Crema di caffè

FullSizeRender-4
La mia crema di caffé – Photo by ViolaBlanca

Ingredienti:

tre tazzine di caffè (meglio se è espresso)

2 cucchiai di zucchero (o più, dipende dai gusti personali)

200 ml di panna da montare

20 g di cioccolato (io ho usato quello fondente)

Preparazione.

Cominciate con il riporre nel congelatore la panna da montare per un paio d’ore, nel frattempo preparate il caffè e lasciatele raffreddare, fino al raggiungimento della temperatura ambiente.

Riempite un pentolino con dell’acqua ed adagiateci all’interno un recipiente più piccolo, nel quale metterete il cioccolato e lasciate sciogliere dolcemente a bagnomaria.

A questo punto unite il caffè raffreddato con il cioccolato e amalgamate bene. Quindi tirate fuori dal congelatore la panna da montare e montatela insieme allo zucchero in un mixer, poi poco alla volta unite il caffè aromatizzato al cioccolato e continuate a montare fino al raggiungimento di una consistenza piuttosto compatta.

Trasferite in composto nei bicchierini in cui servirete nel congelatore e lasciate fino al giorno di utilizzo (io lo preparo sempre un paio di giorni prima e lo tiro fuori dal freezer la mattina del giorno in cui lo voglio consumare, mettendolo nel frigo per farlo scongelare pian piano).

La servo in bicchierini guarniti o con chicchi di caffè o con granella di macademia, a scelta.

Variazione:

Ho provato a farla anche con la panna vegetale già zuccherata. Squisita.

La mia crema di caffé - Photo by ViolaBlanca
La mia crema di caffé – Photo by ViolaBlanca

(Grazie per l’ispirazione a Come fare di Donna Moderna)

EatWith. Ovvero home restaurant. Ovvero casa mia come un ristorante

Il logo
Il logo

È la nuova moda. È il trend da seguire. E io ci sono.

Tutto nasce lo scorso settembre quando Lui torna a casa dal suo club del giuoco del pallone, la tifoseria insomma, e mi racconta che esiste questa cosa del far venire la gente a casa tua per mangiare. A pagamento. Che meraviglia.

Tra l’altro dopo che ormai sono un ottimo host con Airbnb, dopo che abbiamo provato a giugno ad utilizzare Bla Bla Car (ospiti in macchina a pagamento per brevi o lunghi tragitti, nostra era la macchina nella tratta Milano – Barcellona, 3 i diversi “autostoppisti moderni” con una prima tappa da Milano a Nizza per lasciare Francesca che andava in Provenza a raccogliere frutta per l’estate, mettere via un gruzzoletto con cui andare in autunno in India; e poi da Nizza a Barcellona abbiamo invece riportato a casa una coppia, molto signorile, che era rimata bloccata in Francia per uno sciopero aereo. Entusiasmante).

Quindi mi faccio trascinare dal vortice di questa sharing economy e mi metto anche io a spulciare il sito EatWith per capire il come, il cosa, il quando e tutto ciò che ruota attorno a questo nuovo fenomeno.

La trafila. Altrimenti detto il processo di inserimento nel network di host.

Quello che ho passato io è stato lungo, quindi posso solo parlare della mia esperienza (perché so di altri tentativi fatti da amici e/o conoscenti e per sentito dire che appena mandata la richiesta sono stati rispediti al mittente, senza una qualche spiegazione se non una generica).

Quindi io inizio subito a settembre compilando il format sul sito e mandando foto dei miei piatti e della mia cucina in una mail separata. Non contenta organizzo una cena con due fidate io e Lui e facciamo delle foto che mando in una seconda mail. Deve essere piaciuto!

Tempo di risposta: un paio di settimane forse. E nella loro mail mi dicono che il passo successivo consiste nell’organizzare una cena simulando un evento vero e proprio, con tanto di amici, e che loro avrebbero mandato un fotografo per immortalare la serata. Urrà!

Chiamo altre due fidate (una sempre la stessa), ci mettiamo in ghingheri, cucino senza un domani né un perché e aspettiamo.

Sì perché quello sciammannato di un fotografo si è presentato quasi due ore dopo l’orario stabilito.

Scatta quindi foto, sorseggia, mangiucchia e scatta di nuovo (poco importa se si è scordato di immortalare i padroni di casa e deve quindi tornare una seconda volta al volo, ah, l’inesperienza la fa da padrone, ma intanto le foto sono belle!).

Il fotografo manda le foto a quelli di EatWith che mi scrivono per fissare un colloquio via Skype (uh, ma allora è una cosa seria) con Andrea. Che io ormai avevo deciso essere un maschio senza pensare minimamente che oltre confine il nome è femminile. E infatti appena risponde alla mia chiamata eccola: da Tel Aviv con furore Andrea, la stessa che agita le acque sul forum di noi host, la stessa che tiene in mano le redini del nostro destino come host: sua la decisione finale.

La chiacchierata è stata molto veloce, una decina di minuti (dove credo volesse testare il livello di inglese) dopodiché mi dice che ora posso completare il mio profilo con una o più proposte di menù.

In tutto questo siamo a metà ottobre, più o meno. Inizio quindi ad inserire diligentemente i miei dati, scrivo chi sono cosa faccio e dove vado, ma anche perché lo faccio. Passo poi ai piatti, propongo un’idea di antipasti, main courses e dessert con varie ed eventuali e il menù è pronto.

Fosse finita lì.

Ora devo pensare al titolo che credevo fosse il minore dei mali.

Ah, quanto mi sbagliavo.

Dico solo che ad Andrea non andava mai bene un titolo, che mi rimbalza e mi rimbalzava ancora. E allora andavo avanti.

E passa novembre.

E arriva pure dicembre con le sue vacanze di Natale e il nostro viaggio. Credo a questo punto che per liberarsi di me, forse come regalo di Natale, mi autorizza. O forse, semplicemente, il titolo che mi ha suggerito la nana ha colpito:

Food takes life: not only pasta. (cliccateci sopra, si apre sul mio bel faccione!)

Sono host e siamo alla fine di dicembre. Il 3 gennaio arriva la prima prenotazione.

Si aprono le danze.

(Cercatemi sul sito EatWith come Valeria a Milano, siamo in pochissimi…)

Il mio sushi italiano - Credits: EatWith
Il mio sushi italiano – Credits: EatWith

Calamari ripieni

Il mio calamaro ripieno – Photo by ViolaBlanca
Il mio calamaro ripieno – Photo by ViolaBlanca

INGREDIENTI PER I CALAMARI:

Aglio 2 spicchi (uso quello che ho scartato dalla preparazione del ripieno – vedere più sotto)

Calamari 4

Vino bianco 1 spruzzata

Olio di oliva extravergine 3 cucchiai

Prezzemolo tritato 1 cucchiaio

Sale q.b.

Parmigiano reggiano grattugiato 30 gr

Pane mollica di grano duro 120 gr

INGREDIENTI PER IL RIPIENO:

Aglio 2 spicchi

Pepe macinato fresco a piacere

Vino bianco 1 spruzzata

Acciughe (alici) 6 filetti

Prezzemolo tritato 2 cucchiai

Uova 2 intere

Olio di oliva extravergine 3 cucchiai

 

Preparazione:

Pulire i calamari (qualora non lo avessero già fatto in pescheria. Nel caso, sapete farlo, vero?) conservando le tasche e i tentacoli dai quali occorre estrarre il “dente” (ocio eh?).

In un tegame mettere 3 cucchiai d’olio extravergine di oliva, due spicchi d’aglio che io lascio interi e i filetti di acciuga sminuzzati. Cuocere fino a che le acciughe non si saranno sciolte e poi incorporare i tentacoli tagliati finemente e sfumare con una spruzzata di vino.

Nel frattempo spezzettare e mettere in poca acqua tiepida la mollica del pane di grano duro (ma anche delle fette di pane in cassetta andranno benissimo). Fare ammollare e poi strizzare bene, quindi sbriciolare il pane nella pentola insieme ai ciuffi di calamari per farlo insaporire. Aggiungere il prezzemolo tritato (io non lo metto), dopodiché trasferire il tutto in una terrina per far raffreddare. Aggiungere dopo qualche tempo le uova intere (sempre meglio una per volta per evitare di avere il composto troppo bagnato) e il parmigiano grattugiato (che vi serve anche per asciugare), aggiustare di sale e pepe e mescolare fino a ottenere un impasto omogeneo.

Riempire i calamari con il composto per 3/4 (altrimenti in cottura scoppieranno!) e poi chiudere ogni calamaro con uno o più stuzzicadenti.

Mettere ora i due spicchi d’aglio che ho recuperato dal ripieno nell’olio e farli dorare a fuoco medio insieme ai calamari ripieni, girandoli di tanto in tanto con attenzione, sfumare con uno spruzzo di vino bianco e cuocere per 10 minuti circa, coprendo il tegame con un coperchio. Poco prima della fine della cottura, spolverizzare a piacere i calamari ripieni con il prezzemolo tritato (io non lo uso).

Il mio calamaro ripieno – Photo by ViolaBlanca
Il mio calamaro ripieno – Photo by ViolaBlanca

(Grazie per l’ispirazione a GialloZafferano)

SeTuttoFosseViola 6 anni dopo…

Oggi mi prendo un giorno di vacanza.
Dalle mie cose, dalla mia quotidianità, dalle cose di sempre, per fare un passo in avanti. Per iniziare il mio mese preferito, il mio mese. Per coccolarmi e coccolare. Per apprezzare ed essere storidta da questa nuova ritrovata solitudine che ci regalerò, ne sono certa, momenti di felicità e momenti intensi, frenetici, pieni.” – 01 aprile 2015.

Me @Finger's Garden (2014) by BC
Me @Finger’s Garden (2014) by BC

Così iniziava il post che stavo scrivendo per il sesto compleanno di SeTuttoFosseViola. Poi, black out!
Della serie faccio cose, rifaccio cose e le faccio ancora. Insomma, casino. Ho mancato per la prima volta un suo compleanno, ma non mi preoccupo, né mi allarmo. Del resto stavo lavorando per SeTuttoFosseViola, l’ho rimesso in forma, l’ho ripulito e rivestito di una nuova immagine. E per fare questo ci è voluto tempo. Tanto tempo.
Un lavoro immane, durato mesi.
E, sembra quasi ridicolo, ma i lavori che mi stanno sommergendo in casa, hanno in realtà fatto in modo di:
a) trasformarmi in una donna zen (vediamo quanto duro)
b) rivestire di una nuova pelle SeTuttoFosdeViola.
E io, di pelle nuova, me ne intendo parecchio.

Auguri!

Fuori Expo Rho 2015 Experience. Tutte le curiosità che ancora non sapete su Expo

45 giorni all’EXPO

Ieri si è tenuta la conferenza stampa per illustrare a noi giornalisti cosa sta facendo (per meglio dire, come sta ultimando il suo lavoro) il comune di Rho per accogliere Expo e i suoi visitatori.

La bellissima e luminosissima cornice del Caffè Letterario (via Rovello,2, Milano) ha accolto le parole di Pietro Romano, sindaco in carica a Rho, per illustrare le tante attività legate al Fuori Expo Rho.

Senza titolo

Prima di tutto lo spostamento dell’uscita della metropolitana con il piazzale che si affaccia direttamente sui cancelli di entrata ai padiglioni di Expo e la modifica del nome della fermata in Rho Fiera Milano Expo 2015. Stessa sorte anche per la fermata delle FS cui verrà cambiato in Rho Fiera Milano Expo 2015, per permettere a tutti, soprattutto ai moltissimi turisti stranieri, di individuare immediatamente dove si trovano.

Ma è grande e stupefacente la curiosità sul grande piazzale antistante l’entrata ai cancelli di Expo che, in collaborazione con l’Accademia di Brera, ospiterà una vera e propria opera realizzata dai visitatori stessi. Tantissime tessere azzurre (ne prevendono fino a seicentomila) costituiranno il più grande mosaico mai realizzato a formare un immenso acquario (acqua simbolo di vita) che ognuno potrà personalizzare con i dati personali e segnare così il proprio passaggio. Ma il progetto si fa davvero pretenzioso, perché ogni tesserina sarà dotata anche di geolocalizzatore. Ne vedremo delle belle.

Il Fuori Expo Rho vanta numerose altre irrinunciabili esperienze tra cui ogni visitatore può scegliere.

Sotto l’egida di Terre di Expo, il consorzio Distretto33 organizza il FuoriExpoRho2015 che programmerà da Maggio a Ottobre una ricca serie di eventi. Approfondimenti, convegni, degustazioni a Rho e, sul territorio del Nord Ovest, visite guidate, eventi nelle zone limitrofe ad EXPO MILANO 2015 e in tutta Italia, con la finalità di valorizzare sia i territori limitrofi al sito dell’esposizione internazionale che tutte le eccellenze italiane.

Art Design Box. Uno spazio integrato nel Fuori Expo Rho 2015 con oltre 600 mq di spazio espositivo dedicato all’arte e al design industriale, aperto al pubblico e a disposizione delle aziende, per esposizioni, show room, presentazioni, sfilate. Ma anche uno spazio lounge, di relax e stimolante nello stesso tempo.

StreetFood On The Road® è un progetto che ha l’obiettivo di promuovere il buon cibo da strada italiano e internazionale, unendo i paesi e le culture del mondo attraverso la condivisione di esperienze di gusto e la valorizzazione delle eccellenze alimentari diffuse sul territorio (aziende, consorzi, realtà produttive locali), la tradizione più autentica del cibo semplice, fatto con prodotti genuini, come si usava una volta.

(Grazie a Francesca Lovatelli Caetani)

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

 

Cinquanta Sfumature di Grigio. Il film. Tutti lo criticano? #iono

50SDG_70x100_MIDRES_
© Universal Pictures

Premesso che io non leggo mai nessuna recensione o divina espressione di alcun critico che mi instilli anche il minimo dubbio su una pellicola (Mereghetti – Paolo – è oltre. Ovviamente), mi domando cosa ci facciate voi qui a leggere…

Detto questo, ieri anteprima per noi della stampa dell’attesissimo film che dalle pagine della E.L. James ci ha catapultati sul grande schermo.

E quindi?

Eh, quindi tutto bene.

Ovviamente sarà un successo, troppa curiosità che gli gira attorno, tanti rumors sul prima, sul durante e sul dopo.

2434_D015_00152R
© Universal Pictures

Proiezione in lingua originale (con sottotitoli) che ho amato alla follia. Prima sorpresa. E che mi fa anche giurare che mai lo rivedrò in italiano: vuoi mettere quei loro sospiri e sussulti, quelle frasi interrotte e quel

“Ana…”

“Christian…”, con la porta dell’ascensore che si chiude? (lo so benissimo che i nostri doppiatori bla bla bla, ma l’originale, ho imparato da poco, è un’altra storia).

Seconda sorpresa. Christian Gray è un figo. Vero, per giunta. Che io mica me l’aspettavo, sia chiaro. Vedevo i vari trailer in circolazione e quella faccina da bamboccione non mi convinceva tanto. Anzi, per nulla.

Poi uno si ricrede nella vita. Perché se lo ritrova lì, a torso nudo, un po’ obnubilata dalle bollicine dell’accoglienza al cinema, stanca dalla lunga giornata di corse su corse e insomma, si abbandona e sogna. Di posare le mani su quel carapace. Ops, tartaruga (che tanto poi lui si scosta perché non tollera il contatto fisico questa è un’altra storia).

Terza sorpresa. Che gioia, che batticuore vedere dall’alto la mia adorata Seattle (Stato di Washington) e l’incastonatapersempreinme Portland (Oregon). Fotografia bellissima, la pioggia sulla “piovosa Seattle” (che ormai più di una volta ho avito modo di confutare) al momento giusto, e la highway che congiunge Portland a Seattle.

Quarta sorpresa. Della musica si è già letto tutto quello che si poteva. A proposito, ora la metto come sottofondo cercandola su Spotify.

© Universal Pictures
© Universal Pictures

Cose da dimenticare.

La camicetta con cui Anastasia si presenta per l’intervista a Christian (poi migliora, non molto, ma ci prova).

I capelli di Anastasia quando non sono raccolti disordinatamente (potere dell’acconciatura).

Christian che dopo essere tornato dal suo jogging mattutino si siede a preparare il piatto per la colazione di Ana, glielo porge, e tentenna prima di andare a farsi quella benedetta doccia che gli dovrà togliere la puzza di sudore (perché non può non sudare).

E poi, dulcis in fundo, quell’abominio di frase con cui Christian spiega (o dovrebbe spiegare ad Ana) che tipo di persona è:

“Ho cinquanta sfumature di perversione dentro di me”.

Christian, ti prego, tutto, ma non questa frase. Fai di me quello che vuoi: legami, flagellami e bendami, ma stai zitto santissimo iddio, non dire quella minchiata di frase che sembra buttata lì solo per dare un senso al titolo. Non ti si può ascoltare.

Poi vogliamo parlare di quel vedo-non vedo? Diamine, le tette (ine) di Ana sono riprese da tutte le angolazioni possibili e immaginabili, quelle mutandine che si sfilano lasciano immaginare il contenuto lì sotto e vabbè. Ma lui mai nulla: le chiappe sode lasciano alla nostra immaginazione la parte anteriore. Perché, dico io, perché no?

Dimenticherei volentieri anche l’insopportabile odore di “vecchio” (inteso come logorato, sporco, usato) del fantomatico giornalista che sedeva affianco a me. meglio, ad una poltrona di distanza. E che mi ha fatto realizzare prima e dopo la proiezione che il giornalista tipo della sezione cinema rappresenta un cliché: più è trasandato e occhialuto e spennato in testa, meglio rende la sua figura di intellettualoide all’interno della chicchessia redazione. La versione femminile invece in genere ha una ricrescita del capello improponibile. Entrambe le figure si assomigliano per delle montature di occhiali molto spesse (il Mereghetti, Signor Paolo, si dissocia dalla presente descrizione. Ovviamente). Pochi giovani si salvano, in generale sono caratterizzati dall’indossare giacche di velluto, meglio se con toppe sui gomiti. La giovane femmina ha il capello un po’ sfibrato nascosto, per quanto possibile, da un berretto di lana. Poche le sciantose. Molti i brusii in sala per questa o quella scena.

© Universal Pictures
© Universal Pictures

Io sono uscita contenta. Posso solo aggiungere che poco prima della fine, qualche scena nella sala dei giochi è stata inutile, ha un po’ rovinato la storia. Perché comunque a me la storia piace. Non me ne frega nulla che lui sia giovane, figo e inarrivabile, con un parco macchine che nemmeno Schumacher si sogna, che lei sia vergine e sin dalla prima volta diventa la cosiddetta “imparata”. Lei si fa semplicemente trasportare dalle emozioni che lui le suscita. E basta. Minchiate quelle che si sono sempre dette sul “eh, lei passa da vergine ad espertona”. Dove sta scritto che il trasporto non conta?

E poi, altra considerazione che ha sempre e solo portato ad un sacco di confusione nella mente delle “genti”: perché la sottomessa, la schiava, la “submissive” è una figura negativa, povera sfigata? Ieri pensavo: che gran culo questa Anastasia che fa la sua sottomessa, che gran culo perché non deve leccargli i piedi o annusargli le ascelle, ma deve essere il suo giocattolo, a disposizione del suo piacere, lui il Dominatore che trae piacere dal vederla legata poi bendata o flagellata (mi limito alle cose piacevoli, sia chiaro), mentre lei, impotente, gode di queste sue attenzioni e ne trae, secondo me, gran parte del godimento.

Ah, che poi lui non faccia l’amore, ma “scopi. Forte e duro”, beh, questa è un’altra storia.

Però, lo devo ammettere, pare doveroso uscirsene con un: “Tutto qui?”.

Ovviamente attendo le Cinquanta Sfumature di Nero. E quelle di Rosso per finire.

© Universal Pictures
© Universal Pictures

Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 12 – 4 gennaio 2015. Il riposo ad Albany. Il bowling a Portland: Sunset Lanes

Oggi è la giornata della calma. Del riposo. Del sistemare e ordinare, del finire per poi ricominciare.

Iniziamo con una colazione nuova: la Dinky insegna a Lui a preparare la Jailhouse Breakfast, le uova cotte dentro la fetta di pane, colazione inventata dai galeotti a cui hanno pensato bene di affibbiare questo nome. Deliziosa, facile quindi ripetibile.

IMG_4389

Dopo si va per un ultimo giro da Costco (la scusa è comunque la spesa che Dinky e Michael devono fare), si pranza a casa e si iniziano (e finiscono) i bagagli. E questo richiede accuratezza e precisione perché questa volta abbiamo anche dei preziosissimi piatti degli inizi del Novecento che Dinky e Michael ci hanno regalato. Sempre più difficile. Pesa, togli di qui e aggiungi di là, alla fine tutto appare sotto controllo. Anche se, il piccolo zaino (che zaino non è perché trattasi di una borsa porta palla da bowling) che avevo riportato ai legittimi proprietari in realtà volerà ancora con noi in Italia. Vabbè, prima o poi si fermerà qui.

Nel tardo pomeriggio invece noi 3 andiamo di nuovo a Portland per incontrarci, guarda caso, con il Tato e la Valery. Regaliamo infatti alla nana una serata di felicità: la portiamo al suo adorato bowling, lo stesso dello scorso anno, quello che le ha fatto scoccare la scintilla (QUI quando ci siamo stati la prima volta).

Quindi ci troviamo dentro al Sunset Lanes per farla prima scatenare nella sala giochi, con il Tato e Valery che le regalano i punti accumulati e con cui lei già si pregusta i premi.

Prima di iniziare la nostra partita andiamo però a cena perché il bowling è strapieno per un evento privato. Allora usciamo, attraversiamo il piazzale ed entriamo nel ristorantino hawaiano dello scorso anno, quello che io avevo erroneamente (mamma mia, non si può mai sbagliare) chiamato Mon-Sat per aver letto sulla vetrina senza aver subito (questione di nanosecondi) realizzato che erano i giorni di apertura, ecchediamine!

Roxy’s, si chiama così. E quest’anno, lo ammetto, perché avevo fame e la mia mamma mi ha insegnato a non avanzare nulla, devo dire che ho mangiato ma non gustato. C’era poco da gustare. Da quando il cuoco originario che c’era lo scorso anno se n’è andato, la qualità conferma anche il Tato è calata. Era tutto terribile. Compresa la pasta con la maionese. Gesù…

Meno male che poi si torna dentro al bowling e posso affogare il disgusto in pinte e pinte di birra. E via alla sfida.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 11 – 3 gennaio 2015. Multnomah falls – Hoodriver (Full Sail brewery, Naked Winery)

I nostri primi programmi di andare a Vancouver (Canada) naufragano a causa delle pessime condizioni meteo: danno freddo e pioggia per i 2 giorni che avevamo programmato, quindi abbandoniamo l’idea. Il Tato ci ha proposto ieri sera le cascate Multnomah. Anche la Dinky me le aveva mostrate in foto e vedere quelle immagini di neve e gelo non è che mi avesse scaldato il cuore, diciamola tutta.

Ma prima di ammettere quanto sono stata felice di questa gita, devo dire che la mia giornata è iniziata con un solo pensiero: “Ma è vero? L’ho fatto davvero il tatuaggio?”. E dopo aver acceso la luce sul mio comodino me lo sono rimirata. Insomma, ancora crostoso, ma fiera e felice.

Dopo colazione partiamo presto perché l’appuntamento con il Tato e la Valery è a Portland per le 11. Ci incontriamo in un garage dove lasciamo la nostra macchina e andiamo tutti con quella del Tato e a farci compagnia anche Mister, il pit bull bianco di Valery, che non appena entriamo in macchina impazzisce. Lui è un cucciolone.

portland-multnomah

Per fortuna avevo capito male e la strada da Portland alle cascate è di soli 40 minuti, tempo che vola davvero. Purtroppo la giornata è all’inizio caratterizzata da una pioggerella fine fine, anche se partiti da Albany c’era un sole splendido e una temperatura gradevole. Lungo la strada invece a farla da padrona è una leggere nebbiolina che coprirà l’intera passeggiata alle cascate.

Passeggiata sì.

O scarpinata.

Perché uno non è che arriva alle cascate, le vede, dice “uh, che belle”, scatta qualche foto, magari si spinge fino al ponte direttamente sotto la cascata e via, finito.

No.

Qui a Multnomah Falls se non ti incammini lungo la strada (spacciata come un solo miglio, ma mentono, sappiatelo!) che ti porta in cima alla cascata non sei nessuno. E sei venuto per niente.

Non posso ovviamente subire l’onta di esserci venuta a vuoto, quindi rimarcando il fatto che odio camminare e odio la natura mi inerpico.

Che comunque, scherzi a parte, la salita è lunga sì (un’oretta di camminata tranquilla su una stradina asfaltata), che pensi mentre vai su “santissima miseria ladra, quand’è che finisce?”, perché i geni hanno messo dei paletti a segnare i punti di risalita, man mano che si cambia direzione (della serie salgo monte a destra, arrivo alla curva che mi fa andare monte a sinistra e così via). Bene, ad ogni cambio di direzione, dicevo, un paletto ti segna questo benedetto “1 di 11”, poi “2 di 11” e così via, che io penso solo sia una maledizione, perché anche se i numeri cambiano non è che si esauriscono e l’agonia della salita è scandita da questo conto alla rovescia che, a mio modesto avviso (quello di una che odia camminare, lo ripeto nel caso non si fosse capito) prolungano solo l’agonia anziché essere un toccasana.

Poi arrivi in cima e inizia una discesa.

No, non vale! Volevo che il ritorno fosse tutto in discesa, ora avrò anche questa salita da fare!

Il tratto è breve, non più asfaltato, ma fangoso.

E poi sei in cima.

Sopra la cascata.

Miracolo! Sono sopravvissuta.

E dall’alto vedi la maestosità e la potenza di quest’acqua che si getta a capofitto di sotto. Ne vedo solo una parte, va bene, la nebbia c’è, ma vuoi se ne è valsa la pena? Soprattutto perché mai avrei immaginato di crepare di caldo, qui in Oregon, facendo questa cosa.

E invece…

Cronometro la discesa, manco fossi una naufrago che non vede l’ora di toccare terra: 29 minuti. Miseria, la camminata di oggi mi dispensa dal farne un’altra nel corso dell’anno. O forse è solo servita, in parte, a bruciare le calorie che mi ingurgito giornalmente con sandwich di tacchino e formaggio a colazione, hamburger e salsine varie.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Siamo affamati, convinco la nana a resistere dal rimpinzarsi con schifezze dello snack bar e via verso Hoodriver.

fino a hoodriver

Pranziamo in una brewery, alla Full Sail. Dove faccio un errore madornale: chiedo che mettano nel mio buonissimo hambuerger il blue cheese. Ovvero, come rovinarlo. Peccato.

Comunque la qualità del cibo qui alla Full Sail è eccezionale, per le birre… Vale un po’ il discorso della Rogue di Newport (QUI dove ne parlo): anche provando le più blande, trovo sempre un retrogusto amarognolo che mi disturba. Ma, ripeto, non faccio testo io, mi limito a Corona e San Miguel.

Dopo pranzo (sono ormai le 17) andiamo alla Naked Winery, almeno mi rifaccio un po’. Solo che io pensavo che questa fosse un vigneto dove fare le degustazioni, come ce ne sono un sacco nella zona (lo sapevate che qui si produce anche il vino?) e invece mi ritrovo in una vineria.ma guai a chiamarla semplice e banale vienria. Questo è un paradiso per me.

Perché tutto ruota intorno al sesso ed è tutto un’allusione unica. A partire dai nomi dei vini, proseguendo con i gadgets venduti e terminando con la possibilità di fare foto idiote (che non mi sono ovviamente risparmiata) con tatuaggi finti e cartelloni vari.

Bellissima! Il vino? Come dice Lui, succo di frutta, siamo abituati ad altro.

Alle 18 circa rimontiamo in macchina, dopo aver fatto pascolare un po’ Mister e via verso Portland, poi Albany. Tutti secchi in macchina, io cerco di stare sveglia nella tratta Portland-Albany, ma che fatica.

Giornata intensa, saltiamo persino la cena.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 10 – 2 gennaio 2015. Woodburn – Corvallis (il mio primo – e ultimo – tattoo)

foto 1-1

Oggi è IL GIORNO!

Meta odierna è l’outlet di Woodburn, dove siamo già stati lo scorso anno. Solo che oggi le cose sono un po’ cambiate. Almeno per quanto riguarda l’affluenza: infatti quando siamo venuti io e Lui probabilmente se non eravamo gli unici clienti poco ci mancava. Questa volta invece il posto brulica di gente.

Con noi anche la Dinky e Michael e ci raggiungono Sergio e Valery.

Inizio alle danze.

Bottino della giornata: un paio di Converse pelose, una confezione di vari prodotti Redken (il mio leitmotiv dell’anno è provare ogni sorta di shampoo e conditioner professionale), midi-rings e abbigliamento per la nana da Tommy Hilfiger.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Un pranzo veloce (un burrito gigante che mi riempie all’inverosimile) e via verso Corvallis per la missione. La mia.

Oggi mi faccio un tatuaggio. Il mio primo tatuaggio (e non intendo andare oltre). Mesi che me lo volevo regalare, oggi lo faccio.

Esco in questo modo definitivamente dal gruppo dei non tatuati e alla mia veneranda età mi faccio marchiare. Ma del resto lo sono già, non faccio altro che distogliere l’attenzione dal mio punto debole per focalizzare l’idiozia della gente altrove. Tutto qui.

Dinky e Michael mi portano da Joey, il loro tatuatore di fiducia. E appena vedo la scritta del negozio le gambe iniziano a cedere. Ormai ci sono però, lo voglio.

Joey mi è stato descritto come un burbero, e potevo solo immaginare che fosse uno di quei tipi che piace a me, uno di quelli che ti tratta (bonariamente?) male.

Gli mostro cosa voglio, dove lo voglio e subito si mette all’opera. Disinfetta la parte, e con una penna ripete il disegno che gli mostro. Tempo dell’operazione: 7 nanosecondi. Va bene, mi piace.

La Dinky nel pomeriggio mi ha raccontato (e mostrato) che il tatuaggio che voglio io si chiama Traditional American Tattoo. Grande soddisfazione, sono qui, decido di fare un tatuaggio qui e lo stile che mi piace ha esattamente a che fare con gli States. Coincidenza o caso.

Joey allestisce il suo banco di lavoro: i colori, gli aghi (non uno solo), disinfettante ed è pronto. Lui. Io no.

Gli chiedo se fa male e lui mi risponde serenamente con un “a me no”. Scimunito. Chiedo quanto male fa. E intanto mi ritraggo. E nuovamente mi da una delle sue risposte: “sei mai stata graffiata da un gatto? Ecco, stessa cosa”.

Allora inizia.

E il mio “porca puttana” urlato nel locale, con tanto di avventori, credo che se lo ricorderanno per un po’. Io di certo ricorderò quanto la Dinky per distrarmi mi riferisce: che una ragazza presente che dice di sapere lo spagnolo traduce agli altri che devo aver detto qualcosa che ha a che fare con una puzzola.

Se vabbè.

Joey va avanti, io soffro, sudo e morsico istericamente il lecca lecca che mi hanno dato. Chiedo dell’alcol. Da bere. E il Tato, anche lui presente con Valery, va a caccia per me.

Sono patetica. Sono una patetica fifona. Ma sono così tanto patetica che non me ne frega nulla di essere così patetica. E quindi vado avanti con le mie scene. Patetiche. Fino a quando raggiungo l’apice e gli dico: “Joey caro, non so che gatti hai tu, ma i miei non graffiano così!”.

Dopo questo mi placo.

Anche perché il mio tattoo è finito.

Tempo dell’operazione: 10 minuti.

Peccato, già finito. Selfie di rito con Joey, pago, baci e abbracci.

Sono adrenalica, tremo anche quando sono fuori. Ma non mangio nulla a cena: sono piena dal pranzo, e felice e appagata dal regalo che mi sono fatta.

Chissà se è vero che una volta che inizi poi non smetti più…

Questo slideshow richiede JavaScript.

(QUI la pagina facebook di Joey e del suo Sacred Art.)