Al risveglio scopro che il povero Sergio ha fatto una sudata pazzesca. Ieri infatti, lo ricordo, aveva acceso il riscaldamento dalla mattina per creare un ambiente sub-tropicale per il mio arrivo. Ma non essendo abituato a questa temperatura (calda, vabbé, ma come nelle case dovrebbe essere!) nel cuore della notte si è svegliato sudato fradicio e, non potendo spogliarsi per la nostra presenza, ha acceso il ventilatore della cucina.
Ora che ci penso, quando mi sono alzata e sono andata in bagno c’era effettivamente una corrente anomala…
Quindi siamo tutti svegli. Oggi ci raggiunge anche per l’ultimo saluto la Dinky.
Dopo un caffé rigenerante, accompagnato da deliziosi biscottini allo zenzero, dopo la telefonata abituale in Italia alla nostra bambina (ora non sto davvero più nella pelle, lei nemmeno), arriva la Dinky. Doveva esserci anche la Dirty-Diana, ma nel frattempo è diventata nonna. Sì, la figlia, giovanissima, ha partorito questa mattina il suo nipotino che si chiama Aydin. Questo il suo messaggio:
My beautiful grandson, yes I said granson. We were all shocked. Born January 3rd 2011 @ 7:42am. 7lbs 14.1oz 21 inches long
Congratulazioni, anche se mi dispiace non averla salutata di persona.
Usciamo e sebbene siano da poco passate le 11, ci dirigiamo a pranzo. L’ultimo desiderio dei condannati (noi due) è un bell’hamburger. Sergio quindi, con gli occhi scintillanti, è tutto orgoglioso di portarci nel celeberrimo Five Guys. Una catena che ha aperto i battenti nel 1986 e da allora pare non essersi più fermata.
Merito della pubblicità, del marketing, delle capacità del capostipite e dei suoi 5 figli (i five guys appunto) e merito, soprattutto, della qualità delle loro materie prime. Una su tutte. Ogni giorno arrivano sacchi di patate originali USA che vengono tagliate e fritte al momento. Ehm, scusate, il particolare è che le patate sono fresche, non surgelate. La provenienza delle patate è segnata ogni giorno su una lavagna posta all’interno del locale.
Altro punto vincente è la possibilità di scegliere tra l’hamburger normale e la versione “little”. Io infatti avevo ordinato un little bacon burger. Peccato poi mi sia arrivato normale. Ma meglio così (vecchie volpi, forse quelli del Five Guys lo sanno benissimo), perché è buonissimo e non mi sarebbe bastata una versione baby.
Le patatine sono diverse dal solito, buone, ma diverse. Innanzitutto le tagliano con la buccia, e poi Sergio ci consiglia di mettere nella salsa tipo ketchup anche il pepe. Il risultato è eccellente.
Osservare il locale che si riempie man mano, le persone che ci lavorano, le varie pubblicità appese fa trascorrere il tempo in un battibaleno. E mezzogiorno, ce ne dobbiamo andare.
Sergio, prima di portarci a casa, butta lì che ci fa fare un giro al campus della Nike. Che poi per me il campus resta quello universitario. Invece, si tratta del quartier generale della Nike, quella Nike che noi diciamo naic e loro dicono naichi. Ecco, capito. Quella roba sportiva da milioni e milioni di dollari.
La sede centrale è qui a Beaverton, incredibile. L’Oregon sede dell’IT e ora anche questa…
All’entrata il custode ci viene incontro. Sergio è un mito perché gli dice che questi suoi amici italiani stanno per ripartire e vorrebbero tanto vedere un colosso mondiale come questo. Il custode, uomo di cuore (o particolarmente colpito dalla simpatia di Sergio) ci concede un tour RIGOROSAMENTE in macchina, senza fare foto e, per giunta, ci mette in mano anche una piantina, forse top secret, dell’headquarter. E poiché io vi voglio bene assai la divido con voi.
Tutto preciso, tutto perfetto.
Persino i dipendenti che giocano una partita di calcio (rigorosamente in tenuta Nike!). Poi incontriamo anche altre dipendenti con tutina aderentissima che fanno jogging. E persino delle oche. Ecco, un vero paradiso in cui lavorare? Solo apparenza? Secondo me no, qui pare si stia davvero bene…
…
Ma adesso basta, torniamo a casa da Sergio a recuperare i bagagli, baci e abbracci e io e Lui ci mettiamo sulla nostra Jeep, ora soli soletti, sulla via dell’aeroporto.
È finita, è davvero finita.
Ho il magone. Se da una parte l’ho avuto per la mancanza della nanetta, ora salutare coloro che ci hanno accolto e trattato così amorevolmente è doloroso.
Grazie di tutto. Delle chiacchiere, delle spiegazioni, dell’accoglienza, del supporto, della pazienza, di tutto, ma proprio tutto.
Dinky, Sergio, Anna, sono una sciocca. Ero titubante, non sapevo cosa aspettarmi e quindi pensavo al peggio. Grazie a voi, grazie a Lui ho scoperto un paese che pochi conoscono e conosceranno mai (per l’ottusità che gli Stati Uniti sono altri). E me ne sono innamorata.
A presto, molto presto…
Un bacio e…go blankie!
















