Uazzamericanbois. OSU at Corvallis, Sweet Home e Foster Lake. Ma non solo… (day 5)

2 01 2011

Stamattina mi sveglio con una voglia di insalata. Non certo indice che io stia vivendo solo a schifezze, ma tant’é…

Oggi ho anche voglia di visitare la OSU, la Oregon State University di Corvallis. Mi piace molto l’idea, se sarà così, di passeggiare per il suo campus. Quindi io e LUI ci mettiamo in macchina e ci dirigiamo verso Corvallis.

OSU - Photo by ViolaBlanca

La OSU ha tutte le facoltà, ma è specializzata in scienze agrarie. Ovviamente, vista lo Stato in cui ci troviamo. L’Oregon è terra di rednecks e di timbers. Di contadini (che per il tipo di lavoro che fanno hanno il collo esposto al sole) e di boscaioli. I rednecks sono l’equivalente dei cowboys del Montana e del Wyoming.

Sergio si è laureato qui alla OSU in ingegneria informatica e attualmente lavora come programmatore softwtare in una compagnia. Non l’imponente HP da cui passiamo di fronte sempre.

Lo sapevate che l’Oregon è la patria dell’IT? Oltre all’HP c’è anche la Xerox e la Intel. Mica pizza e fichi…

Altra università statale della zona è la Oregon University in cui Dinky ha studiato scienze politiche. Il lavoro attuale della Dinky? Questa è un’altra storia…

OSU: il campus - Photo by ViolaBlanca

OSU: il campus - Photo by ViolaBlanca

Per fortuna un bel solicello pare aver scacciato la pioggia. Nel campus si può entrare in auto, ma la velocità è super ridotta e conviene quindi parcheggiare. Eccoci nel tipico viale con un prato fantastico e un albero che d’estate deve essere pieno zeppo di studenti. Oggi invece è deserto per via delle vacanze natalizie. E del tempo. Appena fatti pochi passi il sole scompare. E inizia a nevicare. Sì, un nevischio fastidioso misto a pioggia. Ma come, un nanosecondo fa era tutto sole e cinguettare. Ora invece?

La temperatura si è notevolmente abbassata. Scappiamo!

Non prima di aver visto i campi sportivi (calcio e in lontananza quello da football – ricordo che la squadra universitaria della OSU di football è molto seguita qui -). Ah, faccio anche uno scatto alla catena Domino’s Pizza, quella, tanto per intenderci, in cui Julia Roberts lavorava in Fiori d’Acciaio.

Ora da Anna, dai suoi bambini e a fare la spesa per il pranzo. Anna ci porta vicinissimo a casa in un market che pare una boutique: Market of Choice, con ogni ben di Dio. Ci dice infatti che è più caro degli altri, ma la qualità, almeno visiva, è eccellente. Insalata mista e spinaci freschi già lavati, pomodorini, peperoni, tonno; pane e frutta già lavata e porzionata, in particolare, mirtilli, lamponi, ananas. I bambini impazziscono per questa frutta.

Liquor - Photo by ViolaBlanca

Inoltre LUI vuole preparare il mojito (a pranzo?) e prende l’occorrente, salvo il rum che si acquista nel negozio di liquori. Quindi ci andiamo. E impazzisco quando ce lo vendono nel sacchetto di carta…

corvallis-sweet home

Dopo pranzo io e LUI rimontiamo sulla nostra Jeep e andiamo verso Sweet Home, dove vive la mamma dei ragazzi, Terry e che fa l’infermiera in un ricovero di riabilitazione.

Our Jeep at Foster Lake - Photo by ViolaBlanca

sweet home-foster lake

Da Sweet Home prendiamo la strada verso Foster Lake, all’estremità della cittadina. Il tempo è orribile, fa freddissimo, per cui la resa panoramica non è certo ottimale.

A casa, stasera Thomas ha il partitone di darts al GameTime di Lebanon, quindi la scusa è portare LUI che non ha ancora potuto gustarsi un burger degno di questo nome.

Wal-Mart - Photo by ViolaBlanca

Sales, sales, sales... - Photo by ViolaBlanca

Rifles at Wal-Mart - Photo by ViolaBlanca

Sanificante....per carrelli - Photo by ViolaBlanca

La cosa migliore della serata, comunque, è stata andare nel market più pazzesco del mondo, always opened! Wal-Mart, un paradiso che vende qualunque cosa, ma proprio qualunque. Vado a fare qualche esempio: ogni tipo di addobbo e cazzata varia del Natale appena passato a prezzi scontati (perché non farlo anche da noi, anziché ributtare tutto nei magazzini?); fucili e ogni accessorio per sparare e altre mille follie. Alle casse, ovunque, i sacchetti ti vengono sempre fatti. All’entrata poi c’è una grande confezione di salviettine umidificate con disinfettante per la detersione dei carrelli. Che io uso per lavarmi le mani. E che quando fotografo vengo ripresa perché mi dicono che non si può. Pazienza, ormai la foto è fatta!

La fobia americana... - Photo by ViolaBlanca

Prendo lo spunto per un’ultima postilla. L’America ha una grande fobia… Tra le altre. Le malattie. Ovunque si possono infatti trovare confezioni di disinfettante (tipo la nostra amuchina) da utilizzarsi spesso e volentieri. La bottiglietta era persino posizionata sul bancone della dogana in aeroporto… E quando si va in bagno un cartello ti dice che devi lavarti le mani. Bene anche!

Ma gli americani hanno davvero così bisogno di qualcuno che dica loro cosa fare e come farlo?





Uazzamericanbois. Prove generali di shopping (day 2, part 2)

30 12 2010

Dinky e Thomas se la dormono alla grande, quindi LUI mi prepara il caffé. Ehi, attenzione, qui la macchina del caffé è in funzione 24 ore su 24. Avete capito di quale caffé sto parlando, vero? Ed un continuo bere e bere tazze su tazze. Una caricata di caffé (comprato in grani e macinato qui in casa) basta per 12 tazze. Credete gli sia sufficiente? Naaaaaaaaaaaaa, la macchina viene caricata almeno 3 volte al giorno. È incredibile. Usciamo in macchina e la Dinky si porta dietro il suo thermos con la sua droga. In giro, come nel resto degli States, tutti in mano con la cup of coffee. E io che in Italia mi limito ad un paio di tazze di tè…

La mattinata è spesa in chiacchiere e chiacchiere. La tv viene accesa come prima cosa al risveglio e non viene guardata. Quindi, a che pro dico io? Solo io e LUI siamo abbastanza ipnotizzati dalle pubblicità, più che altro. Anche perché il canale su cui è sintonizzata questa mattina trasmette sempre CSI di qua e CSI di là. Insomma, due palle stratosferiche, almeno per me che non lo seguo mai.

All’alba delle 14,30 Thomas si alza. Riemerge dalla camera da letto con felpa e cappuccio calzato e come prima cosa si versa il caffé e si fuma una bella sigaretta. Bella lì, giusto per iniziare bene la giornata. Anzi, il pomeriggio.

Eggs for breakfast - Photo by ViolaBlanca

La Dinky, memore del fatto che in Italia non si ha l’abitudine di stare sempre in casa, è misericordiosa e ci porta a pascolare fuori. Solo dopo aver preparato uova e prosciutto a suo marito e AVERGLIELO SERVITO AL TAVOLINO IN SALA DAVANTI ALLA TELEVISIONE!!! Sono scioccata, inorridita, e mi dice che il Thomas non ha l’abitudine di mangiare al tavolo. Che schifo…

Usciamo.

Giro in macchina di Albany (di rigore in macchina, qui nessuno va a piedi, le distanze non lo permettono) e poi un primo assaggio di paradiso. Lo shopping. Ma giusto per gradire. Insomma quei $$$$ spesi così…

La meta è la Metro americana (qualcuno che ci consoce sa già che rappresenta un pericolo per LUI, in genere non si tiene mai…).

Costco - Photo by ViolaBlanca

Barbie's Mustang in Costco (249,99$) - Photo by ViolaBlanca

Dinky triyng to freezing herself in Costco - Photo by ViolaBlanca

Costco. Gigante, enorme, immenso. Scaffali altissimi, bancali di merce in superofferta, di tutti i tipi: elettronica (che LUI afferra al volo!), elettrodomestici, tutto per la casa, tutto per il fai da te, reparto cartoleria infinito, libri, e abbigliamento che viene ritirato dai negozi e svenduto qui. Per esempio: Timberland, sportivo come Nike, Adidas, insomma d’ordinanza, poi DKNY, Calvin Klein, abbigliamento per bambini (per la nostra nana cose assolutamente cool a prezzi incredibili). Fino al reparto food: corridoi e corridoi di vetrine per surgelati, banchi refrigerati per carne e pesce, vini dal mondo, e schifezze varie.

Fino all’ultimo reparto: il pharmacy. Poiché l’America è gigante, anche le semplici confezioni di Listerine non possono essere da meno. Ma ciò vale per qualunque altra confezione voi abbiate in mente: tutto over-size. E qui facciamo incetta di ogni vitamina possibile e immaginabile. Non resisto nemmeno io. Il fatto è che le medesime prese in Italia (e io le prendo tutti i mesi) sono un terzo e costano il doppio. Quindi le provo.

Alla cassa niente sacchetti, ma scatoloni: meno inquinanti e almeno il cartone delle confezioni viene riutilizzato. Good idea!

Dal Costco andiamo in un posto davvero tipico per questa zona: il GameTime, un bar (metà proprietà è di Thomas) in cui la fa da padrone il gioco delle freccette, i darts. Tutti ne vanno matti, molti lo praticano, pochi i professionisti. Resisto alla tentazione di mangiare un classico hamburger. Ma spilucchiamo giusto qualcosina. A cena ci aspettano gli avanzi della cena di Natale, che finalmente oggi posso gustare in pieno.

E l’italiano acchiappa. Qui praticamente non è che se ne vedano molti, quindi come mi aveva preannunciato LUI siamo davvero un’attrazione. Godiamoci le luci della ribalta.





Uazzamericanbois. Wake up America!!! (day 2, part 1)

28 12 2010

Milk and coffee - Photo by ViolaBlanca

From the windows - Photo by ViolaBlanca

La mattina successiva è inevitabile un nostro risveglio all’alba. Cerchiamo di poltrire un po’ nel letto, ma non è certo il poltrire classico, magari con un piedino fuori dal piumone. Nooooooo, operazione questa praticamente impossibile. Pena il congelamento immediato!

Quindi ci alziamo e basta. Mi faccio una doccia rigenerante. E rinasco. Basta non salire in camera che tutto va bene, la temperatura di sotto è decisamente accogliente, la stufa fa il suo sporco lavoro. Ma, per non sapere né leggere né scrivere, io la mia mantellina lavorata a maglia me la metto lo stesso, sopra al maglione. Non si sa mai, gli spifferi sono i padroni della casa. La porta della cucina poi è eccezionale perché il padrone di casa aveva notato che non si chiudeva bene così ha pensato bene di segare il sopra e il sotto. Peccato che la parte superiore non sia venuta molto dritta e l’aria gelida ha a disposizione almeno un paio di cm per entrare e visitare l’ambiente. Per non parlare del sotto…

Scolapasta... - Photo by ViolaBlanca

Calamita... - Photo by ViolaBlanca

Resto comunque favorevolmente impressionata. La casa è silente, Dinky e Thomas dormono ancora, ovviamente, e mi dedico a curiosare una tipica casa americana. Dalla finestra della cucina vedo dei prati incredibilmente verdi (e te credo, con tutta la pioggia che viene…) e mi rendo conto che siamo sì sulla highway, ma in campagna. La casa fa infatti parte di una proprietà molto grande, con tanto di fienile e un garage gigante in cui sono ricoverati i loro due quad con cui, d’estate, vanno al mare a scorazzare sulla spiaggia. Già, il mare non è lontano da qui, in Oregon il paesaggio è davvero variegato: monti, laghi, fiumi, foreste, costa e oceano. Ho sicuramente intenzione di vistare la costa perché Dinky dice che è pazzesca.

All’esterno della casa c’è anche un orto in cui d’estate la raccolta è ricca: pomodori, frutti di bosco, aromi, funghi, mele, pere, insalata…

La cucina è affascinante. Piena zeppa di qualunque cosa: vasi, vasetti alla finestra che dà sul retro. Un frigorifero gigante troneggia indisturbato e pieno di leccornie (pensavate schifezze, vero? Siamo in casa di 2 europei comunque…). Niente lavastoviglie (la lavastoviglie, osava dire una volta Thomas, era la Dinky… Ora non osa più!), ma una grande lavatrice con separata l’asciugatrice. Un tavolo in mezzo alla stanza contornato da sedie comodissime e alle spalle di questo una seconda stufa. La cucina, quella con i fuochi classici, qui non c’è: al suo posto le piastre elettriche. La loro accensione è immediata, così come, incredibile, quando si spengono il raffreddamento è istantaneo. O quasi. Una piccola libreria accoglie tanti libri di cucina, compresi quelli in lingua italiana. E poi mobiletti e pensili d’ordinanza, coltelli di varie dimensioni attaccati alla parete a grosse calamite e chi più ne ha, più ne metta.

La dispensa, invece, è all’esterno, come fosse una stanza ulteriore, ma riparata. Scaffali colmi di cibo e un grosso congelatore colmo di carne. Come mi spiega la Dinky parte di questa spesa proviene da piccole botteghe. Ecco cosa succede spessissimo. Thomas è austriaco e ama i Knödel. Una busta di Knödel costa 5$. Durante il trasporto, le consegne, succede spesso che le confezioni si danneggino per cui vengono ritirate dalla vendita tradizionale e svendute. Quindi, la stessa confezione di Knödel finisce per costare 25cents. Perché in America non si butta via nulla!

La carne costa poco (hanno spazi talmente vasti che l’allevamento non ha certo i costi europei) e viene acquistata in grosse quantità, messa sottovuoto e congelata. Ecco perché tutto quel ben di dio in congelatore. Poi la Dinky prepara anche ragù che congela e altre cose pronte così all’uso.

Quello che io ho invece scambiato per il flacone del detersivo è il classico bottiglione del latte (troppo ridere|) e le uova sono bianche. Insomma, tutto come da copione.





Letto per voi: “Interno argentino” di Alberto Ongaro

7 11 2010

Nell’Interno argentino di Alberto Ongaro, il protagonista, Nico, ha lasciato Buenos Aires anni prima, con l’alibi delle persecuzioni politiche. Nella realtà fuggiva da Sidney, la donna che aveva smesso di amare. Tornato nell’appartamento di calle Eduardo Costa dopo che vi è morto l’ultimo inquilino, Nico ricostruisce ciò che è accaduto dal giorno della sua partenza: ha però solo indizi, qualche intuizione, un collage di supposizioni che non possono che essere la vera storia dei fatti susseguitisi dal momento in cui lui ha lasciato l’Argentina per l’Italia.
Per esempio Sidney che si rifugia nelle stanze del loro amore dove viene trovata dal primo inquilino, un pittore che ha affittato l’appartamento senza sapere delle incursioni abusive di lei, e che resta affascinato da quel sentimento assoluto per un uomo che se n’è andato. Ne resta affascinato anche lo psichiatra che incontra Sidney e che per inseguire l’ombra di quel grande amore (non suo) affitta proprio quello stesso appartamento. Lo psichiatra non riuscirà tuttavia a salvare questa donna che si strugge: certi amori sono vitali e se li perdi puoi solo morire. Ma Nico davvero aveva smesso di amarla? Si può semplicemente smettere di amare qualcuno? In fondo, dall’Italia, Nico continuava a scriverle. Ma lei aveva visto il sentimento sbiadirsi negli occhi di lui. Ma perché è tornato in quell’appartamento, e perché – in un finale che sorprende e rende il libro ancor più indimenticabile – Nico sceglie di pagare la colpa di averla abbandonata? A 85 anni, Alberto Ongaro è lucido detective nel mistero dei sentimenti.





La mia intervista a Chiara Gamberale: “Le luci nelle case degli altri”

16 10 2010

Chiara Gamberale ci racconta una storia. La storia è quella di una bambina con una vita tutta particolare.
Mandorla, il suo nome, arriva nel condominio di via Grotta Perfetta 315 all’età di sei anni, catapultata dalla disgrazia di aver perso la mamma che proprio in quel condominio era la bizzarra, ma amatissima amministratrice.
Tutto quello che la mamma di Mandorla le lascia è una lettera, che letta di fronte a tutti i condomini mette a conoscenza, non solo la piccola, ma anche queste famiglie, che tra di loro c’è il padre di Mandorla, che “una sera di marzo, forse per noia, forse per curiosità, nell’ex lavatoio del sesto piano ha fatto l’amore con me”.
Da questo punto in poi Mandorla abiterà ogni due anni con una famiglia diversa all’interno del condominio, perché un’adozione è meglio che rovinare quella famiglia in cui si cela il padre naturale della piccola.
“Le luci nelle case degli altri” ci conduce dal primo piano all’ultimo, in un percorso verticale, in una scalata esistenziale fino a raggiungere la vetta, quindi l’imprevedibile finale.

1. Cos’è via Grotta Perfetta per te?
Nella vita, quella vera, è la strada principale di Poggio Ameno, il quartiere alla periferia di Roma sud dove sono nata e cresciuta, l’unico posto che ho mai sentito e sento come casa. Nel libro mi sembrava il luogo ideale per farsi non-luogo, un posto cioè dell’anima: perché ospitasse le anime e le contraddizioni dei protagonisti del libro, che mettono in scena drammi e commedie più umani che sociali e non avevano bisogno, sullo sfondo, di un quartiere troppo connotato.

2. “Sono pochi i mezzi che abbiamo a disposizione per credere, quando le cose cambiano, che non sia del tutto vero che sono cambiate: ma almeno quei pochi, bisogna saperli usare”. Mandorla ha il suo gelato alla fragola e pistacchio. Chiara invece cosa?
Io vivo di espedienti così… Il mio peluche Vincenzo, l’arredamento intero della mia camera, i miei punti di riferimento personali che mi porto dietro dai tempi delle elementari… Ho proprio un bisogno assoluto di cose e persone che restino fermi, mentre tutto il resto corre e scorre.

3. È un caso che Lidia lavori in una radio come qualcuno di nostra conoscenza? Lidia ha così “tanto da buttare fuori”, anche Chiara? Tipo “ansia di parole” o “bisogno d’amore”?
Non è un caso… Come non è un caso che Tina abbia sempre paura di disturbare qualcuno o che Giulia Barilla sia morbosamente attaccata a suo padre. In ognuno di questi personaggi, prima fra tutti naturalmente Mandorla, c’è qualcosa che mi appartiene, nel profondo. Lidia è la più simile a me a un livello evidente: ansia di parole, sì. Che nasce da un bisogno spasmodico d’amore.

Chiara Gamberale è nata nel 1977 a Roma, dove vive. Ha scritto Una vita sottile (Marsilio 1999), Color Lucciola (Marsilio 2001), Arrivano i pagliacci (Bompiani 2003), La zona cieca (Bompiani 2008, premio selezione Campiello) e Una passione sinistra (Bompiani 2009). È ideatrice e conduttrice di programmi radiofonici e televisivi come “Gap” (Raiuno), “Quarto piano scala a destra” (Raitre) e “Trovati un bravo ragazzo” (Radio24). Dal 2010 è in onda su Radio2 con “Io Chiara e l’Oscuro”. Collabora con “La Stampa”, “Il Riformista” e “Vanity Fair”.





L’uomo che vorrei…

28 06 2010

Vorrei un uomo che quando rientro la sera tardi ha pensato a me e prima di andare a dormire si è ricordato di lasciarmi la luce piccola accesa.

Vorrei un uomo che non pensasse di essere il mio salvatore, liberatore, il Dio sceso in terra.

Vorrei un uomo che mi sorridesse più spesso.

Vorrei un uomo che mi chiedesse una volta in più rispetto a quanto fa con gli altri “come va?“.

Vorrei un uomo che non criticasse gli altri di usare “scorciatoie” quando lui è il primo a farlo.

Il resto verrà, post in divenire…





La torta salata da fine corso di scrittura creativa… Il lungo addio.

20 03 2010

La fine di un tale percorso va festeggiato adeguatamente. Non solo per essere arrivati indenni alla sua conclusione, ma per aver scoperto le perle che qui hanno creato, letto, che sono intervenute, che sono state zittite dal “maestro”, o elogiate all’ennesima potenza. Insomma per tutti “Quelli del mercoledì sera“, come ormai li chiamo affettuosamente.

Tra stuzzichini vari, tappi che saltano, bottiglie bevute fino all’ultima goccia, una prelibatezza mi ha colpita. La torta salata della cagliaritana. Ve la allego come mi è stata inoltrata, ringraziandola per questo regalo. E passo a lei la parola.


Da Liliana Cantone (quando le persone non si conoscono mai abbastanza…purtroppo – ehi, si capirà che è un complimento? -)

Qui a seguire la ricetta della torta sala di fine corso B che ha sfamato fior di giovani menti.
Consiglio importante: nel trafficare in cucina, care signore, l’effetto Nonna Papera è sempre in agguato. Per scongiurarlo, sparare a volume altissimo una qualunque delle canzoni di Michael Stipe. L’ideale sarebbe averlo direttamente nel vostro tinello per una performance live, ma non sempre si riesce a incastrare il calendario delle sue date con le vostre.

Qui si propone questo, questo e questo. Ora, al lavoro!

Ingredienti:
2 confezioni di pasta sfoglia già pronta (formato rotondo. Per chi vuole tirarla da sé, fatti suoi)
300/400 grammi di erbette fresche
2 uova
30 gr burro
1 cipolla rossa
30 gr uvetta
1 mela renetta
200 gr feta
30 gr parmigiano
sale

Lessare le erbette, strizzarle e tritarle. Tagliare finemente la cipolla e lasciarla imbiondire nel burro. Aggiungere la mela tagliata a cubetti piccoli, l’uvetta e poi le erbette. Salare. Girare per qualche minuto. Spegnere e far raffreddare.
Unire in una ciotola le uova sbattute, la feta sbriciolata a mano e il parmigiano grattuggiato. Versare l’impasto con le erbette e amalgamare.
Stendere la pasta sfoglia in uno stampo a cerniera (diam. 28) foderato con carta da forno. Bucherellare la base. Versare delicatamente l’impasto e livellarlo. Ritagliare dalla seconda confezione di sfoglia strisce di varia misura e ricoprire a mo’ di crostata. Ripiegare verso l’interno il bordo, premendo con le dita prima e poi schiacciandolo coi rebbi della forchetta.
Mettere in forno per 40 min circa a 200 gradi.
Mangiare il più tardi possibile. Prima riascoltarsi Michael.
Ciao
Lili





Sui sogni…

10 03 2010

Stamattina la nana mi ha fatto una domana difficilissima: “Mamma, cosa non hai mai sognato?

Sbigottimento!

Non lo so, davvero. Prendo nota di tutti i miei sogni, ma decidere che cosa non ho mai sognato è, da un lato, una domanda troppo ampia, dall’altro troppo semplice. Ha però sicuramente rappresentato una prima domanda della nana a cui non ho saputo rispondere. E che rabbia!

E voi, sapete che cosa non avete mai sognato???





Una vita sociale ad incastro.

1 03 2010

Nel Manuale di Istruzioni su come allevare un bebè, alla sezione “non sono più un bebè, ora vado alla materna“, queste cose mica ci sono scritte…cavolo!

Che la sua vita sociale sia più complicata della mia. Che la mia debba ruotare in base ai suoi appuntamenti mica era previsto.

Un esempio?

Ormai le settimane sono così:

  • lunedì la porto a danza (che odia con tutta sè stessa, temo)
  • a lei restano i pomeriggi del martedì, giovedì e venerdì.

Dove una mamma, una super-mamma, quella stessa mamma che le ha fatto conoscere le orride calzature (Mamma, arrenditi…) mi ha fatta entrare nel loop. Quello dei ritrovi settimanali tra nani. Ma la mamma in questione è pazzesca. Mentre organizza e sistema il suo maschietto con la mia nana, pensa all’invito dell’amichetta per la figlia che resta a casa senza fratellino rompiscatole in giro. Tutto perfetto, tutto sistemato. Fino a quando non sbaglia a mandare gli sms. E’ nel pallone anche lei, poveretta. E’ un duro lavoro quello degli incastri.

Ma non finisce qui.

Perchè qualche giorno prima dell’appuntamento fatidico eccola mandarmi un sms allarmante in cui il piccolo ha la febbre. E pare non guarire in tempo per il pomeriggio di bagordi da noi.

Che faccio, panico, la nana appena l’ha saputo è entrata in crisi d’astinenza.

Quindi il fidanzato ufficiale (lui credo non lo sappia o, se lo sa, se ne fotte allegramente) viene precettato. Sms della madre che mi avvisa che non può. Devo assolutamente tamponare la falla. Mi invento un altro appuntamento, ma mentre lo sto per fare ecco il messaggio della speranza. La madre in questione mi chiama: anche a lei è saltato l’amichetto del pomeriggio, quindi possiamo farli incontrare.

Ma è mai possibile una fatica del genere? E’ mai vita questa?





Una tranquilla mattinata di rock: Rolling Stones “Jumpin’ jack flash”

10 02 2010

Lei: “Mamma, mi piace tanto questa tua musica” (mentre dipinge, balla)

Io: “Ti piacciono i Rolling Stones?

Lei: “Sì, mi fanno impazzire. Li portiamo anche in macchina così li posso ascoltare sempre?

Io: “Tuo padre non approverebbe, non sono abbastanza anni ’80… Gli verrà un colpo…

Va avanti a dipingere e a ballare…








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