sentimenti reali. Nora se ne rende conto solo alla fine del suo cammino emotivo perché realizza cosa possiede: la sua forza interiore, la sua creatività, i suoi figli. In questo senso c’è un parallelo tra me e Nora: la somiglianza sta proprio in questo percorso emotivo dove anche io ho vissuto il passaggio dell’essere persa in un mondo di materialismo, fondato solo sulla ricchezza, sino al crollo, per poi riemergere con la capacità di apprezzare i valori più semplici.
Per quanto riguarda la conclusione del mio matrimonio, se nel libro ho lasciato in sospeso la questione tra Nora ed Evan, nella mia vita mi sono ritrovata molto più indipendente di prima e mi sono resa conto che potevo vivere una vita felice al di fuori del matrimonio.

È a conoscenza che con il suo libro e qualche altro prima del suo è nato un nuovo filone letterario chiamato “romanzo rosa recessionista”?
Sì, la cosa interessante di questa nuova forma di letteratura è la serietà e la gravità degli argomenti. Prima molta di questa letteratura era leggera, c’era questo mondo favoloso, come se si vivesse in una sorta di bolla, fuori dalla realtà; qui predomina un aspetto più realistico nel raccontare le storie e un messaggio che può dare ispirazione. In particolare ritrovarsi in rovina dopo un crollo finanziario non significa che la vita sia finita.

Spudoratamente le chiedo: oggi Karen è di nuovo ricca?
Ho un approccio diverso rispetto al denaro. Non ci vedo nulla di sbagliato nell’avere soldi, non sarà sicuramente un problema se tornerò ad essere benestante, ma è diverso nel senso che non costruisco la mia vita attorno al denaro, come facevo allora e come fanno le donne di Bedford. Come dico anche nel libro, costruire la vita attorno al denaro è come costruire una casa in una zona alluvionale: si può perdere da un momento all’altro.

Sente ancora qualche sua vecchia “amica” di Bedford?
Non con le donne descritte nel libro. È invece accaduta una cosa strana: persone di Bedford che prima non conoscevo dopo la pubblicazione del libro mi si sono avvicinate. Queste sono persone più simili a Nora, creative, più indipendenti, più interessanti che non conoscevo allora perché vivevo in questa cerchia ristretta, i più ricchi dei ricchi. Non conoscevo questa parte della comunità.

Valeria Merlini
febbraio 2010

L’autrice
Karen Weinreb, 42 anni, e’ stata a lungo giornalista e ha lavorato nell’editoria, dove è stata editor assistant presso la Random House di New York, prima di dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittrice. Laureata in inglese a Yale con dottorato alla Oxford University. La bottega dei desideri è il suo esordio narrativo.
Il suo sito:




L world…

17 02 2010

Ieri svolgo uno dei compiti che Raul (Montanari) ci ha assegnato. E l’idea che avevo appena abbozzato nei giorni scorsi, mi viene completamente stravolta. Dalla solita camminata del martedì mattino attraverso il Parco Sempione.

Il compito consisteva nello scrivere un racconto usando il futuro come tempo verbale. E l’idea arriva.

Una volta a casa mi metto all’opera. Ma mi rendo conto di conoscere ben poco “la materia” trattata. Il mondo lesbo. O lesbico che dir si voglia.

Ma io lo scrivo. E bene (ovviamente ai miei occhi, vedremo cosa ne penserà Raul). Ma una volta terminato lo voglio “arricchire”.

Come fare?

Andare sul pezzo.

Il mondo del web offre qualunque cosa. E io mi metto alla ricerca spasmodica di racconti e chat lesbo. Mi iscrivo persino ad un paio di chat (Zoosk e Annunci69 – Racconti lesbo). Senza risultati degni di nota. Ma con particolari interessanti.

  1. La Chat. La foto che bisogna inserire: le iscritte sono o terribilmente belle, ma così belle che mi sono domandata come mai una gnocca così si proponga al mondo lesbo (in genere sono sempre molto mascoline, fisicamente, ma non solo), quindi non corrispondenti alla realtà, oppure brutte, sincere e oneste nel mostrarsi, ma brutte! E io strizzo l’occhio a due bonazze…
  2. I racconti lesbo. Mi immaginavo parole sensuali, vellutate e delicate. Nulla. Maiale, maiale vere. La fiera delle maialate.

Ho capito che l’atto in sé, compiuto tra etero o tra omo, si risolve sempre in quello. Ma il mio mondo fantasioso era fatto di sensualità.

Niente.

Quindi ho sprecato del tempo. E non riesco nemmeno a cancellarmi da quella chat!

Ho concluso il racconto secondo la mia percezione. e, ritengo, la mia sensibilità.

E tanti saluti a tutte!!!





Pensiero di un’amica…

15 02 2010

Photo by ViolaBlanca

Grazie, è sempre un piacere…





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11 02 2010

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Ristorante Casa Borella. Milano, 10 febbraio 2010.

11 02 2010

CASA BORELLA – Alzaia Naviglio Grande, 8 – 20144 Milano – tel. 02 80 40 04 07


Intimo. Così intimo che io e il mio dottore eravamo i soli avventori.

Intimo. Così intimo che poi è arrivata una coppia. Chiaramente clandestina.

Intimo. Così intimo che mi sono sentita talmente a mio agio da capitombolare da uno stronzo di gradino al ritrono dal bagno. Dissimulando il dolore al ginocchio dopo che la “lei” clandestina tutta preoccupata mi ha domandato: “Si è fatta male?“. Cosa diamine dovevo rispondere? Che sapevo per certo di essermi sbucciata il ginocchio come se fossi la mia nana che corre nel cortile della scuola e inciampa nei suoi stessi piedi rompendosi collant e pantaloni? No! Dissimulo la terribile vergogna e trattenendomi dallo zoppicare arranco verso il tavolo. Dove il mio dottore mi chiede stupito perchè non aveva visto: “Ma sei caduta?“. Trattenendo un ghigno beffardo. E malefico.

A quel punto muoio. Ho iniziato a ridere rivedendo la scena dall’esterno che non mi sono più fermata. Fino a quando il mio dottore, al momento dell’uscita, chiede al nostro fido cameriere: “Un pò pericoloso quel gradino? Ma cadono in molti?“. E lui prontamente risponde: “Soprattutto gli anziani“. Mortificata. Ecco come mi sono sentita. Come una vecchia carampana che non sa più camminare sui suoi tacchi da 10. Nemmeno 12, solo un misero 10…

Detto questo, il ristorante esiste da un anno e mezzo circa. Molto accogliente (forse mi sono lasciata illudere dal fatto che c’eravamo solo noi, però). Luci a faretto, doppia sala (una che dà sull’alzaia), l’altra interna. Non ve l’avevo detto? Siamo sui Navigli, i miei amati.

Questo il sito da consultare: Casa Borella.

Cosa abbiamo mangiato.

Antipasti:

- moscardini affogati con polenta; seppioline in umido con crema di carciofi

Primi:

- scialatelli al ragù di mare; paccheri con gamberi e zucchine

Dolce:

morbido al cioccolato con crema inglese; bavarese alla crema di cannella

Cosa abbiamo bevuto:

Gewürztraminer (non ricordo la casa, ma non era buono: retrogusto marsalato e come risultato un bel mal di testa ad entrambi).

Ci tornerei? I piatti di pesce erano molto buoni, lo riproverei con la bella stagione, all’aperto. Non per tutte le tasche. Attenzione ai gradini!!!





Una tranquilla mattinata di rock: Rolling Stones “Jumpin’ jack flash”

10 02 2010

Lei: “Mamma, mi piace tanto questa tua musica” (mentre dipinge, balla)

Io: “Ti piacciono i Rolling Stones?

Lei: “Sì, mi fanno impazzire. Li portiamo anche in macchina così li posso ascoltare sempre?

Io: “Tuo padre non approverebbe, non sono abbastanza anni ’80… Gli verrà un colpo…

Va avanti a dipingere e a ballare…





Letto per voi: “Bianca come il latte, Rossa come il sangue” di Alessandro D’Avenia. Proviamo a capire gli adolescenti?

10 02 2010

Quando si ha a che fare con gli adolescenti non è mai facile. Non si sanno mai che parole usare. Per non ferirli, per non farci passare per i soliti matusa, quelli che non li capiscono, che gli sono sempre addosso, perché “i grandi stanno al mondo per ricordarci le paure che noi non abbiamo”. Occorrono quindi parole che loro capiscano, gesti che loro apprezzino. Come ha saputo fare in quell’unica ora di supplenza in una quinta ginnasio di in un liceo classico di Roma il “professore”. Il “sognatore” Come ha saputo fare nel suo romanzo d’esordio Alessandro D’Avenia.
Delicatamente, ma anche per caso, si è intrufolato nella loro quotidianità. Rubando loro solo un’ora. Ma rendendosi comprensivo e partecipe. Con le sue storie, con la sua sensibilità.
“Bianca come il latte, Rossa come il sangue” rappresenta i due colori della vita di Leo. Imparerà a conoscerli così profondamente bene fino a quando le due parole si uniranno a dare come risultato un termine terribile perché incomprensibile agli occhi di un giovane: la leucemia.
Leo, attraverso un percorso fatto di dolore darà un nuovo significato ai due colori. Il bianco non sarà più il vuoto, il nulla, l’assenza. Diventerà il colore della purezza, della pulizia, dell’innocenza, della nascita. Il rosso non sarà solo l’amore. Diventerà il colore del movimento, dell’attività e del coraggio. Il coraggio della crescita. Attraverso la realizzazione dei suoi sogni. Evitando, una volta realizzati, di vederli come spesso accade agli adulti, pieni di difetti. Evitando così di ricominciare, ma andando avanti per la sua strada.

Chiaccherando con Alessandro D’Avenia…
“Beatrice è il paradiso per Dante”. Hai scelto il nome Beatrice perché come Dante anche Leo la idealizza?

Ho scelto il nome Beatrice per vari motivi.
Volevo ancorare la mia storia ad un testo che amo e che mi ha cambiato la vita, e che troppo pochi leggono.
Volevo che la mia Beatrice fosse un personaggio di confine tra terra e cielo, come è per Dante. Senz’altro Leo idealizza Beatrice, ma Beatrice è la realtà, non un’idea di donna. La sfida che ho cercato di affrontare è stata quella di raccontare che a volte il paradiso si nasconde nella realtà anche più incomprensibile e dolorosa. Beatrice porta Leo nella realtà, come accade a Dante e come accade ad ogni uomo che trovi sul suo cammino una donna vera.

I giovani, agli occhi degli adulti, vivono un lungo letargo che li fa apparire apatici: l’adolescenza. Leo ha una vibrazione che lo rende maturo, vivo, partecipe del mondo. È sempre necessario un passaggio attraverso il dolore per “imparare”?
Non è necessario il passaggio attraverso un dolore potente come quello che Leo sperimenta, ma l’adolescenza è in sé dolore in quanto fase di passaggio dal mondo magico dell’infanzia alla fatica della vita vera, piena di incertezze. Ogni rito di passaggio nella vita è doloroso, ma il dolore del transito dell’adolescenza è un dolore di “parto”: nasce una creatura nuova, un uomo e una donna capaci di affrontare l’unica vita che hanno a viso aperto.
Spesso i ragazzi ci sembrano apatici perché sono troppo concentrati a partorirsi e non vogliono che nessuno disturbi il travaglio, già di per sé difficile. Bisognerebbe a poco a poco imparare ad affiancarli, senza sostituirsi a loro e senza ridicolizzarli.

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Valeria Merlini
febbraio 2010








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