Blog chiuso per… Party a Marrakech!

26 01 2011





Uazzamericanbois. A Portland. Le sorprese non finiscono mai… Nemmeno all’ultimo giorno. (day 9)

26 01 2011

Oggi è il giorno in cui ci trasferiamo a Portland da Sergio. Per stare con lui, per far sì che ci mostri la sua adorata Portland, per avvicinarci all’idea della partenza (e all’aeroporto).

Poiché, come potete ben sospettare, la quantità di shopping fatta è fuori da ogni umana possibilità, abbiamo assolutamente bisogno di un’altra valigia. Eccoci quindi accompagnati dalla Dinky di nuovo alla Metro americana, quindi Costco. Ed ecco un altro vero affare: un borsone dalle mille zip, dalle mille tasche e dalle mille aperture, con tanto di rotelle, a 36,00$. Borsa grande, prezzo piccolo!

Via a casa a fare quindi i bagagli. Mettiamo a posto la nostra camera, ex-ghiacciaia, via le lenzuola, via gli asciugamani, e arriva il momento dei saluti. Che con la Dinky si risolveranno domani quando verrà a Portland (lei nella città che detesta, solo per noi…), quindi baci e abbracci al Thomas, che si alza giusto per aiutarci a caricare la jeep. E poi il momento dei saluti con il mio Zeus… lui che capisce che a breve ci sarà il distacco, io che gli accarezzo le zampone e gli bacio la testa, lui che mi guarda con lo sguardo che solo i cani sanno avere, io che è meglio che levi le tende. Ecco!

albany-beaverton

Via, verso Portland.

Il navigatore che ci ha lasciato la Dinky ci porta tranquillamente da Sergio, a Beaverton. Che abita in un condominio chiamato Willow Grove, in un appartamento molto carino. Con giardino di fronte ai suoi finestroni e vista sulla piscina (quindi sulle ragazze in bikini durante l’estate!).

www.apartmentsearch.com

Mollati i bagagli usciamo subito per non perdere tempo. E poiché LUI non ne ha abbastanza dello shopping da A&F, scendiamo in downtown.

Them... - Photo by ViolaBlanca

La strada che percorriamo è bellissima, perché sale su una montagna da Beavorton e scende direttamente a Portland. Oggi il cielo è di un blu incredibile e fa freddissimo. E Sergio come è vestito? Al solito, con la sua tenuta da fuori-ufficio: felpa, calzoncini e sneakers. Mi sorprendo ogni volta.

Mount Hood...far, far away - Photo by ViolaBlanca

Lungo la strada attraversiamo un prato immenso che scopro essere un cimitero. Cerco di scattare delle foto, ma dalla macchina… nemmeno le foto scattate per immortalare il monte Hood che si erge lontanissimo dinanzi a noi riescono granché…

 

Arriving in Portland - Photo by ViolaBlanca

PGE Park - Photo by ViolaBlanca

E poi la strada scende e si apre su Portland. Sul suo grattacielo più alto che è il luogo di lavoro di Sergio (dove fa, ricordo, il programmatore). Il giro che ci fa fare ci porta fino a downtown, passando per lo stadio del PGE Park che viene rimesso a lucido per ospitare le partite dei Portland Timbers, la squadra di soccer della città. Molto popolare, molto sentiti.

Parking - Photo by ViolaBlanca

Ma ora è il momento di parcheggiare. Ci fermiamo quindi ad un parking in downtown, dietro ad Abercrombie, poiché LUI è in crisi di astinenza e non può assolutamente partire senza aver fatto degli ultimi acquisti. LUI è peggio di me.

E una volta parcheggiato facciamo il giro dell’isolato che ci porta nella zona dello shopping. Resto folgorata. Portland è una New York in miniatura. Cosa che probabilmente accade per moltissime città degli States, ma rendetevi conto, noi arriviamo dalla campagna (Albany) e dall’oceano (Pacifico). Qui è tutta un’altra storia. Palazzi alti, grattacieli, curati, isolati, insomma cemento. Una Park Avenue persino qui.

Park Avenue... In Portland - Photo by ViolaBlanca

E poi ancora scale antincendio, sole che incendia di rosso i palazzi (per restare in tema con le scale), e lo Starbucks da città. Tutto perfetto.

Burning sun - Photo by ViolaBlanca

E poi i negozi. Quei negozi. Ed eccolo: A&F, a cui scatto la solita foto di routine e, al solito, mi viene detto che non si può. Peccato, già scattata. Dopo che LUI l’ha praticamente svaligiato almeno una foto è dovuta, perdinci!

A&F - Photo by ViolaBlanca

Di nuovo sulla strada, ragazzi che suonano con ogni mezzo a loro disposizione. Il tram con la scritta Oregon sulla fiancata. E i taxi gialli. Che sogno…

In downtown - Photo by ViolaBlanca

In downtown - Photo by ViolaBlanca

Da qui ci dirigiamo sull’Willamette River, con i suoi ponti che si alzano per il passaggio delle navi. Al tramonto è tutto molto suggestivo.

Willamette River - Photo by ViolaBlanca

Lo sapevate che Portland è la città delle rose? L’evento più famoso della città infatti è il Portland Rose Festival, che dura da fine maggio a giugno inoltrato. Il festival, che ha una lunga tradizione, celebra Portland “la Città delle Rose”. Durante l’evento vengono organizzati concerti, spettacoli musicali e la Grand Floral Parade, che attraversa tutta la città con i suoi bellissimi carri fioriti.

Dopo un breve giretto a piedi (breve perché Sergio ammette di avere freddo e gli scappa pipì), ritorniamo in macchina e ci dirigiamo ora verso il pearl district, zona di locali e localini, tra cui la brewery in cui ci vuole portare.

Ma prima altra annotazione sull’abbigliamento. Anche qui avvistate 2 femmine con maniche corte (CORTE!) a spasso per downtown. E una l’ho notata per il sacchetto rosa molto glam che aveva con sé… il sacchetto di Juicy Couture, che mi sono persa, mannaggia!).

Deschutes Brewery - Photo by ViolaBlanca

Beer - Photo by ViolaBlanca

La brewery in questione si chiama Deschutes Brewery. Con la zona di produzione separata dalla vetrata e poi tanti tavoli per poter gustare le tipologie offerte. Sergio assaggia una birra a diversi “invecchiamenti”, mentre io, dopo aver provato la loro classica, ma averla trovata un po’ amarognola, mi butto su una speciale fatta con le scorze di arancia. Ma che di arancia non sapeva assolutamente, per fortuna aggiungerei. Non ci siamo certi fatti mancare un accompagnamento solido (quello che praticamente ci ha rovinato la cena): le Thai Wings Of Fire, null’altro che quello che chiamano ali di pollo. Che poi altro non sono che coscettine di pollo. Super!

Altro lo sapevate che. Vale a dire che un’altra manifestazione da non perdere è l’Oregon Brewers Festival, che ha luogo a luglio. Le 72 migliori birre artigianali del paese si incontrano. Per poterle provare tutte.

Ritorniamo ora in downtown per andare a cena. Sergio si è fato aiutare dagli amici per scegliere la migliore steakhouse della città. Che pare essere la Ringside Steakhouse. Peccato solo che non avessimo davvero più fame. Ce ne torniamo quindi verso Beaverton con le nostre 3 doggy-bags. Ho già in mente di preparare una cena sontuosa per il gatto di casa.

Ma prima di andare a nanna dobbiamo passare in un market dove Sergio deve ritirare la sua dose settimanale di bagels. Così ho l’occasione di curiosare anche qui…

A casa Sergio mi dice che ha acceso il riscaldamento dalle 8 della mattina, just for me! E io apprezzo così tanto che mi faccio pure accendere la coperta elettrica che scalda i piedini. Questa sì che si chiama calore!

Buonanotte. Domani si parte.





Letto in ANTEPRIMA per voi: “Kerbala” di Jacques Charmelot. Diventato uno dei miei libri preferiti.

24 01 2011

Il libro che prenderete in mano e di cui aprirete le prime pagine sarà una scoperta farcita di rivelazione. A guidarvi l’autore, un reporter di prima linea, impegnato da anni sui fronti più caldi: Jacques Charmelot che con il suo Kerbala conduce dove i fatti sembrano così veri perché sono veri.
Nel Prologo vi troverete in una sera di tredici secoli fa, nel deserto di Kerbala, dopo una battaglia decisiva per il destino dell’Islam e la storia del mondo. Alla fine della pagina la vostra attenzione sarà attirata da un piccolo oggetto, a un primo sguardo insignificante, ma che contiene un segreto di importanza cruciale.
Poi nel primo giorno degli avvenimenti narrati nel libro vi troverete contemporaneamente in due luoghi: precipiterete nell’inferno dell’Iraq dei nostri giorni, nel cuore di una sparatoria, in una scena piena di adrenalina e di misteri che attendono solo di essere svelati. Nello stesso giorno, dopo avrete schivato le pallottole, volerete a Washington al piano terra della Casa Bianca, nella sala operativa del Secret Service.
Su ogni scena un personaggio. Quello che resta del figlio di Ali e Fatima, il nipote del Profeta il 10 ottobre 680 a Kerbala. Nel disastro del mercato di via di Kifah, a Baghdad, l’occhio indagatore di un drone scorge il viso di una donna nell’atto di rimettersi il velo. A Washington l’uomo chiamato “per porre la propria esperienza al servizio dell’enorme macchina allestita dall’amministrazione Bush per combattere un nemico senza forma e senza volto, ma che aveva un nome: terrorismo“.
Se siete stati e siete tuttora dei lettori indifferenti o quantomeno che prendono le distanze da una guerra che avviene lontano dalla quotidianità, se non avete mai approfondito cos’è l’Iraq e la sua popolazione, se avete avuto curiosità sull’operato effettivo del Presidente degli Stati Uniti, Kerbala scioglierà ogni dubbio. E vi intrigherà talmente che non potrete fare a meno di volerne sapere di più.

(pubblicato su bol.it)





Il mio Speciale sul Giorno della Memoria. 27 gennaio 2011. Le valigie di Auschwitz, di Daniela Palumbo (premio il Battello a Vapore)

23 01 2011

Nulla è più sconvolgente della guerra. Nulla lo è stato più dell’eliminazione in massa degli ebrei per volere di un solo uomo. Che lo aveva deciso. Che aveva deciso che così doveva essere. Perché era giusto. Ma nulla, davvero, è più atroce di una moria in cui le vittime sono annichilite e impotenti. Di fronte alla crudeltà, di fronte ad una forza distruttrice che non ha paragoni.
Se doveste mai fare una visita al campo di sterminio di Auschwitz, in questo venichtungslager, non potrete non rimanere colpiti dalla stanza 4 del blocco 5. Dietro la cui vetrata si erge una montagna. Quella dei nomi e dei cognomi, quella delle città e delle vie scritte in tutta fretta. Con la segreta speranza, l’incosciente e la cosciente consapevolezza del non-ritorno. La montagna di valigie dei deportati nel campo. Quelli che appena arrivati venivano subito eliminati perché considerati più deboli dei deboli. Così, senza un vero perché, senza una vera ragione. Solo perchè diversi. Questa è la storia raccontata da Daniela Palumbo nel suo Le valigie di Auschwitz. Attraverso racconti e testimonianze. “Ho saputo che è esistito un tempo in cui dei bambini venivano costretti a partire con una valigia riempita in fretta, per una destinazione che non conoscevano e non facevano ritorno a casa, mai più”. Le storie racchiuse in questo libro sono la traccia di un passaggio. Quello di 5 bambini: Carlo, Hannah, Jakob, Dawid, Emeline. Ognuno con la propria dolorosa quotidianità e accompagnata da un viaggio nella sofferenza della diversità. Ma che va ricordata e raccontata. “Il luogo che conserva la memoria di quei bambini e delle loro piccole valigie , si chiama Auschwitz”.
Le valigie di Auschwitz è la storia di questi bambini che innocenti vittime hanno percorso un breve tratto della loro vita. Alcuni l’hanno proseguita. Altri si sono persi per sempre.
Per tutti il comun denominatore è una stella. Quella gialla della diversità. Quella luminosa che brilla nel cielo e che ce li fa ricordare.
Purtroppo sempre troppo poco. Purtroppo sempre più raramente.
Ecco il motivo per cui esistono libri come questo. Per mantenere questo scintillio vivo. Brillante.
Le valigie di Auschwitz ha vinto il Premio Letterario Il Battello a Vapore, dedicato a romanzi inediti per ragazzi e indetto dalle Edizioni Piemme.

“In questo libro racconterò una storia, anzi più storie, di bambini che sono esistiti tanti anni fa, quando non ero ancora nata”. Dove ha sentito le storie di questi cinque bambini?
Le storie narrate ne Le valigie di Auschwitz sono frutto di invenzione letteraria. Eppure sono vere. Sono vere nella misura in cui la scrittura, il raccontare le storie della vita, permette allo scrittore di dare corpo e anima all’umanità rarefatta (in questo caso) che è nei libri di storia, nei ricordi dei testimoni, nella didascalie di una foto. Sono vere perché Jakob, Hannah, Carlo, Emeline e Dawid, rappresentano tutti quei bambini che sono scesi dal treno ad Auschwitz e sono stati messi nella fila degli inutili: quella che andava direttamente alle docce, ovvero nelle camere a gas e ai forni. I tedeschi chiamavano i prigionieri dei lager haftling che vuol dire pezzo. I pezzi inutili erano tutti i bambini fino ai 13 anni, perché non potevano lavorare e venivano immediatamente gasati.

Scrivere per non dimenticare o scrivere per insegnare?
Scrivere per non dimenticare. La shoah non riguarda solo gli ebrei, ma l’umanità tutta. Perché è una pagina della Storia che ha segnato un confine: dopo Auschwitz è come se l’umanità avesse perso l’innocenza, non abbiamo più potuto rappresentarci allo stesso modo. È come se il peso di quell’insensata catastrofe sia dentro tutti noi. L’uomo, ieri e oggi e domani, dovrà sempre tremare di vergogna conoscendo la verità perché, come ha scritto Primo Levi, se è accaduto una volta, può riaccadere. Il silenzio e l’indifferenza, solo in parte giustificati con la paura che il regime nazista incuteva, sono stati complici del sistema-lager. Moltissimi sapevano ma potevano fare finta di non sapere perché i tedeschi cercavano di nascondere la verità. E allora la memoria è consapevolezza, l’ignoranza è viltà. E oggi che stanno scomparendo i testimoni diretti assumono sempre più importanza due cose: gli oggetti dei prigionieri, come le Valigie, dove sono scritti indelebilmente nomi e cognomi di chi è esistito, prima di essere inghiottito ad Auschwitz. E le persone, non solo di origine ebraica, che credono nel passaggio del testimone: sapere e raccontare, anche senza aver vissuto, diventa un’assunzione di responsabilità di fronte alla ferita insanabile subita da un’umanità inerme. Ma è anche un atto di responsabilità verso le generazioni future: che non possano mai dire, io non c’entro, non mi riguarda.

Quanto può essere dolorosa una scrittura sul tema dell’Olocausto?
C’è un dolore privato in cui metti in gioco la tua sensibilità, la tua formazione, la storia personale di essere umano, di donna, di madre anche. E c’è un dolore più profondo forse, il dolore dell’appartenenza a un’umanità che ha potuto strappare i figli dalle madri per gettarli nei forni. Poi tornare a casa, suonare il pianoforte con i figli accanto, portare fiori alla moglie, mettere la mantella al cane per la pioggia, accompagnare a scuola i figli e, finiti i giorni di congedo, tornare sereno al lavoro, nel lager.

(pubblicato su bol.it)





Involtini di verza

22 01 2011

Involtini di verza - Photo & Creation by ViolaBlanca

Ingredienti:

7 foglie di verza

150g di trita scelta

100g di salsicce di suino

1 cipolla

1/2 scalogno

1 uovo

pangrattato q.b.

parmigiano q.b.

olio d’oliva

sale

pepe

noce moscata

concentrato di pomodoro

Soffriggere la trita e la salsiccia con olio, lo scalogno e la cipolla. La salsiccia va liberata dal budello (che darete al gatto e lo renderete felicissimo) e schiacciata con la forchetta. Una volta cotto, spegnete e fate raffreddare.

Mettere poi in una ciotola il pangrattato, il parmigiano (sempre 2 cucchiai in più rispetto al pangrattato), l’uovo. Aggiungere anche la carne cotta e dosare in pepe e noce moscata. Lavorare con le mani fino a creare un impasto compatto.

Sbollentare le foglie di verza e lasciare raffreddare.

Riempire le foglie con l’impasto preparato e chiudere con il filo alimentare.

Mettere gli involtini in una padella con olio, una spruzzata di vino bianco. Evaporato quest’ultimo aggiungere un po’ d’acqua (io stempero anche una piccola dose di brodo granulare) e concentrato di pomodoro. Far cuocere 15-20 minuti circa con il coperchio.

(Fonti e Ringraziamenti per l’ispirazione: BioExpress e Gustoblog)





Mazzancolle al limone

22 01 2011

Ingredienti:

500 gr mazzancolle

2 limoni naturali

2 cucchiai di amido di mais

sale q.b.

prezzemolo

Queste le dosi della ricetta da cui sono partita. Ma nel mio caso le quantità erano differenti. Le riporto nel caso vi troviate anche voi con una porzione o poco più.

200 gr mazzancolle

1 limone naturale

2 cucchiaini di amido di mais

sale q.b.

Prendete le mazzancolle, quelle grigie, e saltatele in padella fino a che non diventano belle arancioni.
Se mangiate tutto e lasciate solo la coda, preparate così; se invece le preferite senza crosticina, allora toglietele dalla padella e senza scottarvi pulitele, lasciando la coda attaccata per facilitare la presa.
Rimettete sul fuoco, scaldate un attimo, e intanto a parte spremete il limone, aggiungete un pizzico di sale e due cucchiaini di amido di mais.
Stemperate il tutto, e versate sulle mazzancolle direttamete in padella.
A fuoco alto girate il tutto fino a che si forma una bella cremina densa che avvolge il pesce.
Spegnete e aggiungete un po’ di prezzemolo tritato.

Note: Per chi non lo sapesse, l’amido di mais è comunemente detto maizena. Io sono partita con due cucchiaini iniziali, ma ne ho poi dovuti aggiungere altri due, poichè il limone che avevo utilizzato era molto succoso, quindi avevo una quantità di limone abboondante. E il prezzemolo non l’ho messo. Aborro il prezzemolo…

Facile, veloce, gustosa.

(Fonti e Ringraziamenti per l’ispirazione: PetitChef)





Uazzamericanbois. New year’s day. Nostalgia, nostalgia canaglia… (day 8)

21 01 2011

Oggi mi sveglio sversa. Ma sversa vera.

Dopo che mi sono docciata, mi vesto, ma mi rimetto a letto.

E ci sto fino alle 13,30, tra un dormiveglia e l’altro.

Mi manca la mia bambina. Mi manca casa…

Ma non posso farci nulla. Mancano solo due giorni alla partenza. L’averla sentita l’ultima volta un po’ triste (solo perché, forse per la prima volta in vita sua la nonna l’aveva sgridata) mi ha fatto male. La mia bambina…

Forse un caffé è quel che ci vuole.

Mentre LUI e Sergio sono fuori (al gelo vero oggi!) a sparare (sì, il tiro al bersaglio sull’albero), io scendo e mi bevo la prima tazza. Strana questa giornata. Il primo dell’anno iniziato così non va affatto bene. Ecchepalle!

Them... - Photo by ViolaBlanca

Dopo gli spari è la volta del giro sul quad. Dinky e Thomas ne hanno due nel box e LUI non resiste. Inforcati gli occhialini a maschera e il caschetto eccoli partire, con un casino infernale, in direzione del cimitero che sta nella strada qui vicino. Nel frattempo, anche io e la Dinky ci avviamo a piedi.

Sì, mi piacciono i cimiteri. A maggior ragione ne voglio vedere uno americano. Non avranno storia, ma sono comunque curiosa. E resterò colpita.

Oggi fa davvero freddo. C’è il sole, ma l’aria è gelida. Sulla strada verso il cimitero vediamo venirci incontro i due quad. Man mano che si avvicinano mi rendo conto che Sergio ha la sua abituale tenuta: felpa e calzoncini al ginocchio. Sono sconvolta, ma come diavolo fa? Il suo poi non è un caso isolato: sono in molti ad usare i calzoncini, ad andare in giro in ciabatte (sì, proprio in ciabatte, senza calze e al gelo!), senza giacca. Noi siamo anche in questo l’eccezione: bardati fin nelle mutande, impensabile non mettersi la giacca. Figuriamoci il resto. Siamo proprio due mondi diversi.

Ah, ve l’ho già detto che quelli (che sono poi più donne, ne ho viste ben 2 in momenti diversi) che vanno al market in pigiama ci sono davvero? La Dinky ha ammesso che una volta ci è andata pure lei (era mattina presto, stava cucinando e le mancava un ingrediente…). Vestirsi? Giammai, infilarsi le scarpe e via andare! Molto più sbrigativo. Ecchissenefrega se i pantaloni indossati sono a fiorellini e farfalline…

Santiam Central Cemetery - Photo by ViolaBlanca

Cemetery hours - Photo by ViolaBlanca

Arrivate al cimitero osservo subito due cose.

La prima è che attaccato al cancelletto di ingresso c’è una grossa fattoria. Abitata, naturalmente. Signori e signore, ecco a voi il custode del cimitero.

La seconda sono le dimensioni e la tipologia di questo cimitero. Piccolo, molto piccolo e avevo temporaneamente rimosso che non esistono, in molti di questi, vialetti di accesso, insomma dei camminamenti veri e propri. Solo lapidi, niente di trascendentale, erba e erba. Mi fa un certo effetto non sapere bene dove camminare. E non sono di sicuro la persona più devota e professante di questo mondo, ma non posso fare a meno di provare rispetto per i cimiteri e per coloro che qui riposano. Almeno ci provano.

Tombstone - Photo by ViolaBlanca

Tombstone - Photo by ViolaBlanca

E poi ecco le lapidi… Del secolo scorso. E sono affascinata. La Dinky mi dice che una tra le tante cose che fanno lei e la Diana c’è quella di usare il carboncino per ricopiare con il ricalco le lapidi. E in questo non lo hanno ancora mai fatto. Forse non si rendeva conto nemmeno lei che ci fosse “un po’ di storia” qui dentro.

Coastal - Photo by ViolaBlanca

Rientrate a casa prendiamo la macchina e mi porta, finalmente, da Coastal. Null’altro che la casa del vero cowboy! Ci dovevamo venire sin dal primo giorno, ma poi, tra una cosa e l’altra… Un luogo che davvero non capita spesso di vedere. Figuriamoci di comprarci!

Devo assolutamente avere un paio di jeans da rodeo e un paio di stivali da cowboy/cowgirl che dir si voglia. Sembro impazzita.

Ma poi rinsavisco. Perché il modello di jeans da rodeo che avevo in mente io era un po’ diverso. Già, da grande frequentatrice di rodei (???) avevo in mente una roba più o meno simile ai pantaloni a zampa con magari dei luccichini (ecco, magari come quelli del musical Mamma Mia!). Invece mi ritrovo davanti dei normalissimi pantaloni, per giunta della Wrangler. Ci manca solo che compro un altro paio di jeans, poi della Wrangler! Io che già mi vedevo con qualcosa di assolutamente particolare ed eccentrico. Resto abbacchiata.

Allora mi butto sugli stivali. Ah, qui me ne frego. La Dinky che mi monta: “non li avrà nessuno a Milano!”. Poi li vedo. Tutti. E capisco. Ettecredo che non li avrà nessuno: sono terribili! Abbandonate ogni velleità stivalesca e pensate invece ad un paio di scarpe antinfortunistiche. Fatto? Bene, ci siete. Qui il cowboy, che poi non è altro che un red-neck (ricordate?) non ha mica tempo da perdere in smancierie e fashionerie. No, qui si lavora. Quindi ci si deve proteggere. E voi che pensavate alla punta “a punta”, al tacchetto quello lì, al cuoio e alla suola di cuoio. Non ci siamo, qui la suola è di gomma, un carrarmato (insomma, se piove sempre…), la punta è arrotondata e “rinforzata”, capito? Rinforzata! Non ci siamo.

Vediamo gli stivaletti per la nana? Ci proviamo? Dai.

E qui, folgorazione, sublime visione. Come resistere di fronte ad un paio di adorabili Durango rosa??? Non posso.

Durango Kid's Pink Rhinestone Western Boot

Ma poiché il magazzino offre tanto cerco di scovare qualcosa. Il cappello da cowgirl? Altro giro. Una cintura? Molto cowgirl, ma niente misura. Mi accontento di una maglietta con due pistole incrociate, una robetta così…

Coastal - Photo by ViolaBlanca

Coastal - Photo by ViolaBlanca

Lazi (Coastal) - Photo by ViolaBlanca

E poi posso gustarmi la parte riservata e dedicata ai cavalli: selle (e che selle…), ferri, guanti, lacci, sottopancia, redini, morsi, frustini, staffe, e lazi. Io che avevo sempre pensato al lazo come ad una corda normale, molle diciamo, mi sono dovuta ricredere. Il lazo è un’insieme di fibre rigide (ecco perché entra nella testa del cavallo con tanta facilità…tzé!).

Poi, andando verso le casse, un “sano” quanto “strano” oltre che “schifoso” alimento per cani: pig ears. Sì, letto bene: orecchie di maiale. No comment.

 

Pig ears (Coastal) - Photo by ViolaBlanca

Pig ears (Coastal) - Photo by ViolaBlanca

Via a casa, stasera Thomas ci cucina la t-bone al BBQ. E, sebbene lui continui a chiamare la mia “shoe sole”, è stata la carne più buona della mia vita. Forse. Molto probabilmente. Quasi sicuramente. Thanks Thomas, my shoe sole was perfect!





Sunshine Award 2011… SeTuttoFosseViola nominato!

19 01 2011

…E vorrei ringraziare soprattutto il blog di Carla Casazza per avermi nominata…

Che emozione, la giornata non poteva certo proseguire meglio! Iniziata bene (faticando e lottando contro la mia riluttanza alla palestra, ma uscendone poi soddisfatta), proseguita davvero alla grande.

Che cos’è il Sunshine Award? E’ un premio virtuale, da assegnare ai siti e blog – in particolare letterari e culturali, ma non solo – che riteniamo più interessanti e a cui assegniamo quindi il nostro personale raggio di sole.

Dopo quasi due anni di parole, di immagini accompagnate dalle emozioni dei viaggi, delle letture, di vita vera e quotidiana spiattellata qui, ai quattro venti, e ai fedeli-fedelissimi, essere nominata non è solo una grande soddisfazione. E’ la più gradita ricompensa a tutto questo, alla passione che mi spinge quotidianamente a portare avanti quello che pare so fare. Buttare giù parole. Per mettere insieme, molto spesso, sogni a disposizione di altri.

Grazie.

E adesso? Quando si riceve questo premio si deve:

* Ringraziare coloro che ci hanno premiato.

* Scrivere un post per il premio.

* Passarlo a 12 blog che riteniamo meritevoli.

* Inserire il link di ciascuno dei blog che abbiamo scelto.

* Dirlo ai premiati.

E allora ecco la mia scelta (difficile, difficilissima e rigorosamente in ordine sparsissimo!):

BookAvenue

Formentera non Esiste

Pensoscrivo

Carta e Calamaio

Isabella Paglia

Bakelite

Chiara Patarino

Stefania Nascimbeni

Francesca Bellino

Messaggio in bottiglia

Minimetal

Aria Fritta





Uazzamericanbois. New year’s eve. (day 7, part 2)

13 01 2011

Ed eccoci alla serata ambita da tutto il mondo. Non da noi, per fortuna uniti e unanimi sull’idea che dell’ultimo dell’anno proprio non ce ne frega nulla. Tanto lo scopo che ha LUI ogni anno, e che ogni anno mi tocca sopportare, è ampiamente raggiunto. Vale a dire non stare in casa nostra perché, così LUI dice, gli porta sfiga. Immaginate la mia agonia ogni 31 dicembre dover essere fuori casa (a meno di non essere nel bel mezzo di qualche viaggio, sia chiaro!).

Ora siamo abbastanza lontani da casa, LUI non può certo lamentarsi…

E la serata in casa non è certo all’insegna dei ricchi premi e cotillon. Grazie al cielo! La Dinky ha preparato le lenticchie, questo sì. Ma le ho impedito di cucinare il cotechino che le abbiamo portato dall’Italia (come nella migliore tradizione da emigrante!): che se lo gustino loro un’altra volta, noi abbiamo sempre e comunque la possibilità di mangiarlo.

E poi ci sono le ostriche…

Ma poiché facciamo le cose con estrema calma, attendiamo Sergio e, nel frattempo, si gioca a burraco (importato anche qui da noi) e si aggiorna il Diario di Bordo.

Ovviamente la televisione è accesa ed è sintonizzata su un canale in cui trasmettono sempre reality.

Altra cosa sconvolgente: l’America, dopo essere la patria del tutto big-size, della fobia per le malattie, è anche la patria dei reality. Ce n’è per tutti i gusti, ad ogni ora. Impressionante! Il canale dedicato è A&E e, tra le altre cose, trasmette per esempio:

- Le prime 48 ore (The first 48), in cui l’importanza delle prime 48 ore nell’ambito di un caso di omicidio (ma non solo) sono importantissime al fine delle indagini

- Obsessed, in cui sono messe a nudo tutte le fobie possibili e impossibili, immaginabili e inimmaginabili

- Heavy, in cui obesi veri vengono sottoposti ad esercizi fisici, insomma a dieta

- Intervention, in cui si raccontano storie di dipendenza dalla droga, dall’alcol o da comportamenti compulsivi che hanno condotto i protagonisti al punto di estraniarsi da amici e familiari.

E poi ancora il reality sull’apertura di uno storage dopo anni e i tesori conservati al suo interno; il reality sul carro attrezzi che arriva a tirare fuori da un impiccio un auto, ma quando arriva il momento di pagare l’uscita il proprietario dell’auto in questione non vuole pagare; oppure ancora il reality sui ragazzi che provano l’esperienza della prigione per una notte…

Insomma, avete capito: per tutti i gusti.

E mentre parlo con la Dinky di uno di questi, Intervention, eccola spiegarmi del suo lavoro. Perché inerente. E questa proprio non ve la potete perdere.

La Dinky fa l’assistente sociale. Che vuol dire tutto e niente.

Ha a che fare con una piaga terribile: meth, crystal meth. La metanfetamina. Una droga terribile, sintetizzata da cose inaudite nonché assurde (tra cui l’alcol, la testa dei fiammiferi, l’acido delle pile). Diffusa, diffusissima negli USA, ma non solo. E dalle conseguenze atroci. Non tanto per i coglionazzi che la sintetizzano (in casa, altamente instabile e infiammabile), quanto per i poveri bambini che si trovano ad avere questi genitori. La contaminazione ambientale è così terribile che vi risparmio gli effetti sui corpi dei malcapitati. Se avete sangue freddo e curiosità di sapere come ci si può ridurre guardate pure queste immagini (qui).

Cosa fa l’ufficio della Dinky. Le foto che mi mostra sono davvero agghiaccianti. Soprattutto sapere che i poliziotti devono intervenire coperti da capo a piedi con una tuta speciale per evitare la contaminazione. I bambini vengono prelevati da queste case, sottratti a questi folli, avvolti in una coperta e consegnati all’assistenza sociale. Quindi alla Dinky che resta fuori da queste case.

Suo compito è trovare loro un affido e fare i modo che non si vengano più a trovare in queste situazioni.

I bambini, piccoli, piccolissimi, ma anche adolescenti, vengono subito portati presso la famiglia affidataria che provvederà alla loro cura. Nel giro poi di una settimana, massimo due, gli assistenti sono in grado di capire se la situazione è recuperabile, quindi se i genitori naturali sono collaborativi e disposti alla disintossicazione, oppure se si tratta di una causa persa. In quel caso il minore viene adottato.

Le chiedo quante volte le capita di andare a prelevare questi bambini.

La risposta è più agghiacciante della descrizione del tutto: ogni giorno!

Dopo questa doccia fredda arriva anche Sergio che si unisce al tavolo di burraco. Ha la faccia stravolta. E tornato da poco da una notte (e una mattinata) accampato alla Molella Forest. Il pazzo è andato a fare snow-camping. E ha sbevazzato un po’…

Oysters for New year's eve - Photo by ViolaBlanca

Ad un certo punto si agitano tutti. È ora di partire con l’ostricata. Ed ecco LUI all’opera, il suo compito. LUI e Sergio si mettono al lavoro, ma la forza bruta di Sergio spacca la prima. Meglio occuparsi del lavaggio. E mentre siamo tutti in attesa in cucina, Thomas tira fuori una strana salsa. Scambiata inizialmente per banalissimo ketchup, leggo che è specifica per il pesce: rossa e piccante. E cosa mi propone? L’abominio! Dopo le ostriche fritte, ecco ora che mi tocca assaggiare (io assaggio tutto!) l’ostrica shot.

Sarebbe?

Nel bicchierino da shot si pone l’ostrica nuda e cruda, si aggiunge un goccio di questa salsa, sale, limone e via!

Riprovevole!

Ma almeno posso dire di averla assaggiata.

E poi capisco perché le mangiano, forse, in questo bizzarro modo. Perché le small e le extra-small, le ostriche che la Dinky ci ha consigliato di prendere, non hanno nulla a che fare con quanto siamo abituati (meglio, sono) a mangiare qui. Quando diceva che le extra-small erano le più dolci era seria! L’ostrica non deve, non vuole essere dolce!!!

Boccio, boccio e riboccio!

Come nella miglior tradizione si sintonizza la tv su un canale in cui ci sia il countdown. Si brinda, ci si bacia.

Ok, tutto finito.

Io e Sergio non vediamo l’ora che la Dinky ci dia il permesso per andare a dormire. E lo fa a mezzanotte e 28.

Buon Anno! Soprattutto a chi dall’Italia ci aveva fatto questi auguri: “Auguri dal futuro! Noi siamo nel 2011!!” che suona strano, ma è vero. Noi eravamo ancora nel passato quando già in Italia si stappava e si brindava…





Letto per voi: “Una strana storia d’amore” di Luigi Guarnieri. Senza tempo, senza limiti.

11 01 2011

Quando nel settembre 1853 uno sconosciuto bussò alla porta di casa Schumann a Düsseldorf né il grande compositore Robert, né la moglie, la pianista Clara Wieck, immaginavano che la loro vita sarebbe stata sconvolta. Il giovane ventenne era Johannes Brahms. Sul loro triangolo sentimentale e sul rapporto di dipendenza del giovane Brahms dal Maestro e da Clara si è molto scritto. Ora Luigi Guarnieri, specialista di romanzi documentari, fa rivivere in Una strana storia d’amore, tre delle personalità musicali più importanti dell’Ottocento. “Pensavo da dieci anni a questa storia, ma non ero riuscito a trovare la voce giusta, poi mi è venuto in mente di scriverla sotto forma di lettera che Brahms indirizza a Clara tornato dal suo funerale“.
L’espediente narrativo utilizzato è infatti la prima persona, il raccontare, il ricordare, dando voce alle parole a lungo taciute nelle forma di una lettera, l’ennesima, spedita alla donna amata quando lei è morta da poche ore.
Amore, passione, lunga ed eterna amicizia fra Johannes e Clara, a legarli la musica: “Il simbolo segreto del nostro amore. Non l’ho mai pubblicata. È solo nostra. Mia, tua e di Robert. Lo rimarrà per sempre, Una sonata solo per noi tre. Con la musica, ancora una volta, mi hai detto quello che le parole non avrebbero mai potuto esprimere“.








Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.