La mia intervista a Iñaki Biggi: “La Formula Stradivari” (mercoledì, 25 marzo 2009, Milano)

LA FORMULA STRADIVARI
di fotoIñaki Biggi.

“Dodici sono i figli di Giacobbe, le tribù di Israele (…). Dodici sono i libri profetici dell’Antico Testamento. Dodici le sezioni di trenta gradi ciascuna in cui gli antichi suddividevano la fascia della volta celeste, lo Zodiaco. (…). Dodici sono le ore di luce (…), in contrapposizione alle dodici di oscurità. Dodici sono gli apostoli che accompagnavano Gesù. Dodici i principali dei greci dell’Olimpo. (…). Dodici i saggi rosacroce, i mesi dell’anno e le fatiche di Ercole. La rosa dei venti ha dodici punte, quelle dei punti cardinali. Persino la scala cromatica musicale è composta da dodici note. (…). Nella scuola pitagorica il dodecaedro simboleggia l’Universo”.

Dodici sono i violini. Quelli attorno ai quali ruota il romanzo magistrale di Iñaki Biggi. La Formula Stradivari racchiude il segreto che il liutaio cremonese portò con sé nella tomba. I suoi violini hanno un potere. Inseguito da anni da fanatici nazisti. Che non smettono di esistere e di tramare. E di uccidere per raggiungere un’ossessione: il Progetto Bifrost. Al loro servizio un feroce killer, che non risparmierà sevizie, torture e macchinazioni per soddisfare il cliente. Tutto ruota attorno ai numeri. La somma del numero dodici dà come risultato tre. Tre sono le ambientazioni in cui si trovano i personaggi del romanzo. Ginevra, il dottor Ludwig Dreifuss. Uomo arido, ma il percorso lo farà cambiare. Madrid, l’ispettore Pablo Herrero. Uomo semplice, dal grande equilibrio e dalla giusta intuizione. Israele, il rabbino Manasse Liebnitz. Un apolide, che un giorno ricevette una telefonata da Simon Wiesenthal…

La saggezza del libro? Che “la vendetta regala un breve momento di piacere al prezzo di una sofferenza infinita e del degrado dell’anima”. La storia insegna, sempre.
Perché leggerlo? Perché quando si inizia non si può più smettere!

Leggendo il suo libro mi è tornato alla mente Il Codice Da Vinci. Lei cita, oltre a questo, anche La Maledizione di Copernico di Philipp Vandenberg e il suo primo romanzo Il Santuario. Chi o che cosa l’hanno ispirata?

Ci sono tantissimi romanzi di questo genere che stanno conoscendo una vera auge negli ultimi tempi. Credo che vada riconosciuto al romanzo di Dan Brown il merito di aver aperto la strada a questo genere letterario, anche grazie al fatto di essere stato trasposto cinematograficamente. Benché ci siano delle similitudini innegabili non è stato certo Il Codice Da Vinci la mia fonte di ispirazione. Credo che questi romanzi abbiano degli schemi narrativi abbastanza simili, ma tra La Formula Stradivari e Il Codice Da Vinci ci sono argomentazioni trattate completamente diverse.

Quanto contano gli studi in Psicologia e la passione per la Storia nei suoi libri?

Sicuramente la mia passione per la storia è un po’ il motore che muove tutto, perché per scrivere un romanzo storico occorre molto tempo per la documentazione e per capire bene l’epoca che si vuole ritrarre. Questa è quindi la base principale per poter scrivere questo genere di libri. Per quanto attiene agli studi di psicologia, questi mi hanno aiutato a profilare e tracciare le personalità dei personaggi che vado a creare.

Uno dei personaggi che ho amato è senza dubbio il rabbino Manasse Liebnitz. Quando lascia Israele, la sua casa, la sinagoga, lei scrive “la fatalità alleggeriva l’addio”. Manasse è un uomo disposto a perdere la vita o ad aggrapparsi ad essa?

Credo la risposta stia nel mezzo. Nel senso che nessuno sceglie coscientemente di sacrificare la propria vita: tutti noi in realtà vorremmo vivere quanto più a lungo possibile. Se in un dato momento della nostra esistenza, arriviamo a decidere di sacrificarla, per il bene del nostro paese, ovviamente per i nostri figli, insomma per un ideale, è evidente che ciò può succedere. Manasse è un uomo in età avanzata, è un sopravvissuto, ma ama ancora certamente la sua vita e vorrebbe continuare a viverla. Tuttavia sceglie coscientemente ad un certo punto di sacrificarla per un bene più grande.

Il dottor Ludwig Dreifuss, l’uomo che da nulla e da nessuno viene turbato, colui al quale “non era mai passato per la mente che quanto aveva detestato in suo padre era il fedele riflesso di ciò che avrebbe finito per diventare lui. Egocentrico, altero, insensibile alle disgrazie altrui”. Come mai sceglie di far impressionare quest’uomo dall’ispettore Herrero? Qual è il personaggio a cui è più affezionato?

Ludwig è un personaggio che ritroviamo abbastanza spesso nella vita reale, ci sono molte persone del suo stampo: capaci, competenti nella loro professione, estremamente sicure di sé, che tengono tutto sotto controllo. È un uomo che non lascia la porta aperta ai sentimenti, si sente rassicurato dalla sua posizione sociale, dal suo prestigio, dal denaro che possiede. Herrero è un po’ il suo opposto: è un uomo semplice, si accontenta della vita che conduce, sa godere di quel poco che ha, che ha ottenuto, tutte caratteristiche che impressionano favorevolmente Dreifuss. Il dottore osserva quindi che l’ispettore sa godere della sua vita, ma ama anche la sua professione con tutti i problemi che può comportare un lavoro che fino a quel momento, fino a quando non conosce Herrero, Dreifuss aveva disprezzato. I due personaggi che sicuramente amo al di sopra di tutti gli altri sono il rabbino Manasse e l’ispettore Herrero. Sono anime gemelle, per così dire, vivono in luoghi lontanissimi e diversissimi, svolgono professioni diverse, ma entrambi hanno saputo trovare il giusto equilibrio nella vita e nel lavoro e, quindi, hanno imparato a vivere in pace con sé stessi, in modo semplice e senza nutrire eccessive speranze.

Quando parla dei nomi odierni dei violini di Stradivari scrive che i nazisti “li hanno trovati un po’ per volta (…) sono riusciti a identificarli tutti e a sapere dove si trovano”. Parla al presente dei nazisti oppure ho lavorato di fantasia? A chi si riferisce? Chi sono i nazisti moderni?

Non dobbiamo dimenticare che si tratta di un romanzo. I nazisti sono una figura senza tempo: oggi li chiamiamo nazisti, la storia antica li chiamava spartani, dipende un po’ dal popolo che ha dovuto subire i nazisti di turno. Credo che forme paragonabili a quelle del nazismo esistono oggi ed esisteranno ancora. L’ultimo esempio che mi viene alla mente è l’ex presidente Bush: alcuni hanno paragonato ad un nazista la sua ansia, il suo anelo di arrivare ad una gloria, ad una forma di potere smisurata, che l’ha indotto a fare qualunque cosa per dominare il mondo, per garantirsi l’ordine mondiale che lui riteneva giusto.

“Rabbino (…), nessuno ricorda quei tempi. Ci sono alcuni che non riescono nemmeno a credere a quanto successe e altri che invece non lo vogliono sapere. Oggi nessuno desidera richiamare alla memoria quella tragedia. (…) l’Umanità deve conoscere quanto è successo (…), ma insistere serve solo a infastidire e fa sì che nessuno voglia più ascoltare”. Che cosa vorrebbe dire a chi, ancora oggi, nega l’Olocausto?

Ricordare il dolore è ovviamente penoso, tuttavia credo che negare, come recentemente è successo da parte di un importante esponente della Chiesa, l’Olocausto, non abbia grande significato. Nessuno di noi era sulla Luna, nessuno è potuto essere diretto testimone dell’allunaggio dell’Apollo 11: c’è comunque chi mette in dubbio che l’uomo vi sia realmente arrivato. Io personalmente non ho mai visto un atomo, ma non metto in dubbio che gli atomi esistano. Quindi, analogamente, credo che l’Olocausto si sia verificato, come ce lo hanno raccontato. E prova di questo sono i continui genocidi a cui assistiamo, quello che è successo purtroppo non è così raro o incredibile da indirci a credere che sia inverosimile. L’abbiamo visto alcuni decenni fa nella ex-Jugoslavia, in Sud Africa: queste cose continuano a succedere, magari con più o meno attenzione da parte dei media. A coloro che ancora oggi negano che l’Olocausto sia mai avvenuto posso solo dire che prima o poi assisteranno ad un altro olocausto e forse dovranno ricredersi. E sarà indubbiamente molto doloroso.

Durante l’incontro tra Martha e Ludwig si legge delle caratteristiche che rendono perfetto uno strumento. Cosa rende, invece, un libro perfetto?

Credo che sia indispensabile per il romanzo avere caratteristiche come la capacità di coinvolgere il lettore, creare una suspance in modo da non svelare mai cosa possa succedere quando girerà la pagina, mantenere sveglio il suo interesse fino all’ultimo, non annoiarlo in nessun momento e magari riuscire ad illustrargli qualcosa di diverso. Credo sarebbe anche interessante per un romanzo saper risvegliare la curiosità relativamente all’argomento trattato. Per me se un lettore della Formula Stradivari, quando ha finito di leggerlo, non sente la spinta a cercare di saperne di più sui violini o su uno dei temi che ho trattato, forse come romanziere ho fallito.

Che libri ci sono in casa sua?

Io sono un appassionato e vorace lettore, leggo qualunque cosa mi capiti sottomano. Ovviamente nella mia biblioteca ci sono romanzi migliori e peggiori del mio, saggi di storia, saggi di psicologia. Ultimamente sto anche cercando di documentarmi sulla fisica, perché sono molto curioso sulla grande macchina che c’è in Svizzera, l’acceleratore di particelle del CERN. Forse una traccia per un prossimo libro…

LA FORMULA STRADIVARI
Biografia

Iñaki Biggi è nato a San Sebastiàn (Gipuzkoa) nel 1965. Si è laureato in Psicologia alla Universidad del Paìs Vasco. Scrive da sempre e, fin da bambino, la Storia è la sua più grande passione. Che ha coltivato come autodidatta. Il suo primo romanzo: El Santuario, non ancora tradotto in italiano.

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