La mia intervista a Wulf Dorn, autore de “Il superstite”

24 05 2011

Nel nuovo thriller di Wulf Dorn, Il superstite, si muore molto e quasi tutti i personaggi hanno il loro fardello da portare: dove si incontrano tanti individui traumatizzati, il dramma non può essere lontano.
Una registrazione che termina con un improvviso silenzio. È ciò che resta a Jan Forstner del suo fratellino Sven, scomparso 23 anni prima senza lasciare tracce. Quella stessa notte il padre ha avuto un incidente mortale d’auto in circostanze misteriose. I due casi non sono mai stati risolti. Quando Jan torna nei luoghi della sua infanzia, il passato è lì ad attenderlo e a riaffiorare. Il confronto con un misterioso suicidio da allo psichiatra la possibilità di mettersi sulle tracce del colpevole e di indagare sulla scomparsa di Sven.
La storia raccontata da diverse prospettive è ricca di piste false e conduce il lettore nel cuore degli avvenimenti. Un plauso a Wulf Dorne alla sua abilità di tenerci incollati alle sue pagine.

Prima di tutto, è vero che ha tratto spunto per questo nuovo libro da una storia che le ha raccontato sua zia?
Il romanzo effettivamente nasce da un aneddoto raccontatomi da mia zia in occasione di una festa di famiglia. Molti anni fa mio cugino Tommy, cinque anni, stava giocando in giardino con accanto mia zia. Squilla il telefono, la zia rientra in casa, sta al telefono un po’ con quest’amica. Quando torna in giardino Tommy non c’è più. Da nessuna parte. Iniziano le ricerche, disperate, anche da parte della polizia e solo dopo un paio d’ore ecco che Tommy viene trovato. Cos’era successo: durante la telefonata tirata per le lunghe Tommy si annoiava, quindi aveva deciso di andare a casa di un amichetto che abitava ad un paio di strade più in là. Strada facendo si era però imbattuto nei conigli di un signore lì vicino e mettendosi a dar loro da mangiare aveva perso il senso del tempo.
Io ho cominciato a riflettere su questo aneddoto, su come sarebbero andate le cose se Tommy non fosse stato più trovato. Come avrebbe vissuto questi anni la zia? Come avrebbe vissuto questi anni l’amica che l’aveva chiamata al telefono? E noi, avremmo parlato di lui alla nostra festa di famiglia annuale? È stato proprio così che ho iniziato ad occuparmi delle persone scomparse, a fare delle ricerche e da questo nasce il romanzo.

Nel precedente libro, La Psichiatra, si parlava di rimozione di eventi traumatici con il conseguente sdoppiamento della personalità, poi di ricordi che riaffiorano; qui di abusi su minori. Qual è la sua esperienza in merito?
Sì, effettivamente ho incontrato nello svolgimento della mia attività professionale vari pazienti che nella loro infanzia avevano subito degli abusi. Sono sempre esperienze molto pesanti da gestire e che a volte rendono impossibile o difficile continuare ad avere una vita normale. Il compito di chi lavora in ambito psichiatrico è quello di aiutarli e mostrare loro come è possibile avere, malgrado ciò, una vita “ancora normale”.

Cicerone disse che: “… è il ricordo sereno dei dolori passati a darci la pace”. Si supera mai un trauma o la cicatrice resta per sempre?
È possibile superarlo solo se si impara ad accettare ciò che è accaduto, se si riesce ad avere un nuovo inizio da cui ricominciare a vivere. Tuttavia dimenticare è impossibile, perché questo è un fatto che fa parte della vita.

Sull’ipnoterapia. Ho intervistato i Kepler che nel loro L’Ipnotista descrivono l’ipnosi come terapia. Conosce il libro? Lei è affascinato da questo tema?
Il libro dei Kepler: ce l’ho e fa parte della montagna di libri da leggere che ho sul comodino.
Sull’ipnosi: mi affascina decisamente. Da noi in clinica è una delle pratiche terapeutiche praticate. Mi affascina molto l’ipnosi intesa come terapia, molto diversa dal cliché dell’ipnosi che conosciamo. Non ha niente a che fare con quanto cancelli la volontà dell’individuo, ma al contrario è uno strumento che serve per rompere delle barriere costituite all’interno di noi. È un mezzo che permette di ricordare fatti molto lontani nel tempo e di riportarli così a galla, e di elaborarli eventualmente.

Nella descrizione di quello che avverrà durante l’ipnosi: “… tutto ciò che faremo è di abbassare le sue barriere (…). Sarà un viaggio di scoperta, indagherà nel suo passato come un detective e lo vedrà a chiare immagini davanti a lei. Esattamente come è accaduto, e non come lo ricorda. Perché i ricordi sono labili”. Questa è una cosa che mi ha molto colpita: ciò che ricordiamo non è detto che sia avvento?
Le faccio un esempio. Mettiamo che ci sia un incidente stradale e che ci siano dieci persone ad assistervi. La polizia arriva e chiederà ad ognuno di testimoniare ottenendo, per questo stesso incidente, dieci testimonianze diverse. Questo perché ogni individuo è plasmato dalle proprie esperienze, quindi osserva le cose secondo angolazioni differenti, sbilanciando il proprio punto di vista in una direzione piuttosto che in un’altra.
Per esempio, uno ha osservato più il guidatore, un altro che propende per il colore blu si è accorto che la macchina era di quel colore. Quindi il ricordo cosciente in realtà può essere influenzato da tanti elementi. Durante una seduta di ipnosi invece il paziente ritornerà al momento esatto dell’osservazione e vedrà tutto come in una fotografia. Senza più il filtro della coscienza. Non è solo una cosa visiva, ma ciò succede anche per i rumori e per gli odori. Il nostro cervello, fino a quando funziona correttamente, cioè non intervengono delle patologie, è come una spugna che assorbe e ritiene tutto.
L’ipnosi terapeutica permette quindi di ritrovare dei ricordi che sono diversi da quelli che si avevano coscientemente. Ed è proprio qui che si inizia a lavorare sulle barriere costruite in merito alla rimozione.

Qual è quindi secondo lei la differenza tra l’ipnoterapia e l’interpretazione dei sogni?
L’interpretazione dei sogni è qualcosa di astratto. Lavora prevalentemente con dei simboli e attraverso questo metodo, secondo me, è molto dipendente dal terapeuta che deve essere in grado di giungere ad un’interpretazione insieme al suo paziente. I sogni sono la rielaborazione di cose che abbiamo vissuto durante il giorno.
Credo che la vera differenza tra l’ipnosi e l’interpretazione dei sogni sia un po’ come mettere a confronto una fotografia e una pagina di appunti. Quello che accade nell’interpretazione dei sogni è che si tenta di dedurre, di ricavare cosa ha dato spunto a tutta una serie di immagini, mentre invece l’ipnosi tenta di giungere all’osservazione delle cose.

“(…) neppure uno scrittore di romanzi può avere un’energia creativa paragonabile a quella della vita stessa”. Allora come mai i suoi libri trasudano una tensione che solo la vita sa dare?
È l’idea per una storia a conferire tutta questa energia. Se la storia ha come effetto sul lettore di risucchialo dentro, è chiaro che lo stesso effetto ce l’ha anche su chi la scrive. È chi la scrive che poi riesce ad esprimere tutto ciò al lettore. Ed è proprio in questo che sta l’energia che ti entra dentro.

In merito al suo successo: Wulf Dorn ha vinto alla lotteria e ancora non se ne capacita?
Sì, ancora.

Ho letto che per scrivere ha ridotto il suo lavoro in clinica a 3 giorni alla settimana. Come farà a trovare quindi nuova linfa per i suoi thriller?
Ho abbastanza idee ancora per un sacco di storie. Non esiste solo la psichiatria, non è la mia unica fonte di ispirazione. Basta sedersi in un caffè all’aperto e stare a guardare la gente.

L’autore
Wulf Dorn
È nato nel 1969. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania. Dopo aver scritto alcuni racconti si è dedicato alla stesura del suo primo romanzo, La psichiatra, che è diventata un bestseller da centomila copie grazie al passaparola dei lettori.
Valeria Merlini
Maggio 2011
(pubblicato su bol.it)
Leggi anche l’intervista per il libro La Psichiatra qui.




La mia intervista a Becca Fitzpatrick, autrice di “Angeli nell’ombra”

11 04 2011

L’amore impossibile, eppure irresistibile, tra Nora, una dolce ragazza e Patch, un bellissimo angelo immortale. Angeli nell’ombra è il secondo capitolo della storia d’amore e mistero che ha affascinato centinaia di migliaia di ragazze in tutto il mondo e generato un fenomeno virale in rete con numerosi forum e fan site dedicati. Il primo libro della Fitzpatrick, Il Bacio dell’Angelo Caduto è stato tradotto in 23 paesi ed è presto divenuto un bestseller nella narrativa YA in Italia, superando le 200.000 copie e generando un grande tam tam mediatico anche nel nostro paese su Youtube e su Facebook.

L’angelo caduto ha perso il suo stato di grazia, quindi è stato allontanato dal Paradiso. Per aver disubbidito o per essersi ribellato a Dio. Come mai secondo lei siamo passati (dopo vampiri, zombie, alieni…) a questa nuova forma “maligna”?
Credo che molti lettori possono avvicinarsi alla storia di un angelo caduto perché è una forma di redenzione. Ognuno di noi sa bene come ci si senta quando si commette un errore, per quanto piccolo possa essere, e prova a fare il possibile per ristabilire il proprio equilibrio interiore. In molti modi gli angeli caduti nei miei libri sono più vicini agli esseri umani che alle creature mitologiche.

Nel suo libro compare anche un amico di infanzia della protagonista, Nora. Anche questo Scott potremmo definirlo un “bad boy”. Perché piace la figura del ragazzo cattivo?
Io credo che per molte ragazze, il bad boy rappresenti una certa forma di ribellione. Nella narrativa, leggere la storia di un bad boy è un modo sicuro per esplorare le nostre fantasie su come potrebbe essere stare con qualcuno di pericoloso. Qualcuno con quale non sarebbe proprio consigliabile stare nella vita reale.

Dopo Angeli nell’ombra manca in Italia Silence, la cui uscita è prevista per ottobre 2011. Ci sarà un seguito poi?
Proprio in questo momento sto lavorando duramente sull’editing di Silence e sto facendo di tutto per renderlo il migliore possibile. Quando lo avrò ultimato, mi metterò ad esplorare cosa sarà il mio prossimo progetto di scrittura. Ho un sacco di storie in testa…

(pubblicato su bol.it)





La mia intervista a Stefania Nascimbeni per “101 motivi per cui le donne preferiscono gli stronzi”, titolo profetico!

4 03 2011

Tra i 101 motivi per cui le donne preferiscono gli stronzi:
Lo stronzo è un amabile adulatore
Lo stronzo vi tiene in pugno, ha sempre l’ultima parola
Lo stronzo ha un sorriso irresistibile
Lo stronzo è sexy e sa fare bene l’amore
Lo stronzo è schietto, del genere «Sono così, io te l’avevo detto…»
Lo stronzo non lascia, si fa lasciare!
Lo stronzo ti conquista con la voce
È magnetico, come una calamita
Conquistare lo stronzo è un’impresa che avvince
Le donne sono convinte di poter cambiare in meglio lo stronzo
Un piccolo assaggio di quanto contenuto nel libro di Stefania Nascimbeni, “101 motivi per cui le donne preferiscono gli stronzi” (Newton Compton editori).

Chiacchierando con Stefania…

101 motivi per cui le donne preferiscono gli stronzi in 100 parole?
101 in 100? sono troppe, davvero, e farei confusione. Nello specifico te ne dico un paio: noi donne siamo quelle che “l’amore che move il sole e l’altre stelle”: a monte di tutto saremmo disposte a tutto pur di vivere davvero questo sentimento. Dal farci andare bene il fedifrago per antonomasia, a quello arido che sa solo aprire il portafoglio, o quello scettico che ti condisce con i suoi melensi stati umorali sulle relazioni infelici. Noi donne amiamo l’amore prima di tutto, il resto viene da sé.

Dall’uscita del libro, come è cambiata la tua percezione nei confronti del maschio (se è cambiata)?
Pensavo di eludere un po’ questa domanda, levandomi al di sopra delle parti. E invece ti dico che sono sempre ferma allo start, per quel che mi riguarda. Cioè degli uomini (i miei) ci capivo poco prima e ci capisco meno adesso, o comunque sia uguale! Riguardo agli altri è tutto molto più chiaro invece, comincio a cogliere l’evolversi di una situazione già dai primi passi che lui, Mr. S, il deficiente compie.
L’altro giorno ero dal parrucchiere e una signora, parlando del mio libro, mi ha detto: “Tu si che hai capito tutto!”. Mi ha fatto così sorridere…

Ti è capitato di ricevere critiche? Se sì, a che proposito?
Critiche? Ma sai che non ancora… Sto aspettando sulla riva del fiume, tanto prima o poi il cinese rompicoglioni passa sempre!

Cosa ti scrivono i lettori?
Mi chiedono consigli sentimentali, ti stupirà saperlo, specialmente i ragazzi! Che è come se parlassero con me per avere l’illuminazione sul genere femminile… Cerco di essere obiettiva e li minaccio di morte quando li vedo ridursi a zerbino al cospetto di una stronza (eggià, ci sono anche le Mrs S!), ma poi mi rendo conto che una donna, in amore, non sa mai che cosa vuole e allora ogni consiglio è quasi inutile. Dato che la donna in essere potrebbe aver già cambiato idea/strategia nel frattempo.
Le ragazze invece mi scrivono che hanno apprezzato il libro, che l’hanno trovato ironico, ma tremendamente vero e per nulla stupido. Molte mi hanno perfino detto che sono cambiate dopo la lettura. Sono felice per loro.

Prossimo progetto?
Per il prossimo anno sto lavorando a un nuovo saggio di costume della Newton Compton, sempre per il periodo di Natale, che in un certo senso potrebbe essere l’evoluzione di questo 101.
Ma stavolta si parla proprio di relazioni, anzi di amore!
E poi, vabbè, sto sempre aspettando che Gesù bambino legga la mia letterina del Natale scorso e si decida a far recapitare i miei due manoscritti in cerca di editore a chi dovere (uno è un romanzo che ho appena finito, anzi, non ancora corretto del tutto).

La domanda che vorrei…
La domanda che vorrei? Perché scrivere? Risposta: perché ci sono tante cose che vorrei dire sulla vita, il mondo, tante storie interessanti che piacerebbero alla gente, perché poi la gente siamo noi (io) in molti casi. Con quello stile un po’ frizzante, del tutto personale, io racconto degli spaccati di realtà, da un lato miei da un lato raccontati. Che sono certa appartengano a tutti.
Insomma, leggere per credere… Scrivere è anche leggere, e leggere è in parte vivere!

L’autore
Stefania Nascimbeni
studia e lavora nella comunicazione. È stata ufficio stampa e giornalista nei settori moda, arte e lifestyle, sia per aziende che come libera professionista. Nel 2007 comincia a scrivere alcuni racconti e soprattutto il suo primo romanzo. Attualmente scrive su due blog di successo: ilovegaia.style.it e dottoressacalvi.menstyle.it (che prendono le voci di Gaia e della dottoressa Calvi, due suoi personaggi), oltre al suo blog personale.




La mia intervista a Shilpi Somaya Gowda per “La figlia segreta”. Bellissimo libro!

8 02 2011

India e Stati Uniti. Due continenti diversi per spazi, abitudini, cultura. Kavita e Somer. Due donne diverse per cultura e status sociale, potremmo dire. Una fertile, l’altra sterile.
Asha. La figlia che sta in mezzo. La figlia segreta di Kavita. La figlia adottiva di Somer. Asha che unisce un marito e la moglie che è stata obbligata a separarsi dalla sua bambina, in un’India in cui a poco a poco si sta uscendo dalla selezione naturale “forzata” del maschio a discapito della femmina. Asha che separa un’unione a cui sembrava mancare solo il collante dato da una figlio.
La figlia segreta è un romanzo in cui si intrecciano le vite e le storie di donne alla ricerca di se stesse.
In capitoli brevi ed incisivi Shilpi Somaya Gowda esplora i temi della cultura e dell’appartenenza, intrecciando le vicende di due famiglie: una in lotta per la sopravvivenza nei sobborghi più poveri di Mumbai, l’altra alla disperata ricerca di un’unità familiare, nonostante le differenze culturali nella ricca California.

Il suo romanzo è avvolto dal senso di paura e dal senso di perdita che le due donne provano. Paura per Somer, perdita per Kavita?
Penso che Kavita sia una donna che ha veramente pochissimo potere, sia nella sua vita che all’interno della sua famiglia. L’unico potere che riesce ad esercitare è quello che la spinge a rinunciare alla sua bambina. Decisione ed esercizio del potere che poi la porterà ad una grossa perdita: quella della figlia di cui risponderà attraverso la sofferenza, sopportata da sola.
Somer invece è una donna con molto potere. Potere che le è arrivato dall’istruzione, dalla carriera, dal fatto di avere una relazione consolidata. Eppure anche lei sta perdendo l’unica cosa che non aveva pianificato: la sua capacità di dare alla luce un bambino. Questo origina la sua paura. Era stata cieca, non aveva mai preso in considerazione che una questo potesse colpirla direttamente.
Paura e perdita sono effettivamente i sentimenti che spingono la vita di queste due donne.

Kavita dopo il ritorno dall’orfanotrofio, dimostra nei confronti del marito una notevole prova di forza. Ma nulla possono le donne nel momento in cui viene sbattuta loro in faccia la frase “Spendi 200 rupie ora e risparmierai 20.000 rupie in seguito” quando sono sedute nello studio medico per fare un’ecografia. Da una parte la forza di una donna come Kavita, dall’altra la crudeltà di un paese…
L’India è un continente incredibilmente vasto, dunque non esiste un solo modo di relazionarsi con il mondo femminile. Da un lato è vero che ci sono ancora tantissime regioni, soprattutto quelle rurali, in cui ancora si pratica l’infanticidio e dove, sì, le donne si sottopongono ad un’ecografia per determinare il sesso del nascituro e poter così decidere su un aborto. Tuttavia queste situazioni sono in diminuzione.
Dall’altro lato ci sono invece donne che rivestono posizioni di potere, a livello politico, ma anche all’interno delle famiglie. La famiglia indiana continua ad essere molto matriarcale, sono le donne a prendere le decisioni più importanti per la famiglia.
Ecco la forte contraddizione all’interno della società.

“Essere una donna in India è un’esperienza completamente diversa che in Occidente”. Ce lo può spiegare?
La risposta la troviamo nella vita stessa di Asha. Se fosse rimasta in India, probabilmente sarebbe stata uccisa o comunque il suo destino sarebbe stato molto diverso. Invece il fatto di essere stata adottata da una famiglia occidentale ha cambiato radicalmente la sua vita. Asha attraverso la sua famiglia americana ha ricevuto tutta una serie di opportunità e anche di aspettative comuni a tutte le ragazze occidentali. In India, anche se il tuo destino non è quello di essere eliminata, ma comunque resti nella tua famiglia, ci si aspetta che studi fino ad un certo punto, poi ti sposi, poi hai dei figli, ecc.
Quindi le differenze tra l’essere una ragazza del mondo occidentale e una ragazza indiana sta nella quantità di opportunità e di aspettative.

Quindi lei cosa intende quando parla dell’India come il paese delle contraddizioni a cinque stelle?
L’India è il paese degli estremi dal punto di vista socio-economico. Perché puoi avere persone che vivono nell’assoluto benessere e ricchezza, ma che appena superano il marmo dei loro palazzi, trovano un mendicante che tende loro la mano. Quindi, incredibili estremi: i ricchi e i poveri. Dove è difficile cambiare classe di appartenenza, molto difficile riuscire a scalare le classi sociali. Fino a 10 anni fa esisteva il discorso delle caste, delle differenze religiose: era difficile riuscire ad uscire dalla tua fettina di vita e di società. Oggi le cose stanno iniziando a cambiare, ma siamo solo agli inizi di questa trasformazione.
Poi un altro esempio è la condizione delle donne che ho appena descritto. Non dimentichiamoci che Indira Gandhi è diventata Primo Ministro in India molto prima che una donna salisse al potere negli Stati Uniti o in Gran Bretagna. In un momento, per giunta, in cui continuava l’infanticidio. Tutto questo avveniva simultaneamente.
Ecco le enormi contraddizioni cui è diffinicile districarsi.

Sono tutte queste contraddizioni a spingere l’India ad essere così spirituale?
La spiritualità è una pratica molto antica in India e risale a secoli e secoli fa. La cultura è fortemente impregnata di spiritualità. Non so se sia tutto questo veramente collegato alle contraddizioni di cui parlavo prima. È vero comunque che la spiritualità è il collante che unisce persone che appartengono a ceti sociali molto diversi. Se si va in un tempio si trovano ricchi tra poveri. Nello stesso tempo trovi uomini e donne, magari seduti in zone separate, ma comunque insieme all’interno del tempio. Nel libro ho voluto descrivere alcuni elementi di spiritualità, per spiegare come questa rappresenti un terreno comune su cui si confrontano tutti.
La ragione forse per cui la gente va in India “per ritrovare se stessa” forse è che tutte queste forti contraddizioni scuotono, risvegliano.

La mamma di Somer: “Cara farai qualcosa di altrettanto importante: salverai una vita”. È sempre il bisogno primario di essere madre, genitori, che spinge però all’adozione, piuttosto che al “salvare” vite…
Mentre mi preparavo alla stesura del romanzo ho intervistato molti genitori adottivi per cercare di capire quali fossero le decisioni che portavano all’adozione. Ho incontrato persone che hanno sempre pensato che se un giorno non fossero riusciti ad avere figli biologici avrebbero adottato; altri che invece non ci avevano mai pensato fino al verdetto finale sulla loro sterilità; poi moltissime donne non sposate che sono certe di adottare un po’ per salvare una vita, un po’ per il pensiero che esistono già troppi bambini al mondo per farne nascere altri.
Quindi le ragioni sono tantissime e varie. Penso però che la maggioranza dei genitori lo faccia soprattutto per diventare genitore.

Somer: “La sua professione non è più il suo tratto distintivo, ma non lo è nemmeno il suo essere madre. (…). Somer non immaginava che avere tutto, come aveva sempre creduto di volere, l’avrebbe fatta sentire carente sotto entrambi gli aspetti”. Sento questa frase spesso, troppo spesso, soprattutto nei confronti dei figli. C’è il segreto per non sentirsi perennemente in colpa?
Anch’io la sento dire tutti i giorni. Essere madre nella nostra società moderna porta con sé tantissime aspettative. Tutti noi abbiamo grandi aspettative da noi stessi. Soprattutto chi è diventato genitore dopo aver ottenuto una bella carriera, deve fare un passo indietro. E ovviamente ha qualcosa con cui confrontarsi: il prima, quando si lavorava tante ore alla settimana, si ottenevano promozioni e successi. Il dopo, cioè il cambiamento che diventa immediatamente visibile con la maternità. Le donne non sono quindi soddisfatte della loro carriera perché si confortano con quanto avevano prima e non c’è più corrispondenza, ma non sono nemmeno soddisfatte del loro modo di essere mamme perché si sentono di mancare sotto tanti aspetti della loro maternità. Tuttavia questa è comunque una cosa che accade anche per le madri che non lavorano, e che spesso non si sentono adeguate al 100%.

Era inevitabile che con il volontariato in un orfanotrofio in India, finisse per raccontare la sua esperienza attraverso un romanzo?
Io sono stata in India a fare volontariato in un orfanotrofio quando avevo 19 anni. Il libro l’ho scritto vent’anni dopo. Quindi a quel tempo non era affatto mia intenzione farne un romanzo, non ci pensavo.
Da allora sono poi tornata in India ogni due anni perché la mia numerosa famiglia vive lì. Ma solo quando sono diventata madre a mia volta ho iniziato a pensare a quei bambini, a quei visi che avevo conosciuto, a che cosa ne era di loro. Tuttavia ero ancora nella fase di non volerne scrivere, tanto meno avrei mai pensato di scriver e un qualunque libro.
Invece poi le cose sono accadute da sé, le parole mi pulsavano intesta e ho iniziato a scriverne.

Shilpi Somaya Gowda
è nata e cresciuta a Toronto da genitori indiani emigrati da Mumbai. Laureata alla Stanford University, ha trascorso dei periodi in India a lavorare come volontaria in un orfanotrofio. Ha vissuto a New York, nel North Carolina e in Texas, e ora vive in California con il marito e i figli.

(pubblicato su Bol.it)





Il mio Speciale sul Giorno della Memoria. 27 gennaio 2011. Le valigie di Auschwitz, di Daniela Palumbo (premio il Battello a Vapore)

23 01 2011

Nulla è più sconvolgente della guerra. Nulla lo è stato più dell’eliminazione in massa degli ebrei per volere di un solo uomo. Che lo aveva deciso. Che aveva deciso che così doveva essere. Perché era giusto. Ma nulla, davvero, è più atroce di una moria in cui le vittime sono annichilite e impotenti. Di fronte alla crudeltà, di fronte ad una forza distruttrice che non ha paragoni.
Se doveste mai fare una visita al campo di sterminio di Auschwitz, in questo venichtungslager, non potrete non rimanere colpiti dalla stanza 4 del blocco 5. Dietro la cui vetrata si erge una montagna. Quella dei nomi e dei cognomi, quella delle città e delle vie scritte in tutta fretta. Con la segreta speranza, l’incosciente e la cosciente consapevolezza del non-ritorno. La montagna di valigie dei deportati nel campo. Quelli che appena arrivati venivano subito eliminati perché considerati più deboli dei deboli. Così, senza un vero perché, senza una vera ragione. Solo perchè diversi. Questa è la storia raccontata da Daniela Palumbo nel suo Le valigie di Auschwitz. Attraverso racconti e testimonianze. “Ho saputo che è esistito un tempo in cui dei bambini venivano costretti a partire con una valigia riempita in fretta, per una destinazione che non conoscevano e non facevano ritorno a casa, mai più”. Le storie racchiuse in questo libro sono la traccia di un passaggio. Quello di 5 bambini: Carlo, Hannah, Jakob, Dawid, Emeline. Ognuno con la propria dolorosa quotidianità e accompagnata da un viaggio nella sofferenza della diversità. Ma che va ricordata e raccontata. “Il luogo che conserva la memoria di quei bambini e delle loro piccole valigie , si chiama Auschwitz”.
Le valigie di Auschwitz è la storia di questi bambini che innocenti vittime hanno percorso un breve tratto della loro vita. Alcuni l’hanno proseguita. Altri si sono persi per sempre.
Per tutti il comun denominatore è una stella. Quella gialla della diversità. Quella luminosa che brilla nel cielo e che ce li fa ricordare.
Purtroppo sempre troppo poco. Purtroppo sempre più raramente.
Ecco il motivo per cui esistono libri come questo. Per mantenere questo scintillio vivo. Brillante.
Le valigie di Auschwitz ha vinto il Premio Letterario Il Battello a Vapore, dedicato a romanzi inediti per ragazzi e indetto dalle Edizioni Piemme.

“In questo libro racconterò una storia, anzi più storie, di bambini che sono esistiti tanti anni fa, quando non ero ancora nata”. Dove ha sentito le storie di questi cinque bambini?
Le storie narrate ne Le valigie di Auschwitz sono frutto di invenzione letteraria. Eppure sono vere. Sono vere nella misura in cui la scrittura, il raccontare le storie della vita, permette allo scrittore di dare corpo e anima all’umanità rarefatta (in questo caso) che è nei libri di storia, nei ricordi dei testimoni, nella didascalie di una foto. Sono vere perché Jakob, Hannah, Carlo, Emeline e Dawid, rappresentano tutti quei bambini che sono scesi dal treno ad Auschwitz e sono stati messi nella fila degli inutili: quella che andava direttamente alle docce, ovvero nelle camere a gas e ai forni. I tedeschi chiamavano i prigionieri dei lager haftling che vuol dire pezzo. I pezzi inutili erano tutti i bambini fino ai 13 anni, perché non potevano lavorare e venivano immediatamente gasati.

Scrivere per non dimenticare o scrivere per insegnare?
Scrivere per non dimenticare. La shoah non riguarda solo gli ebrei, ma l’umanità tutta. Perché è una pagina della Storia che ha segnato un confine: dopo Auschwitz è come se l’umanità avesse perso l’innocenza, non abbiamo più potuto rappresentarci allo stesso modo. È come se il peso di quell’insensata catastrofe sia dentro tutti noi. L’uomo, ieri e oggi e domani, dovrà sempre tremare di vergogna conoscendo la verità perché, come ha scritto Primo Levi, se è accaduto una volta, può riaccadere. Il silenzio e l’indifferenza, solo in parte giustificati con la paura che il regime nazista incuteva, sono stati complici del sistema-lager. Moltissimi sapevano ma potevano fare finta di non sapere perché i tedeschi cercavano di nascondere la verità. E allora la memoria è consapevolezza, l’ignoranza è viltà. E oggi che stanno scomparendo i testimoni diretti assumono sempre più importanza due cose: gli oggetti dei prigionieri, come le Valigie, dove sono scritti indelebilmente nomi e cognomi di chi è esistito, prima di essere inghiottito ad Auschwitz. E le persone, non solo di origine ebraica, che credono nel passaggio del testimone: sapere e raccontare, anche senza aver vissuto, diventa un’assunzione di responsabilità di fronte alla ferita insanabile subita da un’umanità inerme. Ma è anche un atto di responsabilità verso le generazioni future: che non possano mai dire, io non c’entro, non mi riguarda.

Quanto può essere dolorosa una scrittura sul tema dell’Olocausto?
C’è un dolore privato in cui metti in gioco la tua sensibilità, la tua formazione, la storia personale di essere umano, di donna, di madre anche. E c’è un dolore più profondo forse, il dolore dell’appartenenza a un’umanità che ha potuto strappare i figli dalle madri per gettarli nei forni. Poi tornare a casa, suonare il pianoforte con i figli accanto, portare fiori alla moglie, mettere la mantella al cane per la pioggia, accompagnare a scuola i figli e, finiti i giorni di congedo, tornare sereno al lavoro, nel lager.

(pubblicato su bol.it)





La mia intervista a Chiara Gamberale: “Le luci nelle case degli altri”

16 10 2010

Chiara Gamberale ci racconta una storia. La storia è quella di una bambina con una vita tutta particolare.
Mandorla, il suo nome, arriva nel condominio di via Grotta Perfetta 315 all’età di sei anni, catapultata dalla disgrazia di aver perso la mamma che proprio in quel condominio era la bizzarra, ma amatissima amministratrice.
Tutto quello che la mamma di Mandorla le lascia è una lettera, che letta di fronte a tutti i condomini mette a conoscenza, non solo la piccola, ma anche queste famiglie, che tra di loro c’è il padre di Mandorla, che “una sera di marzo, forse per noia, forse per curiosità, nell’ex lavatoio del sesto piano ha fatto l’amore con me”.
Da questo punto in poi Mandorla abiterà ogni due anni con una famiglia diversa all’interno del condominio, perché un’adozione è meglio che rovinare quella famiglia in cui si cela il padre naturale della piccola.
“Le luci nelle case degli altri” ci conduce dal primo piano all’ultimo, in un percorso verticale, in una scalata esistenziale fino a raggiungere la vetta, quindi l’imprevedibile finale.

1. Cos’è via Grotta Perfetta per te?
Nella vita, quella vera, è la strada principale di Poggio Ameno, il quartiere alla periferia di Roma sud dove sono nata e cresciuta, l’unico posto che ho mai sentito e sento come casa. Nel libro mi sembrava il luogo ideale per farsi non-luogo, un posto cioè dell’anima: perché ospitasse le anime e le contraddizioni dei protagonisti del libro, che mettono in scena drammi e commedie più umani che sociali e non avevano bisogno, sullo sfondo, di un quartiere troppo connotato.

2. “Sono pochi i mezzi che abbiamo a disposizione per credere, quando le cose cambiano, che non sia del tutto vero che sono cambiate: ma almeno quei pochi, bisogna saperli usare”. Mandorla ha il suo gelato alla fragola e pistacchio. Chiara invece cosa?
Io vivo di espedienti così… Il mio peluche Vincenzo, l’arredamento intero della mia camera, i miei punti di riferimento personali che mi porto dietro dai tempi delle elementari… Ho proprio un bisogno assoluto di cose e persone che restino fermi, mentre tutto il resto corre e scorre.

3. È un caso che Lidia lavori in una radio come qualcuno di nostra conoscenza? Lidia ha così “tanto da buttare fuori”, anche Chiara? Tipo “ansia di parole” o “bisogno d’amore”?
Non è un caso… Come non è un caso che Tina abbia sempre paura di disturbare qualcuno o che Giulia Barilla sia morbosamente attaccata a suo padre. In ognuno di questi personaggi, prima fra tutti naturalmente Mandorla, c’è qualcosa che mi appartiene, nel profondo. Lidia è la più simile a me a un livello evidente: ansia di parole, sì. Che nasce da un bisogno spasmodico d’amore.

Chiara Gamberale è nata nel 1977 a Roma, dove vive. Ha scritto Una vita sottile (Marsilio 1999), Color Lucciola (Marsilio 2001), Arrivano i pagliacci (Bompiani 2003), La zona cieca (Bompiani 2008, premio selezione Campiello) e Una passione sinistra (Bompiani 2009). È ideatrice e conduttrice di programmi radiofonici e televisivi come “Gap” (Raiuno), “Quarto piano scala a destra” (Raitre) e “Trovati un bravo ragazzo” (Radio24). Dal 2010 è in onda su Radio2 con “Io Chiara e l’Oscuro”. Collabora con “La Stampa”, “Il Riformista” e “Vanity Fair”.





BookAvenue Book Festival 2010

11 10 2010

 

Copyright: BookAvenue

 

Il primo festival della letteratura online, al suo secondo anno.

Per ogni dettaglio sul BookAvenue Book Festival, cliccare qui.

Nel frattempo, ho chiacchierato con la mente che l’ha ideato. Michele Genchi. Per saperne di più…

Michele Genchi è nato nel 1959 e vive a Roma. Libraio di lungo corso, nutre verso le scienze sociali uno dei suoi grandi interessi e studio, oltre che la letteratura di cui scrive. Di quando in quando, tiene seminari sul mestiere di libreria.

1)   Com’è nata l’idea del Festival on line?
L’idea è nata, come spesso succede, da un caso. L’anno scorso abbiamo ospitato un link di un sito americano per una gara letteraria al cui vincitore sarebbe andato in premio un tacchino (avete capito bene, un tacchino!!!) La gara, la cui partecipazione da parte del pubblico richiede solitamente una iscrizione in danaro i cui ricavi vengono destinati all’acquisto di libri per le biblioteche pubbliche, ha permesso a scrittori noti ma anche a molti autori esordienti o poco conosciuti di fare conoscere le proprie opere. Mi sono chiesto cosa era possibile mutuare da noi di questa idea, magari a favore degli scrittori esordienti. E’ nato cosi il Bookavenue Book Festival!

2)   Cosa ti aspetti da questo Festival?
Esattamente quello che sta nelle intenzioni. Lavoro in una libreria di catena dove sono presenti 30.000 titoli per 780 editori. La legge di Pareto del 20/80 vale anche nel mio punto vendita: significa che meno di 3000 titoli fanno l’80% del fatturato. Ci sono editori che hanno titoli presenti, ma che non vendono neanche una copia. Da gestore, quello che rimane è un costo a volte insopportabile. Da lettore, faccio la mia parte per quegli editori e autori che passano quasi sempre inosservati in libreria o che in libreria non ci arrivano nemmeno.

3)   La più grande soddisfazione che hai ricevuto con la prima edizione?
La sorpresa. La prima edizione è stata edita in meno di una settimana e ha raccolto l’entusiasmo di una ventina di autori che hanno avuto la soddisfazione di essere visti da poco meno di 15000 persone: quello che hanno a vario modo consultato il sito in quei giorni.

4)   Per BookAvenue è una vetrina. Per gli autori che si iscrivono?
BookAvenue è un sito non-profit che parla di libri. Ci sono, naturalmente, molti blog che fanno lo stesso nel nostro paese. Qui l’idea è quella di condividere prima di tutto con gli altri librai del paese alcune letture. Molto spesso il successo di certi libri parte dal tam tam che si riesce a generare intorno ad una storia. Mi piace pensare che le nostre recensioni diano un contributo fattivo a questo scopo. Per gli autori che si iscrivono è una opportunità: mentre vi scrivo. il Bookavenue Book Festival nelle sue giornate di prefestival (i giorni in cui gli autori cominciare ad inserire i loro contenuti) è gia stato visitato da 6000 persone per altrettante pagine viste. Mi piace pensare che qualcuno si metterà alla ricerca di qualcuno dei titoli che vengono presentati. Questo discorso vale anche per il sito che accelera la sua base di visitatori abituali.

5)   Come mai la scelta di affidarsi a FaceBook?
Molti possono lasciare d’impulso il proprio commento alla recensione/vetrina del libro. Facebook consente di simulare o imitare l’incontro con l’autore come in una vera e propria presentazione. La piattaforma consente, cioé, di chattare direttamente con l’autore ad una determinata ora nelle giornate del festival e di parlare del libro, magari chiedendo all’autore dove trovarlo. Considera che la quasi totalità dei titoli presentati è edito da editori poco o per niente distribuiti proprio nel canale di riferimento: la libreria, appunto. Non sembra un paradosso?

6)   Beh, immagino non si possa tenere tutto in libreria...
Certo. Nel nostro paese ci sono 6500 editori per 60.000 titoli nuovi ogni anno. Non è neanche pensabile una ipotesi di questo tipo. Per questo tutte le iniziative a favore della lettura sono benvenute. Il Bookavenue Book Festival è una microscopica iniziativa a favore di questo fine.

7)   Come è nato Bookavenue? Dove vuole arrivare?
Bookavenue è nato in libreria. Dall’idea di condividere informazioni riguardo i libri e non solo riguardo i contenuti dei libri, ma anche alcune idee sul il mestiere di libraio. Ad un certo punto abbiamo pensato che questo patrimonio potesse essere condiviso anche da altri. Oggi più di un milione di pagine vengono lette da lettori e librai che a diversa ragione le consultano al nostro indirizzo. E abbiamo allargato la base di offerta dei contenuti grazie al lavoro gratuito di persone eccellenti che vi collaborano a vario titolo.
Non so esattamente dove ci porterà questa esperienza. Vivo con tutti i miei colleghi l’entusiasmo che quello che scriviamo è ben accolto. E’ una soddisfazione: dopo tutto abbiamo una reputazione personale da difendere. Stiamo ben attenti a quello che facciamo, ma senza fretta e soprattutto per il solo gusto di farlo.

Gongolo all’idea che questo blog sia uno degli sponsor. Gongolo all’idea di essere uno dei collaboratori a vario titolo. Grazie, come sempre, Michele. Sei un tesoro.





La mia intervista a Wulf Dorn, autore de “La Psichiatra”

27 09 2010

La Psichiatra gela il sangue. Perché Wulf Dorn, il suo autore, ha sperimentato in prima persona la paura, quella vera. E ha creato quindi uno psicothriller che lascia incollati alle sue pagine.
La protagonista, la dottoressa Ellen Roth, ha una nuova paziente “la donna senza nome”. Meglio. L’aveva fino a quando questa sparisce.
Volontariamente? Rapita? Nascosta? Da questo momento Ellen riceve un ultimatum dall’Uomo Nero: ”Allora, chi sono” Ti lascio tre giorni di tempo per scoprirlo…dovrai dirmelo a mezzogiorno. Altrimenti il lupo cattivo verrà a prenderti”.
Da questo momento in poi è una lotta contro il tempo. E non solo.

Sulla rassegna stampa ho trovato questa notizia: “Nel palazzo avevano fatto economia sugli interruttori della luce per la cantina. Così lui, anni dieci, spesso doveva percorrere al buoi un ballatoio ancor più buio”.
È stato questo il meccanismo che ha fatto scattare il suo interesse per la paura?

Quando ho raccontato la storia della cantina volevo mostrare che già da bambino vivevo numerose paure, avevo già avuto modo di sperimentare la paura. Probabilmente queste paure sono state il motore che mi hanno portato a trattarne il tema.

Perché ha scelto la figura dell’Uomo Nero?
Stavo cercando qualcosa che simboleggiasse la paura. È sì vero che avevo tra le mani un personaggio adulto che doveva provare delle paure adulte, ben più sottili di quelle che proviamo quando siamo bambini. I bambini di cosa hanno paura? Del lupo, della strega, del mostro che si nasconde nell’armadio. Per il romanzo volevo però un simbolo che fosse comune a tutti, perché nella nostra vita c’è stato sicuramente un momento in cui abbiamo avuto paura dell’Uomo Nero.

Quindi l’Uomo Nero è universalmente noto?
Ciò che mi premeva nel momento della stesura del libro era trovare un simbolo che fosse un’esperienza comune. Naturalmente il libro l’ho scritto in tedesco e non immaginavo certo che potesse poi essere tradotto in altre lingue. Quando invece sono iniziate le traduzioni in olandese, in turco e in tutte le altre lingue, ho cominciato a pormi il quesito se l’Uomo Nero potesse funzionare anche negli altri paesi. La cosa incredibile è che sì, tutti lo conoscono, magari lo chiamano con un altro nome, ma tutti sanno chi è l’Uomo Nero.

Non anticipo nulla dicendo che all’inizio della trama la paziente senza nome scompare. O scappa dalla clinica. Nella sua carriera di psichiatra le è mai capitato di perdersi un paziente?
Non è mai stato rapito nessun mio paziente. Però ci sono pazienti che ad un certo punto interrompono la terapia. Semplicemente non si ripresentano alla clinica la sera. Questo dipende però anche dal tipo di paziente con cui si ha a che fare: ci sono quelli pericolosi per se stessi, quindi ricoverati, e quelli che ci vengono volontariamente, quindi godono di una maggiore libertà. Capita di continuo che qualcuno di questi, non credendo nel successo della terapia, o stufandosi di questa, decida di interromperla. Ci sono personaggi che poi noi ciclicamente torniamo a rivedere.

Sì. Gli psicopatici esistevano, pazienti che a causa di un disturbo del metabolismo cerebrale si trasformavano in mostri imprevedibili”.
Il peggiore mai incontrato nella sua carriera?

Mi è capitato perché nel mio lavoro abbiamo a che fare con pazienti forensi (cioè coloro che commettono dei crimini e vengono convogliati da noi dal Tribunale). Non succede spesso come prima però. Abbiamo a che fare con diversi tipi di malattie mentali. A volte si tratta di problemi di metabolismo cerebrale, a volte questi gesti dipendono da un’intelligenza che non raggiunge la norma, a volte si tratta invece di problemi legati ad una certa struttura sociale oppure ad una storia personale pregressa di un certo tipo. Tuttavia i mostri, quelli veri, sono piuttosto rari. Spesso si tratta di problemi che nascono da una perdita improvvisa del proprio equilibrio, quindi l’aiuto che noi diamo deriva da una terapia che effettivamente sortisce gli effetti desiderati.

La perdita improvvisa dell’equilibrio deriva sempre da un trauma?
Non necessariamente. Sempre più spesso mi accorgo che tra i giovani l’uso di determinate droghe, per esempio psicogeni tipo l’ecstasy, producono un mutamento del metabolismo cerebrale che causa allucinazioni, insonnia, sentono voci che non esistono. Quindi non è necessario che sia un trauma.

Perché non esistono serial killer donne?
Nella storia degli omicidi seriali ci sono state delle donne. Io ho a casa una specie di dizionario dei serial killer e ci sono annotate delle donne. Una delle più importanti della nostra epoca è un’americana sulla vicenda della quale è stato girato il film “Monster”. Credo che una delle prime donne killer seriali della letteratura sia stata descritta da una mia omonima, tale Thea Dorn (non mia parente perché questo è uno pseudonimo), e il titolo del libro è “Die Hirn Königin” (La regina dei cervelli), dal fatto che questa donna usava conservare i cervelli dei suoi amanti uccisi. Questo libro ha avuto un discreto successo perché uscito in concomitanza con la notizia della killer americana. In generale è vero che sono più gli uomini ad essere dei serial killer e questo perché probabilmente gli uomini si affidano di più all’uso della violenza. Le statistiche lo confermano: le donne subiscono la violenza. Però potremmo anche dire che le donne sono anche molto più furbe e non si fanno beccare!

Perché ha scritto La Psichiatra? Per chi lo ha scritto?
La Psichiatra era un’idea molto dominante che circolava in me. È così che ti accade con alcune idee: ci rifletti, le raccogli e ti accorgi che è una cosa dominante che ti chiede a gran voce di esistere. È come se ti bussasse in testa e ti chiedesse: “allora, mi scrivi?”. Ecco come La Psichiatra ha preso forma. È dedicato a mia moglie e ad un caro amico che mentre scrivevo il libro si è tolto la vita.

L’autore
Wulf Dorn è nato nel 1969. Ha scritto diversi racconti horror per poi indirizzarsi verso il thriller. La Psichiatra è il suo primo romanzo. Ha già pronto il secondo libro che uscirà a fine 2010 in Germania. Ha studiato lingue e per anni ha lavorato come logopedista per la riabilitazione del linguaggio in pazienti psichiatrici. Vive con la moglie e il gatto vicino a Ulm, in Germania.
Qui il sito del libro.

Valeria Merlini
settembre 2010





La mia intervista a Ben Pastor per “Le Vergini di Pietra”

27 07 2010

Torna Elio Spaziano, il soldato, storico e agente speciale per conto di Roma, creato dalla penna geniale di Ben Pastor, in un giallo intrigante, “Le Vergini di Pietra”. In questa nuova avventura, Elio deve scoprire chi sia veramente la figura che minaccia la stabilità dei confini dell’Impero: Ter Vishap, il Signore dei Draghi, oppure il generale romano Curzio, scomparso in battaglia e creduto morto? Per farlo Elio dovrà lasciarsi alle spalle la civiltà e valicare le terribili Vergini di Pietra, i picchi che vegliano sul passo, per inoltrarsi in una landa favolosa, culla di miti come le Amazzoni, il Vello d’Oro, Re Mida; teatro di imponenti fenomeni naturali e infestata da esseri fin troppo concreti, fra i quali la passionale donna-ragno. Abbiamo incontrato l’autrice per toglierci delle piccole curiosità.

Perché ha scelto di dedicarsi al giallo storico?
Per una questione di affinità. La storia antica, specialmente studiata attraverso l’archeologia, richiede tecniche di indagine non molto diverse dalla detection di tipo poliziesco. Durante campagne di scavo, più di una volta mi sono imbattuta in resti umani, tracce di antiche violenze e indizi misteriosi, di cui è stato necessario cercare di ricostruire il contesto. Quanto ai miei gialli storici più contemporanei, apprezzo la possibilità di innestare narrativamente i crimini individuali sulle grandi vicende umane spesso segnate da crimini collettivi: guerre, invasioni, dittature, la fine degli imperi…

Chi è il suo lettore, secondo lei: l’amante del romanzo storico o del giallo?
Mah, spero che chi ha la bontà di leggermi lo faccia sia perché si riconosce nel continuum travolgente della storia, di cui siamo tutti partecipi se non protagonisti, sia perché trova intrigante il gioco di pazienza dell’intreccio giallo, un puzzle che – unico fra i generi letterari – è dato ai lettori di risolvere. In questo senso, il giallo è un genere fortemente interattivo! Naturalmente, c’è anche chi cerca stile, voce, tecnica in ciò che legge: mi auguro di non deludere neanche questo tipo di lettore.

Quanto risulta difficile delineare un personaggio che non appartiene alla nostra quotidianità?
In un modo o nell’altro, arretrando dalla Seconda Guerra Mondiale di Martin Bora fino al IV secolo dopo Cristo di Elio Sparziano, i miei personaggi si muovono tutti in tempi precedenti al nostro. Costruire un personaggio antico richiede particolare cura: chi visse prima della psicologia spicciola, dell’individualismo, della tecnologia dilagante, vedeva se stesso e gli altri in modo diverso dal presente. Tuttavia, fatta salva la precisione storica, si scopre anche che la quotidianità degli affetti, dei timori, delle speranze, è rimasta singolarmente invariata.

Chi è Ben Pastor?
Definirsi presenta tutti i rischi del dipingere un autoritratto: si rischia di idealizzarsi o di scadere dal realismo al grottesco. Diciamo che sono una persona che vive da molto tempo in una situazione di confine culturale, linguistico, geografico, e che perciò partecipa alla vita in modo diverso da chi è ancorato ad una specifica realtà. D’altra parte sono Pesci con ascendente Gemelli, segni irrequieti e ambivalenti, perfetti per chi ha la doppia cittadinanza (nel mio caso italiana e statunitense), e può esprimere il proprio pensiero politico per ben due volte: un grande privilegio.

I suoi romanzi hanno ricevuto premi letterari ed elogi dalla stampa internazionale. Come si spiega il forte interesse che la storia di Roma suscita nei lettori, anche stranieri?
Per decenni i romanzi ambientati nell’antica Roma sono stati appannaggio quasi esclusivo della letteratura anglofona, come del resto molta eccellente ricerca storica, specie riguardo al Tardo Antico. Fortunatamente da qualche tempo a questa parte, grazie a film come Il gladiatore, a serie televisive come Roma, e anche all’attento contributo di seri gruppi di rievocazione storica, il pubblico italiano ha cominciato ad interessarsi di questo suo complesso e affascinante passato. Ho sempre sostenuto che l’impero romano ha molti punti in comune, nel bene e nel male, con il sistema politico americano, e che il suo fascino resta vivo anche per questa sottile analogia: dopotutto, tanto per fare un esempio, Barack Obama, come Elio Sparziano, è un outsider la cui ascesa deve molto ad una società multietnica, mobile, meritocratica ed esposta di frequente a mille pericoli, sia interni che esterni, talvolta cercati, talvolta subìti, quale è, indubbiamente, la società statunitense del giorno d’oggi.

L’autrice
Ben Pastor (all’anagrafe italiana Maria Verbena Volpi, all’anagrafe statunitense Verbena Volpi Pastor) è nata a Roma, ed è laureata in Lettere con indirizzo archeologico. Ventenne, si è trasferita negli USA, dove ha intrapreso la carriera universitaria. È autrice di numerosi romanzi, pubblicati con successo in USA e in Europa. Le Vergini di Pietra è il terzo volume della serie con protagonista Elio Sparziano, dopo Il ladro d’acqua e La voce del fuoco. Vive e lavora in Italia.




La mia intervista a Gabriele Picco: “Cosa ti cade dagli occhi” di Gabriele Picco. Equivoco chiarito!

19 07 2010

“Ci sono pesci colorati mischiati ai tasti di un pianoforte e poi un vulcano immenso (…), le mani lisce di una donna, un kimono scuro sotto a una pioggia di coriandoli. (…). Nuotare in apnea in tutti questi ricordi lontani”. Gabriele Picco, con questo suo secondo libro, “Cosa ti cade dagli occhi”, insegna che nelle lacrime è contenuto tutto quello che provi e tutto quello che vivi. Sembra incredibile, eppure dal modo in cui Ennio, protagonista di questa storia, si racconta appare quasi una verità ovvia, naturale. Perché le lacrime sono l’ossessione di Ennio. Quello stesso Ennio Bernini che lascia l’Italia (o scappa dall’Italia) per andare a New York a lavorare presso l’immobiliare di Gianny Pastanella. A far da contorno alle sue giornate l’amico Arwin con l’inseparabile Zelda, con cui girare il film della sua vita; Josh LaFond, che raccoglie maniacalmente la polvere del mondo per non perdere definitivamente la moglie Alice, ma che, lungo il cammino, si perderà; Victoria Densmore con il fedele Lump, in cerca di sé stessa su Google Earth; Helen Pastanella che sa, ma preferisce tacere; il gabbiano Gardone, che non vola fino a quando non giunge il momento; la piccola Jessica e il suo dolore precoce; Kazuko e il suo diario. E i disegni di Kazuko e il mondo di Kazuko. Racchiuso in questo libro in cui Gabriele Picco l’ha riempito della sua arte, di disegni ricchi di grazia e di ironia e della sua prosa fresca e originale, in cui la fantasia lirica si alterna a gustosissime scene comiche.

Ho consigliato il tuo libro ad un’amica come regalo per un ragazzo. Ma arrivata alla fine mi sono domandata se non fosse più una lettura femminile. Tu cosa ne pensi?
Più che una distinzione di sesso, farei una distinzione di occhi. Lo sguardo è quello di una persona che ha abbattuto il muro del proprio cinismo, che è un tipico bagaglio maschile, dietro al quale ci si può nascondere e sentirsi forti e intelligenti. Qualche anno fa non avrei mai potuto né leggere né scrivere un libro sulle emozioni.

La decisione di dare un titolo ad ogni capitolo. Gradita al lettore, ma non è scomoda per l’autore? O aiuta a raccogliere le idee?
Sono abituato a mettere titolo a ogni cosa che faccio… Disegni, quadri, sculture… Quindi mi viene spontaneo. Sogno di poter dare un titolo a ogni istante della mia vita. Sarebbe bello poterlo fare ognuno per la propria!

“Ogni volta che vede una lacrima, gli sembra diassistere a un miracolo. Forse perché lui non piange mai”. Gabriele Picco piange? L’ultima volta che lo hai fatto è stato per… (curiosità femminile)…
Piango, sì. L’ultima volta mi è capitato nel finale di un film.

L’omino nella pancia di Ennio è il responsabile della sua fuga dall’Italia? Rappresenta il suo problema di coscienza?
Non mi piace dare spiegazioni, anche perchè spesso non ne ho. Credo sia una specie di grillo parlante, o sì, la propria coscienza, il proprio io nascosto…

“La voce del vento… l’unico posto dove Ennio riesce ancora ad ascoltare suo fratello, a parlargli”. Perché il vento non può rispondere né accusare?
Il vento fa meno paura a Ennio perchè è intangibile…

Che differenza esiste tra fare arte e scrivere libri?
Esiste una differenza di mezzi, ma non di fine, che è sempre quello di comunicare. Ogni storia, ogni idea ha il mezzo che può esprimerla al massimo delle potenzialità. E a me piace sperimentare, usare più mezzi possibile. Ho anche lavorato con la cinepresa. E adesso sto scrivendo un film.

Ti senti ancora un esordiente?
Cerco di sentirmi sempre un esordiente. Ogni volta che comincio qualcosa di nuovo.

L’autore.

Nato a Brescia nel 1974 si è laureato in lettere moderne all’Università Statale di Milano. Artista visivo e scrittore, ha partecipato con dipinti e sculture a mostre in spazi pubblici e privati in Italia e all’estero. Nel 2002 ha pubblicato il suo primo romanzo “Aureole in cerca di santi” (ed. Ponte Alle Grazie), ed è stato selezionato a “Ricercare”, laboratorio di nuove scritture dove ha letto il racconto inedito “Compleanno senza un piede”. Sulla rivista Fernandel ha pubblicato il racconto “Incontro al mondo”. Ha vissuto due anni a New York, dove ha frequentato la New York Film Academy, ma invece di fare un film ha cominciato a scrivere “Cosa ti cade dagli occhi” (ed. Mondadori), il suo secondo romanzo.

Potete trovare Gabriele Picco anche qui:

Valeria Merlini
settembre 2010








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