AsUn paradiso chiamato Maldive. (part 7)

E poi, il paradiso all’improvviso…

Poi impazzisco! Non ne posso fare a meno. Barcollo. Penso di avere le traveggole. Invece no, è tutto assolutamente e fantasticamente vero!

Dal quell’assurdo pontile in mezzo al mare, in mezzo al nulla, lo sbarco. Altro trasferimento. Via mare, con il dhoni (tipica imbarcazione in legno). Ma questa volta, lui, il nostro paradiso, è lì davanti. Ci attende.

E non importa se per arrivarci passiamo di fianco ad un isolotto (praticamente 5 metri x 7) su cui c’è rumenta, barche che sono ormai rottami e una nuova barca in costruzione(?)/riparazione(?). E non importa se poi, su tutto, sovrasta una simpatica antenna radio. Del resto, vuoi la tecnologia sempre con te? Allora beccati l’antenna e zitta! Comunque sia, sinceramente, alla fine non la noti nemmeno…

Perché quello da guardare è altro.

Il trasferimento in barca dura meno di cinque minuti. Il nostro resort è lì davanti, e io scatto, scatto foto come una matta. Una grandissima emozione. Quello che sarà il nostro alloggio, il mitico water bungalow, è lì che si fa ammirare sulla sinistra. Il piedone, simbolo del Chaaya Reef davanti a noi. La lussureggiante vegetazione crea un incredibile contrasto con l’azzurro del mare. E dopo l’azzurro il blu. Ma poi torno a fissare il molo che ci attende, che si avvicina. La striscia di sabbia bianchissima. E le persone che ci accoglieranno.

Sono la prima a sbarcare (ero l’unica, dei 9 ospiti sul dhoni, in piedi, incapace di stare ferma, buonina e seduta, l’unica a fare foto!). Veniamo condotti alla reception. Una costruzione in tipico stile thai in mezzo a quella che ci pare una foresta (ma come avremo modo di verificare da lì a poco, trattasi di un immenso giardino tropicale).

Uno dei plus che noto sin da subito è che da quando abbiamo recuperato i bagagli a Malè a quando li abbiamo consegnati al check-in dell’idrovolante, non li abbiamo più toccati. Pensano a tutto gli uomini di fatica (a cui bastano poche manciate di dollari per trattarti come un re). Quindi, dicevo, tutti i bagagli, dopo lo sbarco, sono messi su un carrello e ci seguono alla reception. Prima di giungerci, ancora sul pontile, ci viene incontro un ragazzo con un vassoio e ci porge, con pinza, un ghiacciatissimo e profumatissimo asciugamano per detergerci dalla calura del viaggio. Primo godimento.

E lì, ancora non lo sapevamo, venivamo avvistati da altri turisti in giro di ronda arrivati poco prima di noi…ma questa è un’altra storia.

Seduti con i piedi nella sabbia, sorseggiamo un sidro con ciliegia, anche questo freschissimo, compilando le solite scartoffie relative al nostro arrivo, al check-in della stanza (e che stanza!). Certo, avrei preferito un bel mojito, ma per ora ci facciamo andare bene anche questo innocentissimo e analcolicissimo succo. Al termine di tutta la burocrazia (durata comunque meno di 5 minuti) veniamo marchiati a vista con gli orridi braccialetti (e io che credevo fossero ormai estinti insieme al XX secolo!!!). Lei, per fortuna, si rifiuta di farsi apporre l’orrido pezzo di plastica…

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