La mia intervista a Irene Vilar, “Scritto col mio sangue”. Leggetela prima di giudicarla.

23 04 2010

Per anni ho pensato che non ci fosse nulla da raccontare sull’aborto. Al contrario c’era molto da dimenticare”.
Irene Vilar ha raccontato la sua vita in un libro che ha fatto molto scalpore. Il titolo ne suggerisce la drammaticità: “Scritto col mio sangue”.
Dopo aver tentato di nascondere la parte predominante della sua vita in un memoir, ancora non tradotto in Italia (The Ladie’s Gallery), Irene attendeva solo di sciogliere il suo enorme dolore per raccontare anche quella parte che l’ha resa aborto-dipendente. Che si sia da una parte o dall’altra, con lei o contro di lei, Irene è una donna che ha sofferto. Una bambina che reca in sé il dolore e il trauma della perdita della mamma, quando aveva solo otto anni.
Non giudicatela prima di averla compresa. Perché alla fine l’amerete.
Ciò che prometto al lettore è di raccontare la mia storia di dipendenza, il flusso costante di infelicità, la radiografia di un delirio e, alla fine, il volto di una maternità che redime”.

La mia testimonianza era destinata ad essere fraintesa“, oppure “so che, inevitabilmente, non sarò capita, che in molti vedranno nel mio incubo solo l’abuso di un diritto“. Qualcuno ha fatto di Irene Vilar la sua personale “caccia alla strega”? (escludendo il movimento pro-life)
Quando è uscito il libro negli Stati Uniti, sia il movimento pro-choice che quello pro-life, sono stati abbastanza scossi. Ovviamente il movimento pro-choice è stato molto più tranquillo rispetto al pro-life, e ciò era prevedibile. In particolare, in ottobre e novembre su facebook, su youtube, sui blog, venivo indicata come il mostro da imprigionare per il crimine commesso. A poco a poco poi gli animi si sono calmati. Io non ho mai voluto scrivere un libro per queste persone, poiché sapevo che mai avrei avuto con loro una conversazione intellettuale. L’avevo scritto per chi si occupa degli studi sulle donne o per quegli studi sulla situazione post-coloniale a Porto Rico. Sapevo anche che non sarebbe stato nell’immediato un best seller, perché so benissimo che la conoscenza non si diffonde dalle masse, dal popolo, ma dall’accademia. Sapevo che ci sarebbe voluto del tempo. Ed ecco che lo scorso mese mi è stato detto che il mio libro è stato adottato in migliaia di università. Ed ecco che tantissimi giovani avranno la possibilità di acquisire una lingua che permetterà loro di parlare liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, cose che attualmente sono ancora un tabù.

Dopo la morte di sua mamma, parla di lei e suo padre: “tra di noi, non ci siamo mai fatti domande. Era compito della polizia, quello. Il nostro era continuare a vivere, senza lasciare in giro altri cadaveri“. Considera i feti che ha abortito come cadaveri o come cosa?
Questa è una metafora ovviamente. Allora se rimaniamo nell’ambito della metafora posso dire che i miei feti erano dei cadaveri. La metafora porta con sé l’idea delle casualties, le vittime accidentali, conseguenza di una cattiva azione. Io e mio papà abbiamo vissuto con grande senso di colpa, di vergogna e anche di complicità la tragedia della morte di mia madre. Questo perché ci mancava una lingua emotiva. Io sono cresciuta senza l’intelligenza emotiva, senza i genitori che fossero veramente dei genitori, erano un po’ dei bambini anche loro. Questo silenzio è forse la cosa in cui la cultura da cui io provengo è la cosa in cui riesce meglio, cioè rimanere silenziosi di fronte al dolore. Sicuramente si può vivere in questo silenzio, però dentro di te si insinua a poco a poco un grande senso di vergogna.
Tutti quanti quando non riusciamo a capire qualcosa abbiamo questo senso di vergogna. I bambini lo capiscono non tanto a livello intellettuale, ma a livello di pancia. In questo contesto quindi sicuramente sì, i miei feti diventano cadaveri.

Non avevo pensato a come evitare una gravidanza. La notte che avevo fatto sesso con lui (…), il mio unico pensiero era stato di assicurarmi di non essere d’impiccio al piacere di un uomo“. È giusto se attribuisco questo pensiero alla sua giovane età?
In parte sì, in parte era la mancanza di una lingua. Questo libro racconta la storia di una giovane donna che, per la prima volta, scopre la sua sessualità e il potere della sua fecondità. Però non ha a disposizione gli strumenti per esercitare questo potere, anche perché riceve dalla società dei messaggi poco chiari. Il mio caso, molto più comune di quanto si possa credere, è quello di una ragazza cresciuta in una società molto maschilista, con messaggi di sottomissione che io avevo interiorizzato (per esempio l’idea di doversi sottomettere al piacere del maschio). Tutto questo si complica con la patologia dalla quale ero affetta: questo amore ossessivo nei confronti di un uomo che rappresenta il potere, quel controllo che io stessa volevo, un uomo che si descrive come un femminista, un uomo che mi propone strategie di liberazione che avevo sempre cercato. Si dice che chi sia sopravvissuto ad un trauma politico da bambino diventa ossessionato dal lavoro, è sempre iper-attivo perché è con il fare che si tiene quieto il cervello senza porsi troppe domande. Allora la mia è stata una strategia di sopravvivenza attraverso il pensiero intellettuale. Da qui l’amore ossessivo per questo uomo. Da qui l’elemento della perversione, da un lato, e quello della sottomissione dall’altro. Il mio progetto era agganciare questo uomo a me, quindi sottomettermi faceva parte della mia strategia.

Perché parla di trauma politico?
Io ho scritto questo libro proprio per la mia componente politica: mia mamma, mia nonna, io stessa siamo come una matrioska. Mia mamma era stata l’esito di un esperimento coloniale che l’aveva lasciata depressa, suicida. Dico sempre che sarebbe riuscita a sopravvivere al marito che aveva, al fatto di essere stata abbandonata da sua madre, però non ce l’ha fatta con l’esperimento post-coloniale. Le mamme sono un po’ come la bussola, e il mio modello, la bussola che io avevo ricevuto, era questa madre. Quando lei non era disponibile dal punto di vista emotivo o era fuori controllo, la risposta che mi veniva data era “l’hanno svuotata“, quando chiedevo una sorellina la risposta che mi davano era “l’hanno svuotata“, quindi è stato in questo caos totale che io decido di lasciare la famiglia a Porto Rico e vado alla ricerca dell’opposto, dell’ordine, del controllo. Però lo faccio utilizzando modelli e strategie completamente sbagliati.

Perché risulta così difficile credere che si scordava semplicemente di prendere la pillola?
Innanzitutto perché è una patologia. Quando uso il termine “dimenticato” bisogna pensare che io ero affetta da una malattia. Il libro narra proprio di questa patologia. Perché questa ambivalenza, tra il termine neutro e quello medico? Ovviamente la risposta non è semplice, sono tanti gli strati. Un elemento è il tentativo di ricreare il dramma che ha colpito mia madre e lo volevo ricreare utilizzando il mio apparato riproduttivo. In psicologia si dice che molto spesso noi ripetiamo il trauma nel tentativo di risolverlo. Magari stavo cercando di fare questo. E poi c’era una ribellione quasi adolescenziale nei confronti di questo uomo, super potente, super controllante. Quindi ogni gravidanza era una ribellione contro di lui, una ribellione contro quella politica che mi aveva strappato mia madre. Quindi ambivalenza nei confronti della fecondità. Il ruolo di acquisire potere sul mio corpo fecondo, corpo che diventa così un vero e proprio campo di battaglia.

Che percorso ha fatto per arrivare a darsi le risposte che l’hanno portata ad essere la donna che è oggi? L’aver parlato con Joan? La morte del suo cane Oliveira? Quale è stato l’evento traumatico che l’ha slegata definitivamente dal suo passato traumatico?
Entrambe le cose, sia Joan che il cane. Cos’è il dolore? Si dice che il dolore di un lutto non si cerchi, è lui che trova te. Quindi è successo proprio questo: con la morte di Oliveira, il dolore mi ha finalmente trovato ed è lì che ho cominciato a piangere. Sono riuscita finalmente a collegarmi con quel “sé” che era diviso dentro di me e l’ho quindi integrato dentro di me.

Il ruolo della religione in tutto questo esiste?
Il ruolo della religione è presente, l’ho specificato nel mio primo libro, non ancora tradotto. Io sono cresciuta in una famiglia molto legata alla chiesa: avevo due zii e un nonno sacerdoti cattolico-episcopali, che professavano una religione molto tollerante, molto progressista. Andavo in chiesa tutte le domeniche, sentivo le prediche dei miei zii, che seguivano una teologia della liberazione, commista al marxismo, tipica dell’America Centrale. Quella per intenderci di padre Romero, ucciso in El Salvador negli anni ’80 mentre diceva messa. Padre Romero dava una lettura molto particolare della Bibbia, che poteva cambiare la vita soprattutto delle masse povere. In me esisteva questo sistema di valori e, nel momento in cui scatta la patologia, in parte ho momenti di grande speranza che coincidono con le gravidanze, in parte momenti di grande vergogna che coincidono con gli aborti. Quindi c’era un grande senso di colpa che veniva sì dalla credenza religiosa, ma anche dal mio atteggiamento etico e morale. Ecco perché la vergogna non mi ha uccisa: perché quando ho iniziato la terapia è stato proprio il mio passato religioso ad aiutarmi nei confronti di me stessa.

Valeria Merlini
aprile 2010

L’autrice

Irene Vilar è nata ad Arecibo, Porto Rico. Il suo primo libro, The Ladie’s Gallery, ha ricevuto numerosi riconoscimenti letterari. Lavora come editor alla Texas Tech University Press ed è agente letterario della Vilar Creative Agency e della Ray-Gude Mertin Literary Agency.





Fashionista vs Alternativa

23 04 2010

Eterno dubbio. Ennesima chiacchierata fra donne.

Dopo la mia trasferta toscana allo spaccio Prada (non parlavo pradese perchè davvero non mi garbava, ma capite anche voi che 50% di sconto sul prezzo dell’outlet mica è roba da tutti i giorni, mica roba da tutti!), mostro gli acquisti a Laura, mamma di O., fidanzatino-amichetto-colui che la mena di nana quando vado a recuperarla dal mio personale pomeriggio di libertà, dal pomeriggio di pura follia di Laura (avendo lei 3, dico 3, figli e nana in visita!).

Accarezzata con cura quella pelle unica, Laura mi dice: “E io che ti facevo un’alternativona!” (ma negherà sempre di averlo detto). Io le rispondo: “No, alternativona no, dai“. E la cosa finisce lì.

Tornata a casa, sola soletta nel mio lettone, penso e ripenso. Confondo i termini, le parole si accavallano e dico che non ci sto. Le scrivo quindi un sms: “C’ho pensato e ripensato. Non mi va di passare per una sciura, quindi resto l’alternativa chic che fa degli affari d’oro. Ma sulle scarpe resto brand victim. Ecco“. E lei replica: “Io ho detto fashionista no sciura! Comunque un’alternativa chic è una fashionista mascherata da alternativa… Ma non è un delitto. Inoltre a pensarci bene gli alternativi sono così perchè seguono l’altra moda, quella di sinistra, mentre il fashionista quella di destra. Sull’argomento ci sarebbe tanto da dire. O niente“.

Il giorno dopo torna alla carica sulla mia pagina di fb, dove mi aizza: “Ma non puoi aver veramente interrotto il tuo blog! Io credevo che avessi già scritto quello su -sei fashionista o alternativa?-“.

Sono quindi giunta alla conclusione di cedere a lei la tastiera.

fashionista o alternativa? di Laura Leone

Io credo di essere una no style. Sottolineo il “credo”. Aggiungo dei puntini di sospensione. Mi appello alla possibilità di revisione.

A quattro mesi dal terzo parto mi ritrovo una pancia da sesto mese di gravidanza. Così la mattina afferro i jeans (l’invenzione più geniale dopo la nutella) e una maglietta e la nascondo sotto un impermeabile firmato, metto su un po’ di gioie, mi guardo allo specchio, urlo “che mostro!” e scappo via a rincorrere due delle mie tre monkeys per portarle a scuola.

Essere fashionista ritengo sia più facile, se hai i soldi. Basta solo comprare, comprare e comprare! Sì, va bene, hai anche bisogno di buon gusto, ma, in fondo la fashionista è solo una brand victim, mica una first lady!

Essere alternativa è più difficile. Non puoi comprare le cose fashion, non puoi spendere troppo, devi far finta di fregartene, ma non devi neanche sembrare una stracciona! Mission almost impossible!

Diciamo che se hai un fisico da modella ti puoi permettere di essere alternativa, d’altronde qualsiasi cosa ti metti su, anche la più orripilante, ti sta bene. Se invece sei una mortadella come me, non ti resta che piangere!

Pare anche una questione politica… La fashionista è di destra, mentre l’alternativa è di sinistra. Senza dimenticare che essere alternativa è più snob dell’essere fashionista!

Ecco, l’abbiamo detto e fatto! E ora….SCATENARSI!





Cena chic al ristorante La Brioschina, Milano.

22 04 2010

Avevo rimosso di averglielo chiesto io. Qualche tempo fa gli dico: “Sai che mi piacerebbe andare in uno di quei ristornati molto chic, quelli di lusso, ma belli belli?“. E LUI, che notoriamente non mi ascolta mai, non si sa per quale strana congiunzione astrale se l’è ricordato! Ed eccoci quindi a ieri sera, cena per il mio compleanno (dopo i bagordi del pranzo marino del mio compleanno…ma si sa, noi esageriamo sempre in tutto!).

Destinazione: il ristorante La Brioschina. Che già il nome predispone bene.

Arrivati alla sua entrata non pensate di spingere la porta ed entrare. No. Si suona un citofono, ci si annuncia e solo allora la porta magicamente si apre. Sulla sinistra un salottino che viene utilizzato dai folli fumatori quando la stagione non permette di accomodarsi nel bel giardino arredato con divani bianchi. Alla destra, lungo il corridoio che conduce alla sala principale, delle vetrinette espositive per i prodotti che qui si possono acquistare e dove trionfa la meravigliosa caffettiera napoletana (finalmente ho imparato come funziona).

Credits: www.ristorantelabrioschina.it

Credits: www.ristorantelabrioschina.it

La sala consta di pochi tavoli, forse una decina, per non essere troppo ammassati, per creare un ambiente esclusivo. Grossi lampadari che fanno la mia gioia per la luminosità degli spazi. Bravi!

Si inizia con un aperitivo offerto dalla casa, un bel prosecchino. Arrivano poi pane, focaccia e grissini cotti da loro. E la delizia di quella focaccia non ve la posso descrivere… Io che non amo particolarmente il pane… Arrivano delle mini-portate extra, per degustazione. O puro godimento. Per esempio i 3 raviolini del plin in brodo (divini!) e il piattino con olio e sale in cui fare scarpetta con il pane.

Cosa abbiamo mangiato.

antipasto: Passatina di fave, tortelli ripieni di crescenza e pomodorini con tonno scottato (per me) – qui la ricetta, o le indicazioni di massima

primo: Cannelloni alla ricotta e asparagi (per LUI)

secondo: Fiorentina alla brace di legna (per noi 2, ma 1,2kg è troppo!) accompagnata da insalata mista, zucchine e trevisana, patate arrosto.

dolce: Gelato alla mandorla (sempre LUI)

caffé alla napoletana…quello che aspettavo da una vita: buono e leggero!

Cosa abbiamo bevuto: un Sagrantino di Montefalco, non ci facciamo mancare nulla.

Prima del dolce il proprietario/mitico chef (Edoardo Ruggiero) ci ha omaggiati con un pre-dessert: uno sgroppino alla sangria (una sorta di sorbetto, quindi base acqua) con granita di agrumi (arancia e mandarino principalmente). Tutto un programma…

Come post-dolce, invece, ci ha portato nella nostra tradizione: si chiama infatti “Bàrbàjàda” (vecchia cioccolata milanese) a base di caffè, cacao, panna, zucchero e tuorlo (il tutto cotto come una crema inglese a 84°C) con panna e cannella per finire. Buono? Di più!

Ci è piaciuto per… Lo stile, l’eleganza, la cortesia, l’asciugamano caldo portato appena arrivati per la detersione delle mani, gli stuzzicadenti in bagno anziché al tavolo, il proprietario (Edoardo Ruggiero) che ci ha accompagnati alla porta con tanto di vista guidata, la doggy bag della fiorentina avanzata (che LUI non osava chiedere, ma io sì; che poi io mi stavo scordando, ma che LUI si è ricordato) incartata con charme. Insomma, ci tornerei sicuramente.

Solo con LUI, però.





Marrakech Express. Pranzo a “Un déjeneur à Marrakech”; mercato del Mellah con aperitivo al “Kosybar”. (day 1)

16 04 2010

Dopo le istruzioni operative da parte di Giorgina eccoci in giro. Ma è già ora di pranzo.

E subito dietro il Riad, quando ancora non ci siamo immersi nella vita di Marrakech, ci ritroviamo seduti in questo localino che sa, terribilmente, di Francia. Meglio, di Côte d’Azur. Con tanto di poster della Promenade des Anglais. E sottofondo di musica jazz.

Credits: www.dejeuneramarrakech.com

Siamo al Un déjeuner à Marrakech. Personale, composto da ragazzi, gentilissimo. Cucina deliziosa.

Cosa abbiamo mangiato: omelette au fromage, tris de salades marocaines, brochette de boeuf; panna cotta al miele, mousse au café (stupenda).

Cosa abbiamo bevuto: the alla menta (ormai d’obbligo), orangina, schweppes au citron.

E poi, visto il caldo e il sole stupendo (e vista l’ora di siesta che anche qui rispettano), testiamo subito i lettini della piscina per il sonnellino. Ma fa un caldo insopportabile, per cui io e lei ci mettiamo al riparo del gazebo dove c’è il tripudio di divani e cuscini, LUI dorme al sole, come se nulla fosse.

Al risveglio andiamo diretti nella zona per nulla battuta dai turisti degli artigiani, dove Giorgina ci ha detto che possiamo trovare chi ci farà la cornice per lo specchio del nostro bagno milanese. Dopo aver scoperto i prezzi degli specchi in Italia ci è venuta l’illuminazione di portarcelo fatto e finito come vogliamo da qui. E le contrattazioni hanno inizio. Troviamo chi ce lo farà: un mito che impiegherà solo due giorni… Il prezzo? Lui partito da 1500Dhr, io arrivata a 950Dhr – 85€ circa – (contro i 700€ italiani).

Credits: ViolaBlanca

Sulla strada non resistiamo ed entriamo in un’erboristeria dove compriamo il tè alla menta da portare a casa e i bastoncini di liquirizia (quelli che si succhiano e ti restano in bocca gli orridi pelucchi…).

Credits: ViolaBlanca

Credits: ViolaBlanca

Da qui ci dirigiamo alla Mellah, il quartiere che una volta era degli ebrei, ora con un mercato coperto molto carino dove poter acquistare orecchini, braccialetti, perline, tessuti, e tantissimo altro. Io mi limito ad un paio di orecchini per 10Dhr (qualcosa come 1€!!!). Dal mercato usciamo e ci portiamo sulla piazza principale in cui ci sono molti negozietti che espongono lampade e lampade e lampade e ancora lampade. E andiamo a prendere l’aperitivo di rito: al KosyBar. Dove l’attrattiva principale è data dai nidi delle cicogne che dominano i tetti circostanti. Cicogne dappertutto. Uno spettacolo!

Credits: ViolaBlanca

Poi arriva l’ora del rientro, l’aria si è fatta frizzantina. Dopo una doccia strepitosa nel nostro bellissimo bagno, stasera si cena al Riad. Giorgina ci ha preparato una cena pasquale prelibatissima: insalate marocchine (per me), risotto al salmone e porri (per loro due), tajine di rana pescatrice accompagnata da cous cous, millefoglie di fragole e panna.

Avete presente il detto “Quando la frutta sapeva di frutta“? Beh, qui a Marrakech è incredibile. Il sapore delle fragole riporta a sapori dimenticati, che forse noi non abbiamo nemmeno fatto in tempo a conoscere…

Domani sveglia all’alba: ci aspetta una grande giornata!





Comunicazione di servizio.

13 04 2010

Scusate. Chiedo scusa ai miei aficionados, ma io non ce la faccio.

Troppe cose, da scrivere, da commentare e a cui sto partecipando.

Ma cazzen io non ce la faccio!

Ma cazzen prometto di farcela! Ad iniziare dal completamento del Diario di Bordo in Marocco, al we Toscano, al FuoriSalone.

Ma da quando la vostra amica scrive anche per Panorama.it…beh, qui il caos è imperante!

Troppe cose, troppa vita!!!

Grazie per la pazienza.

VB





La mia intervista a Herman Koch, “La cena”.

13 04 2010

Due coppie, una cena. Paul e Claire. Serge e Babette.
Un ristorante in cui prendere una decisione per il futuro dei propri figli. Ma anche decidere delle proprie vite. Perché qui la questione centrale è: fino a che punto un genitore è responsabile per le azioni del proprio figlio?
Herman Koch ci conduce, attraverso la degustazione di piatti prelibati e guidati da una sopraffina presentazione dei loro componenti, lungo una serata che durerà il tempo de “La cena”.
Aperitivo della casa: champagne rosé. L’entrata trionfale del fratello di Paul, Serge Lohman, l’uomo politico di fama nazionale, capolista del principale partito di opposizione, favorito nella corsa alla presidenza del consiglio olandese. Per suo fratello Paul “un po’ troppo scemo e tagliato con l’accetta”.
Antipasto: ostriche, vitello tonnato, caprino fuso con songino, animelle di agnello. “Dobbiamo parlare dei nostri figli”.
Secondo: tournedos, filetto di faraona. “Questo è quanto. Questi sono i fatti”.
I due cugini che si lasciano prendere la mano, la situazione degenera, la colpa è più grande e intollerabile del previsto. Una telecamera di sorveglianza metterà i genitori a conoscenza dell’accaduto. Poi la ricerca affannata di una soluzione.
Dessert: parfait al cioccolato, Dame Blanche, tris di formaggi. “Ormai lo sappiamo tutti cosa è successo”.
Due caffé e due grappe. Digestivo. Il bluff di una telefonata.
Infine la mancia. Lauta al cameriere che non deve aver visto nulla. Perché “la cosa andava risolta in famiglia”.
Curioso come il punto di vista di una sciagura si sposti sui colpevoli.

Il suo libro, dalle prime pagine, mette di fronte all’eterno dilemma: dare completa fiducia ai figli o esercitare qualche controllo?
Il libro nasce proprio dal mio personale dilemma. Io non sono tuttavia per il controllo totale, perché voglio potermi fidare. Ma non sai mai a cosa e dove può portare la completa fiducia…

La vita della nostra famiglia felice non sarebbe stata mai più la stessa”. È così facile perdere qualcosa da un secondo all’altro?
Penso purtroppo che sia così. Facile. Facilissimo. Come una reazione sbagliata a un problema che richiede invece una soluzione immediata, tipo “combatto o fuggo”?

Lo dico senza mezzi termini: così mi piaceva vedere mio fratello. Agonizzante. E io di certo non gli avrei lanciato il salvagente”. Si diverte più Paul o l’autore a mettere in ridicolo Serge, il politico, il fratello?
In realtà io provo più simpatia per Serge di quanto senta Paul. In particolare per quanto riguarda la sua mancanza di una vita privata e di come Serge affronta questa situazione.

Alla fine di quei sei mesi o di quell’anno avremmo potuto continuare a vivere come una famiglia felice. Da qualche parte sarebbe rimasta una cicatrice, ma una cicatrice non impedisce di essere felici”. Il tarlo, la sua cicatrice, assillerà sempre, fino a rovinare la vita?
Non lo so davvero. Penso però che la gente sia in grado di sopravvivere a tutto. E io ho terminato il libro nel momento esatto in cui le loro vite sono giunte alla quiete. Da quel momento in poi saranno lasciati a loro stessi.

Lei ha scelto una forma di dialogo con il lettore intrigante, in cui dice, ma non dice. Non dice il nome del ristorante, non dice la malattia avuta da Claire, nemmeno l’ospedale, per evitare pubblicità, per evitare di mettere in piazza i dolori personali. E tutto ciò mi ha colpito. Come mai questa scelta?
Ciò perché Paul avverte la mancanza di privacy a causa della vita pubblica di suo fratello. Non può nemmeno prendere una decisione sul futuro della sua famiglia senza essere trascinato sotto i riflettori. Ma Paul non ha una carriera che può essere danneggiata. Così mantiene privato tutto ciò che può essere mantenuto in questo stato. Pensa che non sia affare di nessuno. Solo vita privata.

Quando un luogo pubblico smette di esserlo per diventare privato e personale, tanto da rischiare di essere rovinato da gesti altrui? Mi riferisco ovviamente al “bar della gente comune” descritto nelle scene finali.
È esattamente la stessa cosa che può esserle capitata la scorsa estate con la scoperta di una bellissima e segretissima spiaggia. Lo dirà a tutti i suoi amici o lo manterrà come un luogo solo suo?

Dove ha trovato lo spunto per questa storia?
È una storia veramente accaduta nel 2005 a Barcellona. Due ragazzi di circa quindici anni hanno assassinato, più o meno per errore, una senzatetto che dormiva in un bancomat. Io mi sono immediatamente messo a pensare ai due ragazzi piuttosto che alla vittima. Da qui ne è nato “La cena”.

Quale autore italiano tiene nella sua libreria?
Niccolo’ Ammaniti, Giorgio Bassani.

Valeria Merlini
aprile 2010

L’autore
Herman Koch (1953) è noto come autore televisivo, giornalista e romanziere. All’esordio Red ons, Maria Montanelli (1989) sono seguiti Eten met Emma (2000), Odessa Star (2003) e Denken aan Bruce Kennedy (2005). Uscito in Olanda nel gennaio 2009, La cena ha scalato le classifiche sin dalla prima settimana, vendendo in pochi mesi oltre 250.000 copie. Sorpresa editoriale dell’anno, vincitore del Premio del pubblico 2009, il romanzo è stato conteso dalle case editrici di tutto il mondo e verrà pubblicato in undici paesi, tra cui Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna.




Marrakech Express. Nulla di meglio del Riad “Le Clos des Arts”.

8 04 2010

Credits: ViolaBlanca

Le aspettative non sono state deluse. Le recensioni di TripAdvisor non smentiscono. Mai. Ormai il nostro guru nella scelta degli alloggi.

Ma prima una piccola postilla sull’aeroporto di Marrakech – Menara. Se pensate di arrivare e trovare una struttura sgarruppata, beh, abbandonate questo pensiero o voi che vi atterrate. La struttura è imponente, ampia e luminosa, pulita e ordinata. Dove nulla sembra lasciato al caso.

Peccato solo che al nostro arrivo siano atterrati 6, dico 6, voli in contemporanea. Ciò ha significato più di un’ora di coda al controllo passaporti (e ho ancora il mio sassolino nella scarpa a proposito della foto di nana sul passaporto… Ancora da verificare).

All’uscita il nostro autista mandato dal Riad ad attenderci. Finalmente siamo arrivati! Il fido Aziz non si fa mancare nulla: la cosa meravigliosa che ci ha colpito è il suo bicchierino di caffé preso nel parcheggio e messo in macchina per soddisfare il desiderio di caffeina, in qualunque momento…

In poco più di un quarto d’ora, solo ed esclusivamente per motivi di traffico, dalla città nuova in cui è situato l’aeroporto eccoci attraversare le mura della Medina ed entrare nella storia della Città Rossa. Banchetti di frutti colorati, carretti trainati da ciuchini, carrozze per turisti, biciclette, donne velate dalla testa ai piedi e non, uomini in giacche a vento e uomini in camicia…ognuno ha il suo personale indice di calore…

Aziz ci lascia nell’ultima piazza raggiungibile in macchina, a pochissimi passi dal Riad Le Clos des Arts. Dove ci viene incontro Massimo, il proprietario. Il Riad è a cinque minuti a piedi da tutto, nel cuore della Medina.

E qui, la magia. La sensazione di entrare in un altro mondo. Fuori il vociare delle persone, dei mercanti, delle moto e delle biciclette a cui Allah indica la via (cioè se tu ti trovi sulla loro rotta non è un problema che li tocca). Entrando al Riad ti lasci tutto alle spalle.

Musica bassissima in sottofondo. Mosaici, colori, fontana, petali di rose, alcove, cuscini, tendaggi e luce. Tutto insieme ad abbagliarci.

Credits: ViolaBlanca

Massimo ci accompagna nella nostra suite, la Nacre, chiusa da una tenda. Per la prima volta nel nostro girovagare non esistono chiavi. La cosa ci stupisce, ci affascina, ci predispone molto bene. Un letto a baldacchino per noi e un letto a baldacchino da principessa per nana. Tappeti, scrigni come tavolini, sedie in pelle, manichini come opere d’arte, soffitti affrescati nella stanza grande. Una porta a doppia anta conduce al guardaroba: mai ripiani degli armadi mi hanno fatta sentire così sicura su dove sistemare i vestiti. Tutto nuovo e pulito. Un mobile aperto di fronte al doppio armadio e un piccolo frigoriferino messomi a disposizione per le solite medicine. Da qui si accede al bagno. Che poi chiamarlo bagno è riduttivo. Lavandino dorato incastrato in un piano a mosaico e specchio marocchino d’ordinanza. Tutti gli accessori e le rubinetterie in metallo dorato martellato. Da lasciarci gli occhi e il cuore. In questa prima sala il lavandino e il gabinetto. Nella seconda una doccia che ti ci perdi. Mosaici anche qui. Insomma, un sogno.

Credits: ViolaBlanca

Credits; ViolaBlanca

Credits; ViolaBlanca

Nel Riad ci sono 4 suites e 3 camere, ma guai a chiamarle standard. La nostra è al piano terreno, nel cortile interno. Una scala laterale porta al primo piano dove ci sono il resto degli alloggi, tutti affacciati sul cortile interno. Ancora un piccolo sforzo e con le scale si arriva al tetto. Questo Riad è uno dei pochi con piscina superiore (così sempre al caldo), 6 lettini e, meraviglia delle meraviglie, su ogni lettino oltre al telo, un pareo e un cappello di paglia per proteggersi dal sole. Ma che posto è mai questo? Anche tavoli e ombrelloni per la colazione, quando la temperatura mattutina lo consente (ricordo che l’escursione termica tra quando c’è il sole e quando tramonta è importante).

Credits: ViolaBlanca

Credits: ViolaBlanca

Ciò che rende a nostro avviso unico il Riad sono senz’altro i proprietari. Massimo e sua moglie Giorgina. L’amore li ha fatti incontrare in Tanzania, la dichiarazione è stata meglio che da manuale: in mezzo alle dune del deserto. Lei ha detto sì. E la continua voglia di scoperta e di movimento, di comunicazione e di sperimentazione di Massimo e di Giorgina li hanno portati qui a Marrakech. A realizzare uno dei tanti sogni che ormai come re Mida dove Massimo tocca riesce a creare: acquistare il Riad da un’artista francese, rimetterlo a nuovo grazie all’aiuto di volenterosi amici che hanno trascorso l’estate a Marrakech e aprirlo al pubblico. Che con pareri unanimi lo hanno decretato uno dei migliori di Marrakech.

Giorgina e Massimo non si negano mai agli ospiti. Non sono albergatori. Sono un uomo e una donna che hanno aperto la loro casa per farne una dimora d’accoglienza. Ti dedicano del tempo. Perchè qui la fretta non esiste. I particolari sono importanti. Le descrizioni su dove andare, cosa fare e cosa vedere sono minuziose. E non si limitano a farlo all’arrivo: appena ne hanno la possibilità ti accolgono alla porta chiedendoti come è andata la tua giornata. E lo fanno con vero interesse. Perchè nelle loro intenzioni capisci che vogliono sì farti stare bene, ma anche conoscere davvero le persone che hanno di fronte. Mai trattamento fu più eccellente.

E se sei fortunato e riesci a prenotare per tempo puoi anche cenare nel Riad. I piatti sono quelli della tradizione marocchina, ma rivisitati e arricchiti di particolari. Per esempio, la prima sera abbiamo potuto gustare, come cena di Pasqua:

insalate marocchine e risotto al salmone e porri; tajine di rana pescatrice (eccezionale) accompagnata da cous-cous; millefoglie con panna e fragole fresche. Ahimé il vino, come le birre, bisogna scordarsele: occorre una licenza apposita e il Riad che viene scoperto a servirne essendo sprovvisto di tale documento viene chiuso all’istante. Meglio quindi per un gioiellino del genere non correre rischi.

Credits: ViolaBlanca

Insomma, spero proprio di tornarci a gennaio 2011 con amici al seguito… Per far sì che anche gli altri portino questa magia nel cuore.

Seguite Giorgina e Massimo anche su Facebook: Riad le Clos des Arts, Marrakech Medina.





Marrakech Express. EasyJet? No, grazie.

3 04 2010

Oggi, vigilia di Pasqua, giorno della partenza per la nostra meta.

Peccato essere ancora qui a Milano. E per colpa, direi, di leggerezza da parte della compagnia aerea al momento dell’acquisto dei voli dal loro sito.

Vado a raccontare i fatti. Il nostro volo doveva essere quello delle 9,40, destinazione Marrakech. Andiamo al check-in, solo per lasciare i bagagli (avendo già fatto il check-in on line). E qui la nefasta notizia!

La nana è sul mio passaporto. Ma senza foto. Peccato che il Marocco (che già a questo punto marca male) è l’unico stato a volere anche la foto del minore se superiore ai 2 anni di età. L’alternativa è avere il suo certificato di nascita corredato di foto (ricordo che il certificato di nascita ne è sprovvisto).

Nulla da fare. A nulla sono valse le nostre proteste. Niente, come risultato ci sono state 10, dico 10, famiglie con bambini rimbalzate.

Spostiamo quindi la nostra prenotazione (ben 52€/persona) a domani mattina, telefoniamo alla Questura-amica (quella di P.ta Genova) e, con coda tra le gambe, torniamo a Milano pronti a fare l’aggiunta della foto di nana al mio passaporto.

La speculazione è alle porte. Non tanto per la tariffa dello spostamento (che già ha il suo perchè), non tanto per aver perso una notte al Riad (che ha anche questo il suo perchè), non tanto per l’andata e il ritorno da Milano a Malpensa, nemmeno per il fatto di essere andati in Questura (ATTENZIONE: le Questure non sono nemmeno informate di questa particolarità, tanto che ci è stato detto che la foto va apposta dopo i 10 anni di età. Abbiamo dovuto insistere e fare formazione noi! Questo la dice lunga sullo scambio di informazioni e sul livello di aggiornamento normativo!). La cosa assolutamente vergognosa è che l’evento coinvolge dei bambini. Che da una parte, lo capisco, si vogliono tutelare, e mi sta bene, ma dall’altra il disagio arrecato alle famiglie non viene messo in alcun conto.

Sarebbe tutto così semplice, limpido e trasparente: al momento della prenotazione on line, quando si seleziona la voce “Marocco” dovrebbe apparire una finestra che ti dice: “Ehi, stai andando in Marocco con bambini? Assiurati che i tuoi documenti di viaggio siano a posto“, con le relative indicazioni…

Una volta di più mi viene da dire che questo non è un mondo a misura di bambino. E se ti vogliono fregare il modo lo trovano sempre. Attenzione alla easyJet, già rea in due precedenti casi di aver rifiutato l’imbarco a persone disabili (leggere Diario per non dimenticare e Cronaca italiana).





Blog chiuso per vacanze pasquali…

2 04 2010








Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.