28 ottobre 2010 – Belvedere Vodka ha presentato ieri sera al Fashion Café di via San Marco 1, Milano Belvedere Silver, la versione super premium della prima luxury Vodka al mondo.
Quattro glamorous cocktails -Midnight Kiss, Silver Ginger, Lime Lover, Blackberry Dream-
realizzati in esclusiva dai barman del Fashion Café,
hanno esaltato al meglio le caratteristiche di Belvedere Silver, vodka super premium 100% naturale.
Belvedere Silver racchiude l’essenza di Belvedere Pure in un’inedita ed elegante bottiglia d’argento in limited edition.
Disponibile a partire da Novembre 2010 in due formati: 70 cl e Magnum, il re-packaging incorpora la storica firma Belvedere Vodka,
rafforzando e sottolineando nel contempo la ricca storia del marchio ed il più moderno luxury appeal.
‘Acabar‘, in spagnolo, significa finire. E in sardo ‘accabadora‘ è colei che finisce. Accabadora, con il quale la sarda Michela Murgia, è stata designata vincitrice della XLVIII edizione del premio Campiello, racconta la vita di Maria, bambina, che abita in casa dell’anziana sarta Bonaria Urrai, Tzia Bonaria. Vivono come madre e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava ha pensato di prenderla con sé, perché “le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge“. E adesso avrà molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola: come cucire le asole, come armarsi per le guerre che l’aspettano, come imparare l’umiltà di accogliere sia la vita sia a morte. D’altra parte “non c’è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada“.
Se dapprima Maria è spaventata dalle uscite notturne della vecchia vestita di nero, capirà infine che la sua è una pazienza quasi millenaria delle cose della vita e della morte. Fino al giorno in cui la frattura che si apre fra di loro sarà così grande da costringere Maria ad abbandonare la sua terra e la sua vita. Ma il forte legame materno fra loro guiderà Maria al suo naturale destino.
Accabadora di Michela Murgia, diventerà un film. La conferma dell’inizio riprese in primavera è stata data dalla stessa Murgia e dal produttore Francesco Tagliabue.
La curiosità. La accabadora nella storia e nella tradizione della Sardegna. La Accabadora è una figura chiave della tradizione sarda: era la donna che accompagnava gli ultimi istanti dei moribondi, dando loro il colpo finale ed evitandogli una lunga sofferenza. Una vera e propria eutanasia ante litteram. Si è molto discusso sull’effettiva esistenza della Accabadora e sulla presunta mitologia riguardante la sua stessa figura, ma è oggi possibile affermare che la Accabadora esistette davvero e fu una figura centrale della società sarda.
Amore, guerra, spionaggio, paesaggi esotici, personaggi reali abilmente mescolati con quelli fittizi, deliziose descrizioni di abiti creati con inventiva (il titolo originale è El tiempo entre costuras, “Il tempo fra le cuciture”, con il doppio significato che allude ai messaggi cifrati), uno stile elegante e scorrevole.
È La notte ha cambiato rumore dell’esordiente Marìa Dueñas, docente di Filologia e Letteratura inglese all’università di Murcia: quasi un’autobiografia, costruita sui ricordi marocchini delle fide zie Estrella e Paquita con cui la sua famiglia ha vissuto a Tetuàn, quando era la capitale del Protettorato spagnolo.
Sira è una giovane sarta nella Madrid del 1935 quando si invaghisce di un faccendiere ricco e losco. Un po’ di bella vita alla Zelda e Scott (Fitzgerald), porteranno Sira e il suo amato in Marocco. Fino a quando giunge la delusione cocente dell’abbandono. Incinta e senza un soldo, Sira si rifugia nella bianca Tetuàn, dove grazie all’aiuto della contrabbandiera Candelaria aprirà un atelier. La base perfetta per la sua nuova carriera di spia per gli inglesi.
Ma la storia di Sira Quiroga è anche e soprattutto una storia d’amore, un romanzo che intreccia cospirazioni storiche e politiche, spionaggio, identità mascherate e colpi di scena inattesi. La notte ha cambiato rumore è anche un romanzo di formazione: Sira cambia, diventa qualcuno di interamente diverso nell’arco degli anni, è obbligata ad imparare a essere un’altra, e in fretta, sotto i colpi della vita.
In una Spagna dilaniata dalla Guerra Civile con il conflitto mondiale alle porte, la Dueñas disegna un grande affresco al femminile fatto di solidarietà, amicizia e passione politica.
Ieri sera, 20 ottobre, Teatro Nazionale, piazza Piemonte, Milano.
Prima fila (posti 10 e 12), per giunta! Come essere sul palco, praticamente.
Insieme a loro, ai meravigliosi e bravissimi protagonisti del musical. Un musical davvero imperdibile!
Coinvolgente, travolgente, straripante. Impossibile star fermi. Impossibile non tenere il ritmo. Impossibile non canticchiare.
Purtroppo, lo ammetto, impossibile non canticchiare le canzoni…nella lingua in cui siamo abituati a sentirle. Perchè anche se la fedele traduzione aiuta a comprendere tutti i passaggi, una domanda sorge spontanea: ma perchè, noi i logici passaggi non li conosciamo già? Chi ha visto il musical, già lo ama. Pochi devono essere coloro che non hanno mai nemmeno visto il film. E se costoro esistono, beh, sono dei marziani! Puri e semplici marziani!
Comunque sia, lo promuovo, al 1000×1000! Perchè l’emozione che ne scaturisce è sempre unica.
Ci sovrasta il pericolo di una condizione che potremmo definire la miseria psicologica della massa. Con queste parole Freud
voleva definire il conformismo. Oggi, a distanza di anni, abbiamo fatto i conti con quel disagio della civiltà e con il suo contrario (falso anticonformismo), per tornare, infine, al punto di partenza. Ci pare ovvio chiederci se oggi, quel punto di partenza, non sia stato cancellato per dare luce ad una vera dimensione orwelliana, così fantascientifica quando fu concepito 1984 ma così reale nell’attuale presente. Un presente in cui l‘informazione ci appare scontata, ma che di fatto non lo è. Un presente in cui i mali vengono nascosti per non rischiare che il rancore umano si propaghi. Un presente in cui vige l’abolizione della meritocrazia.
Stremati, dal lavoro, dalla frustrazione, dalla reale vita socio-politica, cerchiamo un nuovo punto di partenza: r-EVOLution.
Figli del trascendentalismo e dell‘esistenzialismo, di quelli che volevano fare il ‘68 e di chi lo ha rinnegato, siamo stanchi di quei neofilosofi che propongono al mondo una nuova arte per pensare. Un secolo è passato dalla nascita del movimento dada e ancora oggi pensiamo che quel concetto mantenga la stessa forza di allora. Spezzate quindi le catene del classico e del neoclassico, noi non vogliamo solo un’arte contro l‘arte. Bensì un’arte contro questa realtà, ovvero, contro la realtà di sempre. Vi mostriamo i fatti crudi, senza proporre ennesime scappatoie. A quelle pensateci voi.
La nostra arte vuole essere una ricerca su quello che ci circonda. E’ una denuncia che ci appare spontanea, perchè naturale dinanzi a quello squilibrio e a quel moralismo bigotto che quotidianamente siamo costretti a subire. Stufi di un bombardamento mediatico e del nulla proposto alle nuove generazioni.
Questo il pensiero del collettivo di artisti riunito sotto lettere emblematiche: r-EVOLution.
Manusch Badaracco
Nel gruppo conosco Manusch Badaracco. Amica di amici. Vengo coinvolta perchè mi viene detto, “bisogna dare una mano all’arte“. E sia. Vado. Arrivo. E vengo sommersa da luci, colori, immagini, suoni. Poi arriva lei. Manusch. Una di quelle che non passa inosservata, ad iniziare dal nome. Gli occhi ti catturano. La bocca anche. La voce dice tutto. Chi è. Cosa fa. Perchè lo fa. Con lei gli amici di sempre, quelli del tifo spropositato ed esagitato, quelli che fanno il mondo di Manusch, i suoi quadri anche, quelli che con Manusch vorrebbero cambiare tanto, se non tutto. Manusch pare instancabile, solo vinta dal degrado quotidiano, da quello che le accade intorno e che pare una minaccia. Che poi minaccia alla fine lo è sempre. La scia di vittime è lunga e tortuosa. La sua arte si fa amare. Prima osservare. Poi catturare. Infine, ai più, comprendere.
“Il mio lavoro nasce dalla necessità di raccontare le tematiche sociali di oggi. Le persone sono la maggiore fonte di ispirazione: la mia ricerca parte dalla comprensione e dalla condivisione delle sensazioni con cui sono a contatto ogni giorno nella gente. E’ fondamentale, da parte dello spettatore, una totale attenzione verso l’immagine: solo in questo modo potrà ritrovare e proprie emozioni nell’opera e sentirsi complice”
No future - Manusch Badaracco
Oggi la libertá é molta, ma fittizia. Infinite possibilitá e infinite scelte, di cui siamo interamente e unicamente responsabili, creano una profonda confusione nei sentimenti. Le figure in alto s’intrecciano e si confondono. Le difficoltà che i ragazzi di oggi hanno nel condividere, nel fidarsi e nel costruire una relazione inibisce la nascita di un possibile futuro. Il ventre della figura femminile è infatti vuoto.
Un singolare stile italiano - Manusch Badaracco
Un ragazzo d’oggi che vive la sua vita in un insofferenza silenziosa. Possiede una discreta cultura, ha studiato e sa che la precarietà e molte altre situazioni che è costretto a subire non sono giuste. E’ consapevole (lacrime rosse) ma non riesce a fare nulla per cambiare le cose quindi decide di obbedire in silenzio.
Menzione speciale: Un singolare stile italiano è tra i finalisti del Premio Patrizia Barlettani NEXT GENERATION istituito da Casa d’Arte San Lorenzo. L’opera verrà esposta giovedì 21 all’inaugurazione della mostra dei 30 finalisti, presso la sede della galleria, in via Sirtori 31 dalle ore 19 (fino al 20 novembre 2010).
Ogni giorno me ne combina una, la nana. Quella di ieri fa sì che ci sia di nuovo una lite tra lei e la VeryVic.
Fine della scuola. Noi mamme andiamo a riprendere i mostri e, casualmente, siamo tutte in formazione: noi 4 con i magnifici 4!
La nana ha una mollettina viola che non le ho mai visto.
“Bella!” le dico, “Da dove arriva?“
“Me l’ha regalata il principino“
“Davvero? Ma che carino…“
Riferisco alla mamma in questione, la vera lady, che sorride. Ma è un po’ perplessa. Però una vera lady, lo ricordo, non si scompone, non accenna a dissipare nessuna illusione. Nemmeno quando così palese. Il rimischio, il gioco delle coppie continua?
Ed ecco la vera verità.
Esce dalla classe VeryVic che rivuole la sua molletta. Ma come?
Chiedo quindi al diretto interessato, il principino: “Ha chi hai fatto il regalo della mollettina, bel bambino?“
“A lei!” indicando, ovviamente, la derubata.
Ah, ecco!
Subito la nana sbraita: “Ma lei ha detto che me la dava fino a domaniiiii“
“No, non è vero, è mia, la voglioooo!“
“Io l’ho regalata a leiiii!“
Calma, stiamo calmi.
“Dai, restituiscila, per cortesia“
“Ma lei ha detto che me la imprestava fino a domaniiiii“
“E invece tu gliela ridai ora, non vedi che ci rimane male?“
VeryVic ha il mento già tremolante. No, no, sta proprio iniziando a frignare. Che panico!
“Ridalle quella molletta benedetta!” Sto praticamente sbraitando anche io. Tanto che interviene la vera lady e, con calma e savoir-faire, dice alla nana: “Domani ne portiamo una anche a te, va bene?” Dolce, dolcissima.
Lei pare pensarci per una frazione di secondo.
…
E decisa più che mai, ma anche faccia tosta più che mai, replica: “Una Barbie va bene lo stesso!“
I magnifici 4 non smettono di stupire. La formazione è sempre quella: nana, il fidanzatino (il D., da oggi il BadBoy), la migliore amica VeryVic e il Principino.
L’episodio, di questa settimana. La tragedia si è consumata in campo, precisamente all’Arena durante l’ora di atletica. Sono tutti un po’ svalvolati oggi questi mostri, non si capisce cosa ci sia nell’aria, nuovi allenatori, il BadBoy e il Principino che proprio non ne vogliono sapere di praticare. Frignano disperati, alla fine uno si decide, l’altro assolutamente no.
Le due girls, invece, come se nulla fosse entrano nell’arena come due vere leonesse.
…
Salvo comparire dopo qualche minuto: prima nana, seguita a ruota da VeryVic.
“Beh, cosa ci fate qui?“
“Mamma, avevo voglia di stare con te…” Occhioni da cerbiatta annessi e connessi.
“Dai, smammare, manca poco alla fine, tornate là“
“Ma no, mamma…” Prova a protestare lei.
“VeryVic cosa fai anche tu qui?“
E prima che la creatura potesse rispondere, interviene la iena-nana: “Ma lei mi sta sempre appiccicataaaaaaaaaa“
“Dai dai, su, andersen! Non voglio sentire storie“
Coda tra le gambe, prima una, poi l’altra. Ma intuisco che c’è qualcosa che non va, VeryVic ha il mento tremolante…
…
E poi l’arcano si svela.
Sulla via del ritorno le chiedo cosa sia successo. Veramente però!
Al solito, mi spiazza.
“Ma mamma, VeryVic mi sta sempre appiccicataaaaaa, non siamo mica due cicche!!!“
…
Macchecavolo, valle a spiegare che tra qualche anno sarà problematico doverle staccare…
O avrà semplicemente annusato l’aria che si respira in casa, cioè che quelle attaccate come cozze non ci piacciono????
Chiara Gamberale ci racconta una storia. La storia è quella di una bambina con una vita tutta particolare.
Mandorla, il suo nome, arriva nel condominio di via Grotta Perfetta 315 all’età di sei anni, catapultata dalla disgrazia di aver perso la mamma che proprio in quel condominio era la bizzarra, ma amatissima amministratrice.
Tutto quello che la mamma di Mandorla le lascia è una lettera, che letta di fronte a tutti i condomini mette a conoscenza, non solo la piccola, ma anche queste famiglie, che tra di loro c’è il padre di Mandorla, che “una sera di marzo, forse per noia, forse per curiosità, nell’ex lavatoio del sesto piano ha fatto l’amore con me”.
Da questo punto in poi Mandorla abiterà ogni due anni con una famiglia diversa all’interno del condominio, perché un’adozione è meglio che rovinare quella famiglia in cui si cela il padre naturale della piccola. “Le luci nelle case degli altri” ci conduce dal primo piano all’ultimo, in un percorso verticale, in una scalata esistenziale fino a raggiungere la vetta, quindi l’imprevedibile finale.
1. Cos’è via Grotta Perfetta per te?
Nella vita, quella vera, è la strada principale di Poggio Ameno, il quartiere alla periferia di Roma sud dove sono nata e cresciuta, l’unico posto che ho mai sentito e sento come casa. Nel libro mi sembrava il luogo ideale per farsi non-luogo, un posto cioè dell’anima: perché ospitasse le anime e le contraddizioni dei protagonisti del libro, che mettono in scena drammi e commedie più umani che sociali e non avevano bisogno, sullo sfondo, di un quartiere troppo connotato.
2. “Sono pochi i mezzi che abbiamo a disposizione per credere, quando le cose cambiano, che non sia del tutto vero che sono cambiate: ma almeno quei pochi, bisogna saperli usare”. Mandorla ha il suo gelato alla fragola e pistacchio. Chiara invece cosa?
Io vivo di espedienti così… Il mio peluche Vincenzo, l’arredamento intero della mia camera, i miei punti di riferimento personali che mi porto dietro dai tempi delle elementari… Ho proprio un bisogno assoluto di cose e persone che restino fermi, mentre tutto il resto corre e scorre.
3. È un caso che Lidia lavori in una radio come qualcuno di nostra conoscenza? Lidia ha così “tanto da buttare fuori”, anche Chiara? Tipo “ansia di parole” o “bisogno d’amore”?
Non è un caso… Come non è un caso che Tina abbia sempre paura di disturbare qualcuno o che Giulia Barilla sia morbosamente attaccata a suo padre. In ognuno di questi personaggi, prima fra tutti naturalmente Mandorla, c’è qualcosa che mi appartiene, nel profondo. Lidia è la più simile a me a un livello evidente: ansia di parole, sì. Che nasce da un bisogno spasmodico d’amore.
Chiara Gamberale è nata nel 1977 a Roma, dove vive. Ha scritto Una vita sottile (Marsilio 1999), Color Lucciola (Marsilio 2001), Arrivano i pagliacci (Bompiani 2003), La zona cieca (Bompiani 2008, premio selezione Campiello) e Una passione sinistra (Bompiani 2009). È ideatrice e conduttrice di programmi radiofonici e televisivi come “Gap” (Raiuno), “Quarto piano scala a destra” (Raitre) e “Trovati un bravo ragazzo” (Radio24). Dal 2010 è in onda su Radio2 con “Io Chiara e l’Oscuro”. Collabora con “La Stampa”, “Il Riformista” e “Vanity Fair”.
Controvento è un romanzo intenso, profondo, vivo.
E’ una storia di donne, le cui vite si intrecciano a quella di São, una giovane di Capo Verde nata da una violenza, cresciuta senza l’amore di quella madre che l’affiderà ad una vicina per emigrare in Italia in cerca di fortuna. Per povertà deve rinunciare al suo sogno da bambina: diventare medico, quindi salvare vite, soprattutto di chi non ha mezzi per curarsi. Ma São è forte e ama, incondizionatamente, come se le avversità non la toccassero. São combatte per un futuro migliore e trasmette il suo coraggio di vivere a chi le sta accanto.
Da Capo Verde arriva a Lisbona, dove trova lavoro, l’amicizia sincera di Liliana e l’amore di Bigador. L’uomo che si rivelerà però violento e maschilista proprio quando sta per nascere loro un figlio. “Ancora non poteva rendersene conto, ma lei, che era sempre stata coraggiosa e giusta con se stessa, che era cresciuta piena di forza e di equilibrio, stava per trasformarsi in una povera donna annientata, con metà dell’anima dilaniata a morsi dall’uomo che amava, l’uomo che giurava di amarla intensamente. Ma come ammettere con te stessa che l’uomo che hai creduto di scegliere tra tutti vuole soltanto distruggerti?“. Con la complicità e le conoscenze di Liliana fugge a Madrid con il bambino. Inizia a lavorare presso la narratrice del romanzo (Controvento racconta infatti la vera storia della baby-sitter di Capo Verde dell’autrice), una donna depressa e fragile, la cui esistenza è stata segnata da un padre freddo e senza sentimenti, tanto da condizionare il destino di tutta la famiglia.
Tornata a Lisbona dopo un periodo difficile, incontra un uomo che finalmente la ama e la rispetta. “Le aveva promesso che si sarebbe preso cura di lei e non avrebbe mai permesso che piangesse, anche quando l’avesse punta la nostalgia per la lava nera di Capo Verde e il drago altero, anche se qualcuno l’avesse insultata dandole della negra, anche se il freddo misterioso dell’inverno europeo le fosse penetrato nelle ossa facendola sentire fragile e impotente“. A questo punto dovrà superare la sua prova più grande: riprendersi il figlio che Bigador ha rapito.
Nel 2009 Controvento è valso ad Ángeles Caso il Premio Planeta, il premio spagnolo letterario più ricco dopo il Premio Nobel.
"Uno pensa di sapere qualcosa finché non scopre di non sapere niente, e a quel punto inizia a comprendere la verità".
(Clara Sànchez - La voce invisibile del vento)
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