Uazzamericanbois. A Portland. Shopping mon amour! (day 3)

31 12 2010

Phoebe - Photo by ViolaBlanca

Zeus - Photo by ViolaBlanca

Innanzitutto sulle presentazioni. In casa non ci sono solo Dinky e Thomas, ma anche 2 cani. E che cani. Un golden retriever, Phoebe, e un dobermann che pare un cavallo, Zeus (pronuncia Zois). Io lo amo. È di una docilità impressionante, proporzionata alle sue dimensioni. Il mio preferito. È un vecchietto di 11 anni, che trema sempre per il freddo e ama stare in casa di fronte alla stufa. Di notte i cani dormono in casa, per sua grande gioia. È così felice che la mattina per un bel po’ fa finta di dormire. Perché sa che al suo risveglio dovrà uscire.

La sua fortuna è avermi incontrata.

Quando io ci sono, Zeus sta in casa. Perché il vecchietto ha freddo, troppo freddo, nonostante la copertina che indossa perennemente. Quindi lui mi ringrazia dandomi prima una zampa, poi l’altra. E io gliele devo massaggiare con paroline dolci.

Insomma, ci amiamo.

Washington Square in Portland - Photo by ViolaBlanca

La meta di oggi è Portland. Con noi viene anche la migliore amica di Dinky, Diana (detta Dirty Diana…sapete da che canzone no?). Diana si aggrega volentieri perchè anche lei è amante dello shopping. Washington Square è il mall che visiteremo (e svaligeremo) oggi. Ma dobbiamo darci delle priorità e delle mete. È gigantesco, oserei dire infinito.

Lui ha in mente solo Abercrombie (& Fitch), io ho bisogno di Victoria’s Secret.

Arriviamo per pranzo. Impongo che si vada prima a mangiare, anche se appena messo piede all’interno del mall, il classicissimo profumo di A&F mi cattura.

Quindi prima a pranzo e si va da Cheesecake Factory, una catena degli States molto amata dalla Diana. Posto affollato, quindi ci danno un’ora prima di avere il tavolo.

Come ammazzare il tempo?

Photo by ViolaBlanca

Quattro passi ci portano di fronte all’ingresso di Macy’s. Ah, dimenticavo che qui ovunque ci sono saldi… quindi che faccio, non entro? Sì, chiaro che entro, ma guardo tutto con estremo distacco. Perché tanto non ho bisogno di nulla, io.

Poi arrivo al reparto intimo…

E mi ricordo improvvisamente che forse ho davvero bisogno di qualche reggiseno nuovo. L’offerta di Macy’s è irrinunciabile: compri 2 reggiseni, 2 te li regalano. Capite, no? Quindi mi butto sull’Wonderbra (eh, che devo fare…), ma poi mi innamoro di 2 Calvin Klein…

Morale, esco da Macy’s con 6 reggiseni. Per la stessa cifra in Italia ne avrei preso uno e mezzo!!! Forse…

A pranzo.

Photo by ViolaBlanca

Poiché ritengo che sia molto più importante cosa è avvenuto dopo il pranzo, salto le incredibili meraviglie che abbiamo potuto gustare. A base di shrimps…

E veniamo a noi.

Le nostre strade si dividono: io e LUI da A&F, la Dinky e la Diana altrove. Appuntamento o qui dentro o da Victoria’s Secret.

Photo by ViolaBlanca

Arrivati di fronte ad A&F restiamo sbalorditi: 40% di saldo. Nemmeno a NY fanno i saldi. LUI entra, non si tiene e si dirige al reparto man, io faccio per seguirlo quando LUI si gira e mi fa: “vai alla donna, no?”. E io, timida: “ma dai, cosa ci vado a fare, lo sai che non mi interessa nulla qui…”.

Morale: esco con 3 paia di jeans e una maglietta con cappuccio fighissima! Perché oltre al 40% di saldo, solo per 2 giorni (ieri e oggi) su certi prodotti c’è il 50, dico il 50%!!! Quindi impazzisco per i jeggins, mix tra jeans e leggins. Fighissimi! E poi, entrare nella 26 è una grande, grandissima soddisfazione!

Photo by ViolaBlanca

Ora da Victoria’s Secret: slip bellissime in offerta anche qui.

Poi che facciamo, non andiamo con i saldi al Disney store? Rapunzel per la nostra nana è perfetta. Ma, lo ammetto, qui dentro comprerei qualunque cosa: 2 principesse a 20$ ne vogliamo parlare? E i travestimenti? E le scarpine (sì, le orride scarpine con il tacchetto)? E i pigiamini? Non si può, Natale è appena passato, non si può, occorre rigore e disciplina.

Fuori!

Photo by ViolaBlanca

LUI mi trascina all’ultima tappa: Hollister, stesso proprietario di A&F, ma della West Coast, quindi il marchio che tira in California, tanto per intenderci. Anche qui saldo e super offerta dei 2 giorni. Anche qui esco con una maglietta e un altro paio di jeggins. I prezzi? Ancora meno di A&F!!!

E, ridendo e scherzando, sono già le 17…

Corriamo a recuperare Dinky e Diana e con loro andiamo all’ultima tappa: Barnes & Nobles Bookstore. Non potevo non entrarci.

Poi, di corsa a casa: stasera i 2 italiani (quelli origina!) preparano la carbonara per gli americani…





Uazzamericanbois. Prove generali di shopping (day 2, part 2)

30 12 2010

Dinky e Thomas se la dormono alla grande, quindi LUI mi prepara il caffé. Ehi, attenzione, qui la macchina del caffé è in funzione 24 ore su 24. Avete capito di quale caffé sto parlando, vero? Ed un continuo bere e bere tazze su tazze. Una caricata di caffé (comprato in grani e macinato qui in casa) basta per 12 tazze. Credete gli sia sufficiente? Naaaaaaaaaaaaa, la macchina viene caricata almeno 3 volte al giorno. È incredibile. Usciamo in macchina e la Dinky si porta dietro il suo thermos con la sua droga. In giro, come nel resto degli States, tutti in mano con la cup of coffee. E io che in Italia mi limito ad un paio di tazze di tè…

La mattinata è spesa in chiacchiere e chiacchiere. La tv viene accesa come prima cosa al risveglio e non viene guardata. Quindi, a che pro dico io? Solo io e LUI siamo abbastanza ipnotizzati dalle pubblicità, più che altro. Anche perché il canale su cui è sintonizzata questa mattina trasmette sempre CSI di qua e CSI di là. Insomma, due palle stratosferiche, almeno per me che non lo seguo mai.

All’alba delle 14,30 Thomas si alza. Riemerge dalla camera da letto con felpa e cappuccio calzato e come prima cosa si versa il caffé e si fuma una bella sigaretta. Bella lì, giusto per iniziare bene la giornata. Anzi, il pomeriggio.

Eggs for breakfast - Photo by ViolaBlanca

La Dinky, memore del fatto che in Italia non si ha l’abitudine di stare sempre in casa, è misericordiosa e ci porta a pascolare fuori. Solo dopo aver preparato uova e prosciutto a suo marito e AVERGLIELO SERVITO AL TAVOLINO IN SALA DAVANTI ALLA TELEVISIONE!!! Sono scioccata, inorridita, e mi dice che il Thomas non ha l’abitudine di mangiare al tavolo. Che schifo…

Usciamo.

Giro in macchina di Albany (di rigore in macchina, qui nessuno va a piedi, le distanze non lo permettono) e poi un primo assaggio di paradiso. Lo shopping. Ma giusto per gradire. Insomma quei $$$$ spesi così…

La meta è la Metro americana (qualcuno che ci consoce sa già che rappresenta un pericolo per LUI, in genere non si tiene mai…).

Costco - Photo by ViolaBlanca

Barbie's Mustang in Costco (249,99$) - Photo by ViolaBlanca

Dinky triyng to freezing herself in Costco - Photo by ViolaBlanca

Costco. Gigante, enorme, immenso. Scaffali altissimi, bancali di merce in superofferta, di tutti i tipi: elettronica (che LUI afferra al volo!), elettrodomestici, tutto per la casa, tutto per il fai da te, reparto cartoleria infinito, libri, e abbigliamento che viene ritirato dai negozi e svenduto qui. Per esempio: Timberland, sportivo come Nike, Adidas, insomma d’ordinanza, poi DKNY, Calvin Klein, abbigliamento per bambini (per la nostra nana cose assolutamente cool a prezzi incredibili). Fino al reparto food: corridoi e corridoi di vetrine per surgelati, banchi refrigerati per carne e pesce, vini dal mondo, e schifezze varie.

Fino all’ultimo reparto: il pharmacy. Poiché l’America è gigante, anche le semplici confezioni di Listerine non possono essere da meno. Ma ciò vale per qualunque altra confezione voi abbiate in mente: tutto over-size. E qui facciamo incetta di ogni vitamina possibile e immaginabile. Non resisto nemmeno io. Il fatto è che le medesime prese in Italia (e io le prendo tutti i mesi) sono un terzo e costano il doppio. Quindi le provo.

Alla cassa niente sacchetti, ma scatoloni: meno inquinanti e almeno il cartone delle confezioni viene riutilizzato. Good idea!

Dal Costco andiamo in un posto davvero tipico per questa zona: il GameTime, un bar (metà proprietà è di Thomas) in cui la fa da padrone il gioco delle freccette, i darts. Tutti ne vanno matti, molti lo praticano, pochi i professionisti. Resisto alla tentazione di mangiare un classico hamburger. Ma spilucchiamo giusto qualcosina. A cena ci aspettano gli avanzi della cena di Natale, che finalmente oggi posso gustare in pieno.

E l’italiano acchiappa. Qui praticamente non è che se ne vedano molti, quindi come mi aveva preannunciato LUI siamo davvero un’attrazione. Godiamoci le luci della ribalta.





Uazzamericanbois. Wake up America!!! (day 2, part 1)

28 12 2010

Milk and coffee - Photo by ViolaBlanca

From the windows - Photo by ViolaBlanca

La mattina successiva è inevitabile un nostro risveglio all’alba. Cerchiamo di poltrire un po’ nel letto, ma non è certo il poltrire classico, magari con un piedino fuori dal piumone. Nooooooo, operazione questa praticamente impossibile. Pena il congelamento immediato!

Quindi ci alziamo e basta. Mi faccio una doccia rigenerante. E rinasco. Basta non salire in camera che tutto va bene, la temperatura di sotto è decisamente accogliente, la stufa fa il suo sporco lavoro. Ma, per non sapere né leggere né scrivere, io la mia mantellina lavorata a maglia me la metto lo stesso, sopra al maglione. Non si sa mai, gli spifferi sono i padroni della casa. La porta della cucina poi è eccezionale perché il padrone di casa aveva notato che non si chiudeva bene così ha pensato bene di segare il sopra e il sotto. Peccato che la parte superiore non sia venuta molto dritta e l’aria gelida ha a disposizione almeno un paio di cm per entrare e visitare l’ambiente. Per non parlare del sotto…

Scolapasta... - Photo by ViolaBlanca

Calamita... - Photo by ViolaBlanca

Resto comunque favorevolmente impressionata. La casa è silente, Dinky e Thomas dormono ancora, ovviamente, e mi dedico a curiosare una tipica casa americana. Dalla finestra della cucina vedo dei prati incredibilmente verdi (e te credo, con tutta la pioggia che viene…) e mi rendo conto che siamo sì sulla highway, ma in campagna. La casa fa infatti parte di una proprietà molto grande, con tanto di fienile e un garage gigante in cui sono ricoverati i loro due quad con cui, d’estate, vanno al mare a scorazzare sulla spiaggia. Già, il mare non è lontano da qui, in Oregon il paesaggio è davvero variegato: monti, laghi, fiumi, foreste, costa e oceano. Ho sicuramente intenzione di vistare la costa perché Dinky dice che è pazzesca.

All’esterno della casa c’è anche un orto in cui d’estate la raccolta è ricca: pomodori, frutti di bosco, aromi, funghi, mele, pere, insalata…

La cucina è affascinante. Piena zeppa di qualunque cosa: vasi, vasetti alla finestra che dà sul retro. Un frigorifero gigante troneggia indisturbato e pieno di leccornie (pensavate schifezze, vero? Siamo in casa di 2 europei comunque…). Niente lavastoviglie (la lavastoviglie, osava dire una volta Thomas, era la Dinky… Ora non osa più!), ma una grande lavatrice con separata l’asciugatrice. Un tavolo in mezzo alla stanza contornato da sedie comodissime e alle spalle di questo una seconda stufa. La cucina, quella con i fuochi classici, qui non c’è: al suo posto le piastre elettriche. La loro accensione è immediata, così come, incredibile, quando si spengono il raffreddamento è istantaneo. O quasi. Una piccola libreria accoglie tanti libri di cucina, compresi quelli in lingua italiana. E poi mobiletti e pensili d’ordinanza, coltelli di varie dimensioni attaccati alla parete a grosse calamite e chi più ne ha, più ne metta.

La dispensa, invece, è all’esterno, come fosse una stanza ulteriore, ma riparata. Scaffali colmi di cibo e un grosso congelatore colmo di carne. Come mi spiega la Dinky parte di questa spesa proviene da piccole botteghe. Ecco cosa succede spessissimo. Thomas è austriaco e ama i Knödel. Una busta di Knödel costa 5$. Durante il trasporto, le consegne, succede spesso che le confezioni si danneggino per cui vengono ritirate dalla vendita tradizionale e svendute. Quindi, la stessa confezione di Knödel finisce per costare 25cents. Perché in America non si butta via nulla!

La carne costa poco (hanno spazi talmente vasti che l’allevamento non ha certo i costi europei) e viene acquistata in grosse quantità, messa sottovuoto e congelata. Ecco perché tutto quel ben di dio in congelatore. Poi la Dinky prepara anche ragù che congela e altre cose pronte così all’uso.

Quello che io ho invece scambiato per il flacone del detersivo è il classico bottiglione del latte (troppo ridere|) e le uova sono bianche. Insomma, tutto come da copione.





Uazzamericanbois. La cena di Natale (day 1, part 4)

28 12 2010

Per il nostro arrivo il pranzo di Natale è stato trasformato in cena. Quindi, dopo le chiacchiere in cucina, bicchieri di vino, birre a go-go, foto, risate, eccoci a tavola.

Dinky non si è certo limitata: prime rib roast (arrosto di beef) e spiral ham (ham al forno), accompagnati da purè di patate e crema di cavolfiore (stupenda!), con stuzzichini vari (fagottini di verdure, brie impanato e fritto accompagnato da marmellata di lingonberry, salumi vari con sottaceti).

Purtroppo siamo a pezzi, la stanchezza ormai ci si è aggrappata ovunque, LUI è anche febbricitante, quindi facciamo poco onore alla tavola. Anche quando arriva il dolce. Ben 3 torte tutte preparate con amore dalle sante manine della padrona di casa: sacher, figgy pudding, chocolate pecan pie. Padrona di casa che in tutto questo, non dimentichiamolo, ha metà sangue italiano che scorre nelle sue vene, come in quelle dei fratelli, poiché il padre era italiano. Quindi sa come mangiare, come cucinare e sa che mangiare a tavola insieme è un piacere, non solo per il palato.

Cosa che gli americani, gli altri, non conoscono. Infatti, una parte degli ospiti resta comodamente spetasciato sul divano di fronte alla tv, mentre noi ci accomodiamo a tavola. Anna mi spiega, di fronte al mio basimento, che per gli americani, per gli altri americani, è normale. Non per loro, considerato abbastanza inconcepibile. Il fatto è che in genere, mi dice, gli amici arrivano a casa tua verso le 4 del pomeriggio e iniziano a bere e a spiluccare, così all’ora di cena è normale saltare dopo aver gozzovigliato per tutto il pomeriggio. Sarà… Ma è una strana sensazione quella di cenare con gente che si fa gli affari suoi nella stessa stanza…

La nostra conversazione si sposta ovviamente sul come, sul perché, sul quando e sul dove. Il clima è davvero caloroso e accogliente.

Dinky oltre a non essersi risparmiata con la cucina, non lesina nemmeno sull’apparenza della tavola. Piatti meravigliosi, mi dice collezionati in anni e anni di giri tra i negozietti che svendevano vecchi servizi. Un ramo di pino tagliato dal loro albero di Natale addobba la tavola insieme a candele. La sala è poi corredata dall’albero e da una fondamentale stufa che scalda il piano terreno della casa.

Già il piano terreno…

Noi invece dormiamo di sopra, dove ci sono 3 stanze, di cui una da letto. Il gelo qui la fa da padrone. Una porta alla base delle scale resta sempre chiusa. Salendo i primi gradini il gelo ti si attacca addosso. Non esistono i caloriferi. Chi mi conosce sa che io odio il freddo, lo aborro, lo temo, ma ora non lo posso proprio evitare. Fa così freddo come io non ricordo di avere mai patito. Non oso nemmeno immaginare il momento in cui dovrò spogliarmi per entrare in quel letto.

Ma è giunto il momento. E opto per la soluzione migliore: calzamaglia e doppia maglietta. Sexy da morire, macchisenefrega!!! Crolliamo….





Uazzamericanbois. L’incontro (day 1, part 3)

27 12 2010

È Anna che ci viene a recuperare al bar. La vedo io per prima, senza sapere chi sia. Ma quando lei mi dice: “tu non sai chi sono io, ma io so chi sei tu”, un sorriso mi allarga il viso, LUI alza la testa e finalmente ecco l’abbraccio liberatorio. Baci, saluti, presentazioni (inutili, è come se conoscessi anche lei), e finalmente ci si avvia verso la casa di Dinky dove Sergio non sa assolutamente nulla. Quindi sarà una vera sorpresa. Il perfetto regalo di Natale.

Le strade qui in Oregon sono buissime, non esiste illuminazione stradale come da noi. Anna, che ci precede, guida come una forsennata (nonostante i limiti), perfettamente padrona della situazione: oscurità, pioggia, curve. È la sera di Natale, in giro non c’è praticamente nessuno. Noi in coda al SUV di Anna alla ricerca della destinazione finale.

Poi la meta.

Che non avremmo mai trovato, eravamo da tutt’altra parte.

Scesi dalla macchina entriamo quatti quatti in casa. Si entra nella cucina, separata dalla sala, da cui si ode il vociare di gente, da una tenda. Bene. Gli abbracci con la Dinky, la conoscenza, per me, del marito Thomas. LUI sta per entrare in casa facendo casino, lo zittiamo. Non può scoprirsi così…

Gli amici che affollano la sala vengono avvisati di stare in silenzio. Seduto sul divano, dando le spalle alla nostra entrata, di fronte ad un maxi-schermo che trasmette Il Signore degli Anelli, ecco la stazza non indifferente di Sergio. Muscoli di un airborne ranger che è stato il primo a mettere piede sul suolo afgano ai tempi della guerra. Muscoli forse sempre all’erta. Ecco il timore principale che ha LUI quando gli mette la mano sulla spalla. Sergio per fortuna si trattiene, gli tocca la mano e si alza. Lo guarda. Ci guarda e poi dice: “ma cosa ci fai qui?” e lo stringe.

È stato emozionante. Esserci e vederlo era emozionante. Un bellissimo regalo di Natale, la famiglia riunita.





Uazzamericanbois. On the road. Verso Albany (day 1, part 2)

26 12 2010

Iniziamo. Partiamo. Siamo on the road.

La jeep è fighissima, proporzionata alle strade, al tutto che ci circonda. Non da meno rispetto agli altri veicoli. Qui vedere una smart è impossibile. E stonerebbe.

Ecco quindi SUV, jeep, pick-up, trucks, oltre alla cadillac bianca. Corsie larghissime, velocità controllata. E guai a fare i furbi. LUI alla guida, io che osservo. Quasi rapita, sbalordita. Ci sono un sacco di alberi, pini, abeti, conifere insomma, il simbolo dell’Oregon. Nient’altro che natura.

Ci lasciamo le montagne di Portland alle spalle, andiamo a sud verso Albany. Prendiamo la route 84 per poi incrociare la 5 verso sud. Passiamo da Salem (non la Salem delle streghe, mi raccomando, quella è in un altro stato) e infine eccoci ad Albany.

Ma perché siamo qui?

Ad Albany e nei suoi dintorni vive la famiglia americana che LUI non vede da anni. Ma è una storia troppo lunga. E personale. Basti sapere che i personaggi sono 3 fratelli e una mamma.

Dinky vive ad Albany, Sergio a Portland e Anna a Corvallis. La loro mamma a Sweet Home. Tutti vicini, anche se qui le distanze sono tutta un’altra storia rispetto a quanto siamo abituati noi.

E ora la piccola serie di intoppi. Primo elemento a nostro sfavore: LUI ha solo l’indirizzo di Dinky, il numero di telefono era evidentemente un optional. Secondo elemento: non abbiamo il navigatore. Terzo elemento: qui nessuno conosce le vie. A parte la propria.

Quindi ci dobbiamo arrangiare. Arriviamo ad Albany alle 15,30 del pomeriggio (atterrati a Portland alle 12,30). Piove, fa freddo ed è già buio. E trovare quella strada è impossibile. L’ultima chance che abbiamo è il wi-fi. Di conseguenza, usare Skype per contattare Dinky. Dando per scontato che sia connessa.

Ci fermiamo quindi in un classicissimo bar americano a Corvallis e incrociamo le dita. E siamo fortunati. Ormai stremati dalla giornata il free wi-fi ci permette di essere recuperati al bar. Dopo un assaggio di onion rings… Così, tanto per gradire.





Uazzamericanbois!!! MPX – AMS – PDX, il viaggio (day 1, part 1)

26 12 2010

25 gennaio 2010, ore 6,45 am

Il risveglio dopo il breve pisolino post-cenone mi distrugge. Sto male, sono a pezzi e gli comunico “io non vengo!”. Al che LUI, che ci mette almeno una decina di minuti per capire chi è, dove è e perché esiste, drizza le manco fosse un grillo e mi risponde: “no, dai!”. Il patto è quindi, viste le mie precarie condizioni fisiche (su quelle psichiche passiamo oltre), di andare almeno a Malpensa e vedere se mi riprendo. Al limite il taxi mi riporterà a casa.

Ovviamente nessun taxi mi ha rispedita al mittente. L’attesa dell’imbarco mi ha vista per almeno un’ora orrendamente conficcata in una scomodissima sedia del nostro gate, dormiente, senza che gli eventi attorno mi toccassero minimante, senza che gli arrivi degli altri passeggeri mi disturbassero, senza, soprattutto, vedere i loro sguardi posarsi pietosamente su quella figura orrendamente accartocciata su se stessa. Che poi altre non ero che io…

Così in parte mi rianimo.

Sul volo della prima tratta (con KLM) io e LUI siamo separati, il volo è pieno zeppo. Concedo all’hostess di spostarmi vicino alle uscite di emergenza (cercava qualcuno disposto a farlo e in grado di capire l’inglese o l’olandese). La concessione avviene perché a Natale si è più buoni… E perché scopro che le file sono larghe e comodissime. Infatti non appena mi accomodo, infilo la mascherina,, allungo le gambe e adios. Riemergerò solo all’atterraggio ad Amsterdam.

E Schiphol è una vera scoperta. Sempre usato come destinazione finale, senza mai uno scalo, non abbiamo mai avuto la possibilità di scoprirne le infinite meraviglie. O forse è semplicemente l’atmosfera natalizia che lo avvolge a farcene scoprire un fascino insolito.

La tratta decisiva e finale ci porta quindi in Oregon, a Portland. I controlli al gate sono impressionanti, non li ricordavo così minuziosi quando siamo stati a New York.

Il pennellone che ci intervista ci fa le solite domande di rito: “qualcuno ha fatto i bagagli al posto nostro”, “quando li abbiamo chiusi”, “qualcuno ci ha dato qualcosa da portare“, “cosa andiamo a fare negli States”, “per quanto ci fermiamo”, “dove alloggeremo”… Tutto bene. Fino a quando sfoglia minuziosamente i nostri passaporti e vede il timbro del Marocco. La nostra macchia! “Dove siete stati?”, “perché ci siete andati?”, “quanto vi siete fermati?”… Non avrei mai pensato che quella meraviglia di Marrakech fosse così indigesta per gli States!

Liberi!

Ma liberi veri solo dopo essere passati attraverso il body scanner e una perquisizione corporale di quelle come si deve.

La Delta ci accompagna quindi verso l’Oregon, seguendo la tratta della Groenlandia. Brrrrrrrr!!! Il viaggio è quel che è: lungo, scomodo, infinito, uno strazio. Tanto più che dopo sole 2 settimane dal precedente volo sono ancora devastata. Comunque, anche la Delta si è ammodernata: monitor ad ogni seduta con film anche in italiano che possono iniziare quando desideri. E anche a questo giro mi sono vista “Eat, pray and love”.

L’atterraggio finalmente. I controlli di rito, il ritiro bagagli e la presa della nostra macchina da viaggio.

Siamo in Oregon, a Portland.

Welcome in the United States of America!





Blog chiuso per le vacanze di Natale 2010/2011…

23 12 2010





Letto per voi: “Mia suocera beve” di Diego De Silva. Ah, se si ride…

22 12 2010

Chi non lo conosce, dovrebbe conoscerlo. In un paese pieno di avvocati squali, l’avvocato Vincenzo Malinconico infatti è un avvocato di insuccesso davvero unico. Con quel nome, poi. Chi no lo conosce, tuttavia, dovrebbe provare ad ascoltare la sua voce che abita la scrittura davvero energica di un talento come Diego De Silva che lo ha creato. Dopo alcuni romanzi, Malinconico era comparso in Non avevo capito niente qualche anno fa ed è subito stato un successo.
Ora l’autore napoletano ripropone il personaggio di Vincenzo Malinconico In Mia suocera beve capita in un supermercato in cui s’è asserragliato un ingegnere disperato e incattivito, lo stesso che ha creato il sistema di sorveglianza e che sta per rapire un pregiudicato camorrista che ha ucciso per sbaglio il figlio dell’ingegnere e ogni settimana circola impunito tra gli scaffali alla ricerca del suo yogurt preferito. Questo borghese piccolo piccolo che è l’ingegnere attende da anni giustizia per il figlio e decide di farsela da solo.
Per questo con in mano una pistola inchioda l’accusato e il suo avvocato, per l’appunto Malinconico. Li sequestra e li caccia a forza dentro una storia più grande di tutti. Arriveranno le televisioni e dal circuito chiuso del supermercato irradieranno nell’aperto dell’agorà televisivo questo il “Processo in diretta” al camorrista, una sorta di reality della giustizia. Là dove la giustizia ha fallito, l’unica chance è la tv.
Il mondo attorno è quello dei mostri della contemporaneità che tutti conosciamo. E così eccola la folla, i carabinieri, le giornaliste bonazze o ignoranti dei programmi del pomeriggio, e in questo lento procedere della tensione, Malinconico fa come suo solito digressioni, comiche e ridicole su temi serissimi come anche al contrario esercizi filosofici. Malinconico – e De Silva – è il re della parentesi virtuosa, in un flusso di coscienza inarrestabile, in cui c’è spazio per rievocare quel che non va con la fidanzata, i suoi rapporti con la ex moglie, i figli e soprattutto l’adorata suocera, che ama il whisky per dimenticare il tumore, eppure non perde mai la lucidità sulle cose dell’amore battendolo regolarmente come in una sfida dialettica che tiene assieme al loro amicizia sincera.





Letto per voi: “Spooner” di Pete Dexter. C’era una volta il grande romanzo americano…

22 12 2010

Spooner è una storia epica e rocambolesca, profonda e toccante, un’autobiografia mascherata che ha per protagonista il più irresistibile antieroe degli ultimi anni.
Il suo autore, Pete Dexter, ritorna con una storia raccontata in terza persona e ambientata in una piccola cittadina della Georgia, con un protagonista, Warren Whitlow Spooner, orfano di padre e unico sopravvissuto di una coppia di gemelli. Particolare questo non irrilevante perché, anche da morto, il fratello gemello sarà sempre presente nella sua vita e, in particolar modo, in quella di sua madre.
Al centro del romanzo il rapporto tra Spooner e il suo patrigno, Calmer Thorson, che ha sostituito in tutto e per tutto la figura del padre del ragazzo, morto poco dopo la sua nascita. Calmer e Spooner non potrebbero essere più diversi, calmo e serafico il primo (come suggerisce il suo stesso nome), irrequieto e sempre alla ricerca di nuovi guai il secondo. Questo anziché rappresentare un elemento di divisione, sarà il collante che unirà per tutta la vita l’ex Comandante di Marina, Calmer, al futuro giornalista, giocatore di baseball e scrittore, Spooner.
Se la vita è una valle di lacrime, Spooner è uno di quelli che ne ha piante tante e ne ha fatto piangere una buona parte. Alla chiusura del romanzo resta nel lettore una figura che invita alla tenerezza, perdonandogli quell’istintività ribelle, anzi, amandolo di più proprio per questo.








Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.