La mia intervista a Marie Phillips: “Per l’Amor di un Dio”. Milano, 4 giugno.

Phillips colour c. Alexandra ScannellPER L’AMOR DI UN DIO
di Marie Phillips.

Cosa succede quando non uno, bensì due mortali, entrano nella vita, alquanto stramba, degli dei dell’Olimpo, attualmente residenti a Londra ai giorni nostri? Marie Phillips ci guida con il suo romanzo d’esordio, “Per l’amor di un Dio”, in quella che è la loro quotidianità. Quella di un’Artemide che, dea della caccia, della castità, della luna, fa la dog-sitter, si sente estranea alla sua famiglia e vorrebbe andare a vivere da sola; di un’Afrodite che, dea dell’amore, della bellezza, della sessualità e della lussuria, lavora per una linea telefonica erotica (chi se non lei?); di un Ares, dio della guerra che non ha mai tempo di starsene con le mani in mano; di un Dioniso, identificato con il Bacco romano, che fa il viticoltore e il dj nel suo locale, il “Bacchanalia”; di un Ermes che meglio di altri si è adattato al mondo moderno intuendo come la divinità in cui oggi i mortali credono sia il solo denaro; di una Atena, dea della saggezza, che però necessiterebbe di un traduttore semplificativo; infine, del dio del Sole, Apollo, che stenta a credere come non sia più al centro del mondo. Di tutti. Da qui inizieranno i guai per la povera mortale, Alice, che si mette sulla sua strada o, per meglio dire, incontra la freccia di Eros… Cataclismi, viaggi nell’aldilà, palazzi incredibili, fede e credenze, fulmini e saette, accompagneranno il lettore alla scoperta del potere dell’amore e della fede. Uno sguardo alla schema aiuterà la comprensione dei legami di quest’Olimpo moderno. Plauso alla Phillips che con il potere della sua scrittura tiene incatenato al libro il lettore. Attenzione però a non dare il biglietto a Caronte prima della destinazione finale e pensate al Cerbero come ad un cuccioletto domestico.

Mappa dell’Olimpo
mappa_olimpo

Perché una storia in cui le divinità dell’Olimpo sono trasposte nel Ventunesimo secolo, per giunta a Londra?
L’idea mi è venuta quando un’amica mi chiese di aiutarla a realizzare un film ambientato in una scuola. In questa scuola, durante una lezione, venivano spiegate le differenze tra le divinità dell’antichità e quelle moderne, giudaico-cristiane. Quindi io mi sono chiesta “e se per caso i greci-romani avessero avuto ragione, e se ci fosse davvero questo politeismo, cosa farebbero questi dei al giorno d’oggi?”. Da qui è nata l’idea di ambientare il romanzo nel Ventunesimo secolo. Ho poi deciso di ambientarlo in una grande città perché gli dei, al tempo dell’Olimpo erano al centro del mondo, nella culla della civiltà. Quindi mi serviva un luogo particolarmente vivace, direi al centro del mondo appunto. Tante erano le città che potevano essere candidate, ma la mia scelta su Londra è stata, prima di tutto perché io sono londinese, quindi la conosco molto bene, e volevo che le descrizioni della città fossero quanto più minuziose e dettagliate possibile, per creare il contrasto tra il mondo mitologico e la vita quotidiana a livello urbano. Poi, man mano che l’idea cresceva e si sviluppava, ho deciso di aggiungere anche il contrasto tra il glamour, il potere, lo splendore della vita degli dei nell’antichità e la vita squallida che si trovano a fare qui. Perché non vivono più nello splendore dell’era passata? Perché non sono più venerati come una volta, quindi conducono una vita più ordinaria. E da lì è poi nato tutto il romanzo.

Guerra al terrore da parte di Ares; riscaldamento globale da parte di Afrodite; epidemia di obesità sulla Terra da parte di Apollo. Gli dei del Ventunesimo secolo sono sensibili ai temi moderni?
Direi che sono insensibili a tutto, però si trovano a vivere nel mondo moderno e, in un certo senso, devono rispondere alla sua quotidianità. Mentre scrivevo il romanzo, mi sono resa conto che era importante che ciascuna divinità si adattasse al mondo moderno con diversi gradi di successo, a seconda di quella che era la specialità posseduta. Quindi Ares, dio della guerra, ovviamente è sempre molto impegnato, e si adatta molto bene. Lo stesso dicasi per Afrodite, che si occupa di sesso e bellezza, valori molto in voga nel mondo attuale. Apollo è un po’ più confuso, perché come dio del sole, si aspetta che tutto ruoti intorno a lui, cosa non vera, quindi non ne comprende il motivo. Proprio per questo decide di partecipare a questo programma televisivo perché vuole conquistare la fama, che ha sostituito nel mondo moderno la venerazione. Poi c’è Artemide che, come dea della luna, della castità e della caccia, non più temi rilevanti, si trova ad essere molto disgustata dalla sessualità libera che sembra regnare ovunque, è la dea più sola, più emarginata, in un certo senso, ha perso lustro e ora si trova alla deriva. Grazie allo studio di ogni divinità ho potuto esaminare i valori antichi ancora attuali, e quelli invece decaduti.

Afrodite a Eros: “capisco perfettamente. Preferisci quel villano rifatto di un falegname – quel ladro di fedeli – a tua madre”. Eros risponde: “è un modello di comportamento migliore”. Gli dei erano simbolo di cosa, invece? Era, inoltre, inevitabile affiancare il tema della religione cristiana?
Quando mi è venuta l’idea di creare questo mondo mitologico nella modernità, ho pensato che fosse interessante esplorare il tema della religione: se appartieni ad una religione monoteista forte come il cristianesimo o l’ebraismo o l’islamismo, la chiave di tutto è la tesi “Dio è buono”, al centro di questo tipo di religioni. Invece gli dei non erano buoni per niente. Quindi, se guardiamo al mondo attuale, così come è, viene spontaneo domandarci se sia governato da un Dio buono o un Dio totalmente egoista. Sicuramente gli dei del mondo antico non rappresentano un modello di buon comportamento. Se sei cristiano la cosa più importante è emulare Gesù, è comportarsi esattamente come lui, porsi questa domanda “cosa farebbe Gesù al mio posto?”, cosa che invece nessuno si chiede per Zeus. Quindi, ripeto, le divinità dell’antica Grecia non rappresentano certo un buon modello comportamentale.
Eros mi è servito per rappresentare le diverse modalità della religione, per creare il contrasto. In questo caso mi sono domandata quale fosse l’obiettivo della religione, se noi veneriamo gli dei semplicemente perché esistono oppure la religione serve per dettare delle regole comportamentali. Quindi ritengo di aver affrontato questi temi seri in modo giocoso, grazie al personaggio di Eros.

“Agli dei niente piace di più che guardare un altro dio che si rende ridicolo”. Quanto si è divertite a ritrarre le loro crudeltà?
È stato veramente fantastico, è stato soprattutto divertente scrivere utilizzando questi personaggi che non sono assolutamente reali, perché mi hanno permesso di spingere la mia fantasia fino al limite. Avevo tanti giocattoli a mia disposizione, per così dire. Se avessi utilizzato dei personaggi umani non sarebbe stata credibile la storia. Ma proprio l’aver utilizzato gli dei, esseri immortali, quindi radicati nella nostra immaginazione perché tutti sappiamo qualcosa di loro, ho potuto spingere al limite la mia immaginazione. Uso spesso la parola “cartoni animati” per descrivere i miei personaggi perché è come se lo fossero.

Apollo è uno showman. “Il piccolo schermo aveva strappato il caliginoso travestimento del quotidiano alla sua debolezza, l’aveva messa a nudo, innegabile. In lui, gli altri dei vedevano il loro futuro e non era affatto piacevole”. Presagi di un mondo che è tutto, tranne che dorato?
Una delle cose che più ho amato nella stesura del romanzo è stata proprio trattare il potere che diminuisce, cosa che sta accadendo agli dei. Sicuramente mi è piaciuto parlarne perché noi ci possiamo perfettamente identificare con questa situazione, noi che viviamo nella cultura della celebrazione della giovinezza e che con il passare del tempo abbiamo paura di perdere il nostro charme, il divenire sempre più anziani, soprattutto quando vediamo che l’attenzione viene rivolta a persone più giovani di noi. Anche gli dei si rendono conto che la loro epoca d’oro ormai è finita e noi tutti ci identifichiamo con loro perché sappiamo che alla fine non saremo più al centro della società. Anche fisicamente vediamo questi cambiamenti, diventiamo sempre più deboli, quindi sicuramente si può parlare re di una metafora dell’invecchiamento.

Apollo ad Alice: “il degrado intorno a noi è solo lo specchio del dolore che abbiamo dentro”. Che cosa considera lei, invece, più degradante al giorno d’oggi? Magari proprio la mancanza di fede?
Non è tanto la mancanza della fede, quanto la scomparsa di un sentimento di appartenenza ad una comunità, in quanto al giorno d’oggi, punto molto degradante, tante persone vivono isolate, lontane da tutto. Quando ci penso, mi sento estremamente triste perché mi rendo conto che si è perso il senso della comunità: ogni individuo pensa a sé stesso e se non ci riesce, beh, tanto peggio. Anche i miei dei sono dimenticati, in un certo senso, e iniziano a percepire il dolore dato dall’isolamento e dall’emarginazione e cercano in tanti modi di partecipare alla vita del mondo in cui vivono, ma non sanno come farlo. La religione in passato ha dato un senso di comunità e di appartenenza a tutti, ma il fatte che adesso questa si sia perduta, fa sì che la società moderna sia decaduta in un senso di tristezza.

In quale epoca storica le sarebbe piaciuto vivere?
Sicuramente in un’epoca posteriore all’invenzione dell’anestesia. Comunque, mi è sempre piaciuto il periodo che va dalla fine del Diciannovesimo all’inizio del Ventesimo secolo, periodo molto fiorente per l’arte e la letteratura, con un forte senso dell’ottimismo che pervadeva tutto. Basta leggere i romanzi dell’epoca, vedere le opere d’arte e di architettura, per rendersi conto che tutti pensavano che il mondo fosse un luogo fantastico per vivere e ci si trovasse all’avanguardia su qualunque cosa. Poi però è arrivata la Prima Guerra Mondiale e la distruzione di tutte queste convinzioni.
Ma sono molto felice di vivere nell’epoca attuale. Ritengo che siamo davvero molto fortunati, anche se non sappiamo che cosa ha in serbo per noi il futuro, anche se vedo dei nuvolosi scuri all’orizzonte.

Mentre scriveva il libro, lavorava come libraia. Meglio leggere degli altri o far leggere il proprio libro?
Ricordo l’episodio di quando ho raccontato ad un libraio che stavo scrivendo un libro e la sua risposta è stata “come mai scrivi un libro quando c’è ancora così tanta gente al mondo che non ha neanche letto Madame Bovary?”. In effetti anche io mi sono posta questa domanda; so che il mondo è pieno di grande letteratura e se improvvisamente tutti gli scrittori smettessero di creare ci sarebbero comunque tantissimi libri da leggere. Ma il fatto è che io adoro scrivere, mi rende più felice di qualsiasi altra cosa al mondo e so di essere estremamente fortunata e mi fa estremamente piacere il fatto che le persone possano leggere il mio libro e divertirsi. Nessuno è però obbligato a leggerlo, anzi, se dovete scegliere tra il mio e Madame Bovary, leggete Flaubert. Se però optate per il mio spero possiate divertirvi e sentirmi dire dal lettore che ha trascorso delle ore piacevoli per la lettura, per me è più che sufficiente.

Visto che lavorava come libraia, quali scrittori italiani conosce?

Pochissimi sono tradotti in inglese, quindi la scelta è limitata. Mi è piaciuto moltissimo “Io non ho paura” di Niccolò Ammaniti, l’unico scrittore contemporaneo che conosco. Beh, ho letto Ovidio, però in effetti c’è una discrepanza di duemila anni…

per l'amor di un dio

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