Essere degli specialisti dell’eliminazione materiale non aiuta quando si è costretti a disfarsi della propria vita emotiva. Alan fa il netturbino, ma il suo lavoro non riesce ad aiutarlo nell’asportare senza dolore il matrimonio con Fiona.
Attorno alla sua vita gira quella di Callum, un giocatore di biliardo in attesa di sfondare come professionista. Sullo sfondo c’è Suzie, la cameriera della tavola calda frequentata da Alan che prepara amorevolmente i sandwich per lui. In un mercoledì particolare, improvvisamente, la parabola esistenziale di tutti i personaggi ha una scossa, una deviazione, e ognuno finisce con il liberarsi di qualcosa che gli appartiene. In Le cose che non vogliamo più Cynan Jones costruisce un buon marchingegno narrativo in cui, perdendo qualcosa, tutto sembra acquistare senso.
Cynan Jones, talento gallese della letteratura contemporanea che, dopo La lunga siccità, firma ora Le cose che non vogliamo più, parabola sull’abbandono che racconta di come l’amore, a volte, può finire per trasformarsi in un involucro vuoto di cui liberarsi per poter continuare a vivere.
Le cose che non vogliamo, è una storia di donne e uomini semplici e delle loro vite che scorrono in superficie. Lo sfondo è una cittadina di mare, fredda e lenta ed elementare, un qualsiasi posto del Galles di questo primo scorcio di secolo, un posto uguale a come doveva essere ieri, o dieci o cinquant’anni fa.
Il finale promette quindi nuovi inizi, ma inizi forzati, che dipendono solo o quasi solo dalla negazione di ciò che esisteva prima, e che per un motivo o per l’altro non può esistere più. E si rimane distanti, quasi distratti, ma si è disposti a confidare.
Valeria Merlini
Letto per voi: “Le cose che non vogliamo più” di Cynan Jones
28 02 2011Commenti : 2 Commenti »
Etichette: Cultura, editoria, Lettura, Libri, Libri per la Mente, Racconti, Recensioni, Scrittura
Categorie : Cultura, Editoria, Lettura, Libri, Racconti, Recensioni, Scrittura
“We Will Rock You” al Teatro degli Arcimboldi. Milano.
26 02 2011LUI mi fa questa, che considera una sorpresa. Io la chiamo invece una “furbata” bella e buona.
LUI che mi fa questa sorpresa, per farsi egli stesso un regalo. Gradito.
Perchè la considero una “furbata”? Qualcuno di voi, LUI compreso, mi ha mai sentito esprimere una parola gentile, un dolce pensiero, di stima sarebbe stato meglio, nei confroneti dei Queen? No, mai, nessuno!
Ecco, io i Queen proprio non li reggo. Li stimo solo per un pezzo (più sotto), il resto è inflazionato, come per esempio “We are the champions” ormai indissolubilmente associata al calcio. Che aborro ancor di più.
Sono di parte, ovvio, vogliatemi pure male, ma non mi sono mai piaciuti.
Ma tant’è. Che devo fare? Ci vado, un musical è sempre un musical, e questi li adoro.
E che “We Will Rock You” sia…
E devo dare atto che, voci strepitose a parte, anche la regia ha avuto cuore e non ha tradotto le canzoni come ormai avviene per tutti i musical che vengono presentati qui in Italia. Come a dire: popolo di ignoranti, ve le traduciamo e vi riadattiamo pure i testi! E devo dare atto che la gambetta mi si è anche mossa. Ogni tanto.
Le cose che non mi son piaciute. Sulla durata: da non-fan l’ho trovato troppo lungo.Addirittura da abbiocco. Sui costumi: mi sono rotta che il futuro dei fuggiaschi venga visto come “alla ricerca dello straccio perduto“. I costumi erano agghiccianti, non si sono forse confusi con il The Rocky Horror Picture Show?
La storia presentata nel musical. La potete leggere qui.
La scaletta delle canzoni. La potete trovare qui.
I personaggi della storia. Li potete trovare qui.
Commenti : Lascia un commento »
Etichette: Bohemian Rhapsody, Groupies & Gossip & Fashion, Milano, Milano da bere, Musica, Musical, Queen, Recensioni, Sorpresa, Spettacolo, Teatro, Teatro degli Arcimboldi, We Will Rock You, YouTube
Categorie : Groupies & Gossip & Fashion, Milano da bere, Musica, Musical, Queen, Recensioni, Sorpresa, Spettacolo, Teatro, Teatro degli Arcimboldi, We Will Rock You, YouTube
Letto per voi: “Un treno pieno di vento” di Rae Meadows. Una faccia poco conosciuta della storia americana.
24 02 2011
Capita sempre più di rado di imbattersi nel libro giusto. Quello stesso libro che per un istante sembra dare forma alle nostre complicate esperienze e alle nostre emozioni sfuggenti, quello capace di ricordarci cosa vuol dire essere umani. Un treno pieno di vento di Rae Meadows è un libro esattamente così. Un libro che, raccontando altre vite inventate ma vere, arriva a lambire le nostre, regalandole un pezzetto di senso che prima non aveva.
Per meglio comprendere una trama tenuta insieme dalle tante storie intrecciate tra loro, è necessario risalire con la memoria a partire dalla metà del Diciannovesimo secolo, quando sotto la direzione del The Children’s Aid Society, i bambini rimasti orfani, poveri o che vivevano di espedienti per le strade di New York, venivano caricati su un treno e spediti nel Midwest, nella speranza che qualche famiglia di agricoltori provvedesse ad adottarli.
Adozioni che avvenivano sul posto, così come si fa la spesa al mercato: bastava presentarsi e chiedere di adottare un bambino, dopodichè lo si portava a casa. Un pezzo di storia americana che si tende a nascondere, perché anche se si è scritto poco, i treni degli orfani non sono mai stati un segreto per le alte sfere e sotto sotto, con la prospettiva di togliere dalla strada questi bambini e dar loro un futuro migliore, li si consegnava a una vita di lavoro nei campi per quattro soldi o addirittura gratis.
Tre donne, tre voci, tre generazioni, sono il pretesto utilizzato da Rae Meadows per raccontare questo capitolo drammatico della storia americana nel suo romanzo.
Violet, Iris, e Samantha, tre generazioni di donne in una sola famiglia, l’amore che le accomuna, i sogni che hanno condiviso, la forza interiore che le porta a non arrendersi mai e i loro segreti che conservano gelosamente, tre figure femminili per raccontare quel viaggio, luminoso e sofferto, che chiamiamo vita.
Commenti : 3 Commenti »
Etichette: Cultura, editoria, Lettura, Libri, Libri per la Mente, Racconti, Recensioni, Scrittura
Categorie : Cultura, Editoria, Lettura, Libri, Racconti, Recensioni, Scrittura
Quiche di porri e patate
18 02 2011Ingredienti:
5 porri
3 patate medie
1 confezione di pancetta a cubetti (dolce o affumicata)
grana grattuggiato
olio extra vergine d’oliva
sale e pepe
1 confezione di pasta sfoglia rotonda
Far bollire le patate nel modo preferito. Tagliare a rondelle i porri e farli stufare con tre cucchiai di olio, sale e pepe, insieme alla pancetta cubettata. Al termine di queste cotture sia le patate che i porri non devono risultare troppo acquosi. Unire i porri alle patate schiacciate con una forchetta, miscelare con il grana e far raffreddare un po’. Versare il ripieno nella teglia su cui avrete precedentemente steso la pasta sfoglia, livellandolo bene. Cuocere per 30 minuti in forno a 180°.
Note: io ho sbucciato le patate, in modo da velocizzare la cottura.
(Fonti e Ringraziamenti per l’ispirazione: Veganblog.it)
Commenti : Lascia un commento »
Etichette: Antipasti, Cibo per lo Spirito, Cucina, Patate, Porri, Quelli del Magna Magna, Quiche, Ricette
Categorie : Antipasti, Cibo per lo Spirito, Cucina, Patate, Porri, Quelli del Magna Magna, Quiche, Ricette
Carciofi ripieni alla Salsiccia
18 02 2011Ingredienti:
4 Carciofi Romani
80 g di Salsiccia
80 g di Pancetta
2 Limoni
1 Spicchio d’Aglio
½ Cipolla
½ Bicchiere di Vino Bianco Secco
1 Ciuffo di Prezzemolo
Olio extra vergine d’oliva
Sale
Pepe
Pulire i carciofi tenendo da parte i gambi. Tuffare le corolle con le foglie leggermente allargate in acqua acidulata con il succo di limone.
Sfilettare dai gambi le parti filamentose più dure. In un tegame scaldare alcuni cucchiai d’olio e soffriggervi pancetta, aglio, prezzemolo, cipolla e gambi di carciofo tutto tritato. Aggiungere la salsiccia spellata e sbriciolata, pepare e salare con parsimonia, cuocere a fuoco bassissimo.
Sgocciolare i carciofi, sistemarli in piedi uno accanto all’altro in una teglia, riempirli con il composto. Irrorare con l’olio e poi versare il vino bianco. Coprire e mettere in forno preriscaldato a 180°C per circa un’ora, irrorando di tanto in tanto i carciofi ripieni con il loro sugo.
Bene. Così dice la ricetta, così eseguo.
Salvo poi ritrovarmi con un risultato pessimo. Carciofo secco, foglie durissime.
…
Quindi, qui i miei consigli.
Il giorno dopo non mi faccio fregare: del resto ne ho ancora 3 da mangiare (per fortuna ne avevo provato al forno solo uno)! Quindi, opto per la pentola. Metto i carciofi in piedi in una pentola, aggiungo brodo in modo che copra solo un centimetro del carciofo (alla sua base) e faccio andare a fuoco bassissimo, sul fornello più piccolo. Con coperchio, fondamentale! Se dovesse asciugare troppo in fretta, basterà rinnovare l’aggiunta. Cuocio così fino a quando le foglie sono morbide, il che vuol dire anche 30-45 minuti, ma dovete valutare voi.
Risultato? Perfetto!
Note: avevo in casa 200 g di pasta di salame, che ho quindi usato al posto di pancetta e salsiccia.
(Fonti e Ringraziamenti per l’ispirazione: BioExpress)
Commenti : Lascia un commento »
Etichette: Carciofi, Cibo per lo Spirito, Cucina, Quelli del Magna Magna, Ricette
Categorie : Carciofi, Cibo per lo Spirito, Cucina, Quelli del Magna Magna, Ricette
Partecipo al mio primo concorso letterario… IMAF International Migration Art Festival
16 02 2011Se avete voglia, o voi che mi leggete, o voi che mi seguite, di leggere anche questo mio primo racconto on line, qui il link. Si tratta di un racconto legato al tema del cibo e della migrazione.
Cosa poteva, quindi, essere meglio della storia del mio Ben, che lascia il suo paese, le Filippine, per arrivare in una città ostile come Milano? Quella stessa città che lo ha sempre trattato da extra-comunitario, ma che gli ha sempre strizzato l’occhiolino. Fino a farlo diventare suo cittadino. In regola. E Ben, felice come non mai, sa che non tornerà mai più nel suo paese d’origine. Ma mantiene un forte legame con esso, un legame di sangue, di emozioni, di sapori, anche.
Il mio racconto si intitola My name is Ben e ovviamente è scritto da me medesima, ViolaBlanca.
Leggetelo, e se vi piace, per favore, votatelo.
Grazie a tutti. Anche solo per l’attenzione.
VB
Commenti : 6 Commenti »
Etichette: Cibo e Migrazione, Concorso letterario, Creatività, Cultura, Fedeltà, IMAF Festival, Lettura, Racconti, Scrittura, Voto
Categorie : Cibo e Migrazione, Concorso letterario, Creatività, Cultura, Fedeltà, IMAF Festival, Lettura, Racconti, Scrittura, Voto
Letto per voi: “Le giostre sono per gli scemi” di Barbara Di Gregorio. Nuovo modo di affrontare questo tema… Plauso!
16 02 2011
Questa è la storia di un popolo e di due fratelli, Chicco e Leonardo. Il più piccolo è ciccione e triste, l’altro secco e incarognito con la vita. Chicco mangia tutto ciò che trova. L’altro scappa di casa prima che può perché da quando suo padre se n’è andato il dolore l’ha avvolto come un rovo. La madre di entrambi vive per le giostre e i luna park luminosi abitati da gente strana. Gente che non sa stare ferma nello stesso posto, come la nonna di Leonardo, che abitava in una casa costruita con fondamenta profondissime per chiuderci dentro tutta la propria voglia di scappare.
“Ai tempi della famiglia sua c’erano solo le roulotte, senza motore, senza gabinetto, senza acqua e senza luce. Quando volevano spostarsi la dovevano attaccare al cavallo (¿)”
“Ma per andare dove?”
“Per andare e basta.”
“Ma perché?”
“Eh, perché? Erano un’altra razza.”
“Negri?”
“Peggio.”
“Gli zingari?”
Gente che sa di non appartenere a nessun luogo: zingari. Zingari che hanno deciso di fermarsi, di diventare come gli altri, come tutti. Ma la terra, senza la libertà dei nomadi è buona solo per le tombe. È l’inquietudine del sangue che detta le regole del destino, che trasforma il bisogno di amore di un bambino in un’ossessione.
Tutto accade negli anni Novanta, in una Pescara che divora la campagna e asfalta le strade per andare più veloce, su cui il cielo è spesso cupo e il vento tira forte. La città diventa tutt’uno con Chicco, Leonardo e la loro famiglia esplosa di zingari rinnegati.
Libro d’esordio di Barbara Di Gregorio, Le giostre sono per gli scemi è una storia allergica alle regole narrative, capace di far sorridere e insieme pugnalare al cuore man mano che il racconto entra nel vivo, raccontandoci come, qualunque strada si prenda, sia solo il legame di sangue che ci lega a dettare le regole del destino.
Su tutto, vince il coraggio di avere osato qualcosa di diverso. E nuovo.
Commenti : 3 Commenti »
Etichette: Cultura, editoria, Lettura, Libri, Libri per la Mente, Racconti, Recensioni, Scrittura
Categorie : Cultura, Editoria, Lettura, Libri, Racconti, Recensioni, Scrittura
La mia intervista a Shilpi Somaya Gowda per “La figlia segreta”. Bellissimo libro!
8 02 2011
India e Stati Uniti. Due continenti diversi per spazi, abitudini, cultura. Kavita e Somer. Due donne diverse per cultura e status sociale, potremmo dire. Una fertile, l’altra sterile.
Asha. La figlia che sta in mezzo. La figlia segreta di Kavita. La figlia adottiva di Somer. Asha che unisce un marito e la moglie che è stata obbligata a separarsi dalla sua bambina, in un’India in cui a poco a poco si sta uscendo dalla selezione naturale “forzata” del maschio a discapito della femmina. Asha che separa un’unione a cui sembrava mancare solo il collante dato da una figlio.
La figlia segreta è un romanzo in cui si intrecciano le vite e le storie di donne alla ricerca di se stesse.
In capitoli brevi ed incisivi Shilpi Somaya Gowda esplora i temi della cultura e dell’appartenenza, intrecciando le vicende di due famiglie: una in lotta per la sopravvivenza nei sobborghi più poveri di Mumbai, l’altra alla disperata ricerca di un’unità familiare, nonostante le differenze culturali nella ricca California.
Il suo romanzo è avvolto dal senso di paura e dal senso di perdita che le due donne provano. Paura per Somer, perdita per Kavita?
Penso che Kavita sia una donna che ha veramente pochissimo potere, sia nella sua vita che all’interno della sua famiglia. L’unico potere che riesce ad esercitare è quello che la spinge a rinunciare alla sua bambina. Decisione ed esercizio del potere che poi la porterà ad una grossa perdita: quella della figlia di cui risponderà attraverso la sofferenza, sopportata da sola.
Somer invece è una donna con molto potere. Potere che le è arrivato dall’istruzione, dalla carriera, dal fatto di avere una relazione consolidata. Eppure anche lei sta perdendo l’unica cosa che non aveva pianificato: la sua capacità di dare alla luce un bambino. Questo origina la sua paura. Era stata cieca, non aveva mai preso in considerazione che una questo potesse colpirla direttamente.
Paura e perdita sono effettivamente i sentimenti che spingono la vita di queste due donne.
Kavita dopo il ritorno dall’orfanotrofio, dimostra nei confronti del marito una notevole prova di forza. Ma nulla possono le donne nel momento in cui viene sbattuta loro in faccia la frase “Spendi 200 rupie ora e risparmierai 20.000 rupie in seguito” quando sono sedute nello studio medico per fare un’ecografia. Da una parte la forza di una donna come Kavita, dall’altra la crudeltà di un paese…
L’India è un continente incredibilmente vasto, dunque non esiste un solo modo di relazionarsi con il mondo femminile. Da un lato è vero che ci sono ancora tantissime regioni, soprattutto quelle rurali, in cui ancora si pratica l’infanticidio e dove, sì, le donne si sottopongono ad un’ecografia per determinare il sesso del nascituro e poter così decidere su un aborto. Tuttavia queste situazioni sono in diminuzione.
Dall’altro lato ci sono invece donne che rivestono posizioni di potere, a livello politico, ma anche all’interno delle famiglie. La famiglia indiana continua ad essere molto matriarcale, sono le donne a prendere le decisioni più importanti per la famiglia.
Ecco la forte contraddizione all’interno della società.
“Essere una donna in India è un’esperienza completamente diversa che in Occidente”. Ce lo può spiegare?
La risposta la troviamo nella vita stessa di Asha. Se fosse rimasta in India, probabilmente sarebbe stata uccisa o comunque il suo destino sarebbe stato molto diverso. Invece il fatto di essere stata adottata da una famiglia occidentale ha cambiato radicalmente la sua vita. Asha attraverso la sua famiglia americana ha ricevuto tutta una serie di opportunità e anche di aspettative comuni a tutte le ragazze occidentali. In India, anche se il tuo destino non è quello di essere eliminata, ma comunque resti nella tua famiglia, ci si aspetta che studi fino ad un certo punto, poi ti sposi, poi hai dei figli, ecc.
Quindi le differenze tra l’essere una ragazza del mondo occidentale e una ragazza indiana sta nella quantità di opportunità e di aspettative.
Quindi lei cosa intende quando parla dell’India come il paese delle contraddizioni a cinque stelle?
L’India è il paese degli estremi dal punto di vista socio-economico. Perché puoi avere persone che vivono nell’assoluto benessere e ricchezza, ma che appena superano il marmo dei loro palazzi, trovano un mendicante che tende loro la mano. Quindi, incredibili estremi: i ricchi e i poveri. Dove è difficile cambiare classe di appartenenza, molto difficile riuscire a scalare le classi sociali. Fino a 10 anni fa esisteva il discorso delle caste, delle differenze religiose: era difficile riuscire ad uscire dalla tua fettina di vita e di società. Oggi le cose stanno iniziando a cambiare, ma siamo solo agli inizi di questa trasformazione.
Poi un altro esempio è la condizione delle donne che ho appena descritto. Non dimentichiamoci che Indira Gandhi è diventata Primo Ministro in India molto prima che una donna salisse al potere negli Stati Uniti o in Gran Bretagna. In un momento, per giunta, in cui continuava l’infanticidio. Tutto questo avveniva simultaneamente.
Ecco le enormi contraddizioni cui è diffinicile districarsi.
Sono tutte queste contraddizioni a spingere l’India ad essere così spirituale?
La spiritualità è una pratica molto antica in India e risale a secoli e secoli fa. La cultura è fortemente impregnata di spiritualità. Non so se sia tutto questo veramente collegato alle contraddizioni di cui parlavo prima. È vero comunque che la spiritualità è il collante che unisce persone che appartengono a ceti sociali molto diversi. Se si va in un tempio si trovano ricchi tra poveri. Nello stesso tempo trovi uomini e donne, magari seduti in zone separate, ma comunque insieme all’interno del tempio. Nel libro ho voluto descrivere alcuni elementi di spiritualità, per spiegare come questa rappresenti un terreno comune su cui si confrontano tutti.
La ragione forse per cui la gente va in India “per ritrovare se stessa” forse è che tutte queste forti contraddizioni scuotono, risvegliano.
La mamma di Somer: “Cara farai qualcosa di altrettanto importante: salverai una vita”. È sempre il bisogno primario di essere madre, genitori, che spinge però all’adozione, piuttosto che al “salvare” vite…
Mentre mi preparavo alla stesura del romanzo ho intervistato molti genitori adottivi per cercare di capire quali fossero le decisioni che portavano all’adozione. Ho incontrato persone che hanno sempre pensato che se un giorno non fossero riusciti ad avere figli biologici avrebbero adottato; altri che invece non ci avevano mai pensato fino al verdetto finale sulla loro sterilità; poi moltissime donne non sposate che sono certe di adottare un po’ per salvare una vita, un po’ per il pensiero che esistono già troppi bambini al mondo per farne nascere altri.
Quindi le ragioni sono tantissime e varie. Penso però che la maggioranza dei genitori lo faccia soprattutto per diventare genitore.
Somer: “La sua professione non è più il suo tratto distintivo, ma non lo è nemmeno il suo essere madre. (…). Somer non immaginava che avere tutto, come aveva sempre creduto di volere, l’avrebbe fatta sentire carente sotto entrambi gli aspetti”. Sento questa frase spesso, troppo spesso, soprattutto nei confronti dei figli. C’è il segreto per non sentirsi perennemente in colpa?
Anch’io la sento dire tutti i giorni. Essere madre nella nostra società moderna porta con sé tantissime aspettative. Tutti noi abbiamo grandi aspettative da noi stessi. Soprattutto chi è diventato genitore dopo aver ottenuto una bella carriera, deve fare un passo indietro. E ovviamente ha qualcosa con cui confrontarsi: il prima, quando si lavorava tante ore alla settimana, si ottenevano promozioni e successi. Il dopo, cioè il cambiamento che diventa immediatamente visibile con la maternità. Le donne non sono quindi soddisfatte della loro carriera perché si confortano con quanto avevano prima e non c’è più corrispondenza, ma non sono nemmeno soddisfatte del loro modo di essere mamme perché si sentono di mancare sotto tanti aspetti della loro maternità. Tuttavia questa è comunque una cosa che accade anche per le madri che non lavorano, e che spesso non si sentono adeguate al 100%.
Era inevitabile che con il volontariato in un orfanotrofio in India, finisse per raccontare la sua esperienza attraverso un romanzo?
Io sono stata in India a fare volontariato in un orfanotrofio quando avevo 19 anni. Il libro l’ho scritto vent’anni dopo. Quindi a quel tempo non era affatto mia intenzione farne un romanzo, non ci pensavo.
Da allora sono poi tornata in India ogni due anni perché la mia numerosa famiglia vive lì. Ma solo quando sono diventata madre a mia volta ho iniziato a pensare a quei bambini, a quei visi che avevo conosciuto, a che cosa ne era di loro. Tuttavia ero ancora nella fase di non volerne scrivere, tanto meno avrei mai pensato di scriver e un qualunque libro.
Invece poi le cose sono accadute da sé, le parole mi pulsavano intesta e ho iniziato a scriverne.
Shilpi Somaya Gowda
è nata e cresciuta a Toronto da genitori indiani emigrati da Mumbai. Laureata alla Stanford University, ha trascorso dei periodi in India a lavorare come volontaria in un orfanotrofio. Ha vissuto a New York, nel North Carolina e in Texas, e ora vive in California con il marito e i figli.
(pubblicato su Bol.it)
Commenti : Lascia un commento »
Etichette: Adozione, Amore, Attualità, Cultura, editoria, India, Interviste, Lettura, Libri, Libri per la Mente, Mamme e figli, Racconti, Recensioni, Scrittura
Categorie : Amore, Attualità, Cultura, Editoria, Interviste, Lettura, Libri, Racconti, Recensioni, Scrittura
Uazzamericanbois. Beaverton, poi Portland. L’ultimo hamburger da Five Guys; visita veloce alla Nike e poi flight to Italy… (day 10)
5 02 2011Al risveglio scopro che il povero Sergio ha fatto una sudata pazzesca. Ieri infatti, lo ricordo, aveva acceso il riscaldamento dalla mattina per creare un ambiente sub-tropicale per il mio arrivo. Ma non essendo abituato a questa temperatura (calda, vabbé, ma come nelle case dovrebbe essere!) nel cuore della notte si è svegliato sudato fradicio e, non potendo spogliarsi per la nostra presenza, ha acceso il ventilatore della cucina.
Ora che ci penso, quando mi sono alzata e sono andata in bagno c’era effettivamente una corrente anomala…
Quindi siamo tutti svegli. Oggi ci raggiunge anche per l’ultimo saluto la Dinky.
Dopo un caffé rigenerante, accompagnato da deliziosi biscottini allo zenzero, dopo la telefonata abituale in Italia alla nostra bambina (ora non sto davvero più nella pelle, lei nemmeno), arriva la Dinky. Doveva esserci anche la Dirty-Diana, ma nel frattempo è diventata nonna. Sì, la figlia, giovanissima, ha partorito questa mattina il suo nipotino che si chiama Aydin. Questo il suo messaggio:
My beautiful grandson, yes I said granson. We were all shocked. Born January 3rd 2011 @ 7:42am. 7lbs 14.1oz 21 inches long
Congratulazioni, anche se mi dispiace non averla salutata di persona.
Usciamo e sebbene siano da poco passate le 11, ci dirigiamo a pranzo. L’ultimo desiderio dei condannati (noi due) è un bell’hamburger. Sergio quindi, con gli occhi scintillanti, è tutto orgoglioso di portarci nel celeberrimo Five Guys. Una catena che ha aperto i battenti nel 1986 e da allora pare non essersi più fermata.
Merito della pubblicità, del marketing, delle capacità del capostipite e dei suoi 5 figli (i five guys appunto) e merito, soprattutto, della qualità delle loro materie prime. Una su tutte. Ogni giorno arrivano sacchi di patate originali USA che vengono tagliate e fritte al momento. Ehm, scusate, il particolare è che le patate sono fresche, non surgelate. La provenienza delle patate è segnata ogni giorno su una lavagna posta all’interno del locale.
Altro punto vincente è la possibilità di scegliere tra l’hamburger normale e la versione “little”. Io infatti avevo ordinato un little bacon burger. Peccato poi mi sia arrivato normale. Ma meglio così (vecchie volpi, forse quelli del Five Guys lo sanno benissimo), perché è buonissimo e non mi sarebbe bastata una versione baby.
Le patatine sono diverse dal solito, buone, ma diverse. Innanzitutto le tagliano con la buccia, e poi Sergio ci consiglia di mettere nella salsa tipo ketchup anche il pepe. Il risultato è eccellente.
Osservare il locale che si riempie man mano, le persone che ci lavorano, le varie pubblicità appese fa trascorrere il tempo in un battibaleno. E mezzogiorno, ce ne dobbiamo andare.
Sergio, prima di portarci a casa, butta lì che ci fa fare un giro al campus della Nike. Che poi per me il campus resta quello universitario. Invece, si tratta del quartier generale della Nike, quella Nike che noi diciamo naic e loro dicono naichi. Ecco, capito. Quella roba sportiva da milioni e milioni di dollari.
La sede centrale è qui a Beaverton, incredibile. L’Oregon sede dell’IT e ora anche questa…
All’entrata il custode ci viene incontro. Sergio è un mito perché gli dice che questi suoi amici italiani stanno per ripartire e vorrebbero tanto vedere un colosso mondiale come questo. Il custode, uomo di cuore (o particolarmente colpito dalla simpatia di Sergio) ci concede un tour RIGOROSAMENTE in macchina, senza fare foto e, per giunta, ci mette in mano anche una piantina, forse top secret, dell’headquarter. E poiché io vi voglio bene assai la divido con voi.
Tutto preciso, tutto perfetto.
Persino i dipendenti che giocano una partita di calcio (rigorosamente in tenuta Nike!). Poi incontriamo anche altre dipendenti con tutina aderentissima che fanno jogging. E persino delle oche. Ecco, un vero paradiso in cui lavorare? Solo apparenza? Secondo me no, qui pare si stia davvero bene…
…
Ma adesso basta, torniamo a casa da Sergio a recuperare i bagagli, baci e abbracci e io e Lui ci mettiamo sulla nostra Jeep, ora soli soletti, sulla via dell’aeroporto.
È finita, è davvero finita.
Ho il magone. Se da una parte l’ho avuto per la mancanza della nanetta, ora salutare coloro che ci hanno accolto e trattato così amorevolmente è doloroso.
Grazie di tutto. Delle chiacchiere, delle spiegazioni, dell’accoglienza, del supporto, della pazienza, di tutto, ma proprio tutto.
Dinky, Sergio, Anna, sono una sciocca. Ero titubante, non sapevo cosa aspettarmi e quindi pensavo al peggio. Grazie a voi, grazie a Lui ho scoperto un paese che pochi conoscono e conosceranno mai (per l’ottusità che gli Stati Uniti sono altri). E me ne sono innamorata.
A presto, molto presto…
Un bacio e…go blankie!
Commenti : Lascia un commento »
Etichette: Amicizia, Amore, Beaverton, Bella Vita, Cibo per lo Spirito, Curiosità, Diario di bordo, Muoversi, Oregon, Portland, Stati Uniti, USA, Vacanze, Viaggi, Vita
Categorie : Beaverton, Diario di bordo, Oregon, Portland, USA























Commenti recenti