La mia intervista a Ildefonso Falcones: “La Mano di Fatima”. Milano, 17 novembre 2009.

Abbiamo incontrato Ildefonso Falcones durante la presentazione del suo nuovo romanzo storico, “La mano di Fatima”. Ha impiegato tre anni a scrivere le oltre novecento pagine che raccontano la storia di Hernando – Ibn Hamid, di radici cristiane e musulmane, il quale si dibatte fra due religioni in un’epoca di scarsa tolleranza, preludio dell’espulsione dei moriscos dalla Spagna. Hernando è frutto della violenza di un sacerdote cristiano dagli occhi azzurri ai danni di una moresca, Aisha. Hernando sarà colui che più di tutti soffrirà durante la maggior parte della sua vita proprio per questa sua condizione di “mezzosangue” sia tra i moriscos che fra i cristiani. Ad infliggergli le pene maggiori il patrigno, Brahim.
La storia inizia nel Natale del 1568 in un paesino delle Alpujarras andaluse, nella Sierra Nevada. Hernando trova il proprio riscatto personale nei confronti di chi lo disprezza per la sua nascita grazie alla rivolta dei moriscos. Entrerà nei favori del re di Granada e di Cordova, Aben Humeya. Grandi battaglie, crudeltà, ingiustizie, saccheggi, umiliazioni, amori. In quest’inferno l’incontro con una fanciulla dai grandi occhi neri a mandorla: Fatima. Inizia così la lunga storia d’amore tra Hernando e Fatima, ostacolata dal clima di intolleranza e di persecuzione religiosa di quel tempo a cavallo tra il XVI e XVII secolo.

Lei non demorde. Dopo il suo primo straordinario successo, ritorna ad indottrinarci con un’altra ambientazione della Spagna del XVI secolo. Dove ad essere fanatici erano i cristiani. Esiste ancora e quanto un’intolleranza religiosa, soprattutto cattolica?

Parliamo di fanatismo religioso o semplicemente di intolleranza religiosa? Se parliamo di fanatismo religioso vero e proprio a carico del cattolicesimo, io credo che oggi la base del cattolicesimo e del cristianesimo si sia evoluta verso posizioni molto più liberali. I cattolici sanno distinguere perfettamente tra quella che è la nostra vita civile e quella che è la dimensione religiosa e abbiamo quindi assimilato totalmente quelli che sono i pilastri della convivenza civile. Cosa che non accadeva invece nel XVI secolo dove, sappiamo bene, i fanatici religiosi erano i cattolici. Oggi questo tipo di fanatismo da parte dei cristiani non esiste più, ma sfortunatamente esiste presso altri gruppi religiosi.
Se invece abbandoniamo il fanatismo religioso e ridimensioniamo questo tipo di valutazione considerandola una generica intolleranza, forse allora sì, esiste ancora. Pensiamo alle persone che si dichiarano appartenenti alla grande famiglia della chiesa cattolica: credo che difficilmente possano essere d’accordo su certe posizioni, come per esempio il divieto dell’uso del preservativo, che oltre a prevenire gravidanze indesiderate serve anche a fermare la diffusione di certe malattie a trasmissione sessuale. Quindi su questo aspetto probabilmente c’è ancora un po’ di intolleranza religiosa.

Per la Spagna è un anno importante questo: il 4 aprile infatti sono ricorsi i quattrocento anni dalla cacciata dei moriscos da quella terra. Il suo paese anni prima si era già “macchiato” con l’espulsione degli ebrei, ordinata da Isabella la Cattolica nel 1492. Ma la Spagna non è un paese tollerante?

Stiamo parlando di fatti occorsi ben quattrocento anni fa… Io non credo che gli spagnoli di oggi possano essere considerati in alcun modo responsabili per le decisioni prese da Isabella la Cattolica o dal re Filippo II o Filippo III. La Spagna è un paese tollerante, anche in larga misura direi, e sta compiendo uno sforzo enorme per cercare di accettare e di assimilare delle comunità diverse. In particolare la musulmana, la più grande comunità straniera presente in Spagna. Quindi credo che alla Spagna di oggi non si possa rimproverare alcunché.
Ora io credo che sia ben diverso il problema visto dalla parte opposta: dobbiamo chiederci quali siano le intenzioni verso l’integrazione reale, intesa come accettazione dei principi che regolano la nostra società civile, da parte di coloro che arrivano in Spagna, piuttosto che in Italia e in altri paesi.

L’assalto a Paterna fa scappare il re, che forse già intuiva l’arrivo dei cristiani, ma soprattutto fa campare al massacro dei cristiani Hernando, la madre, i fratellastri e Fatima con il suo piccolo. Hernando è davvero “il prescelto”, come lo chiamò Hamid?

La risposta è senz’altro sì, Hernando è il prescelto. Questo rientra nella parte romanzata del mio libro: io ho deciso che Hernando ricoprisse un certo ruolo cui ovviamente deve tenere fede. Hernando nel corso di tutta la sua vita lotta strenuamente per difendere la sua lingua, la sua religione, la sua cultura. Alcuni dei fatti che si intrecciano con il personaggio e le vicissitudini accadute sono assolutamente reali. Non è parte romanzata l’assalto a Paterna, quindi la fuga del re. Da quel punto in avanti Hernando, nel rispetto del suo ruolo di prescelto, si comporterà in un certo modo.

Il turbante che il re, Aben Humeya, regala a Hernando per aver messo in salvo il tesoro dei musulmani ha ricamata un’iscrizione: “la morte è una lunga attesa”. Presagio di una vita travagliata prima di trovare la pace e l’amore?

Questa iscrizione appartiene a un “romancero” (ndt: termine che designa le antiche raccolte di romances, componimenti epico-lirici) che contiene poesie e poemi musulmani, risale quindi ad un periodo precedente il XVI secolo. In particolare questa frase appare veramente ricamata con perle sopra un turbante. È una frase che mi è piaciuta subito perché allude sì alla disperazione, ma quello che ci vuol dire è che tutto ciò che non riusciremo ad ottenere nella nostra vita terrena forse ci attende nell’aldilà. Quindi, in questo senso, la morte può essere una lunga attesa o la speranza per conquistare quanto la vita ci ha negato. Questa frase penso giochi un ruolo abbastanza importante nel libro, ma escluderei che sia il presagio, cioè lo scotto e il pegno da pagare prima di ottenere l’amore.

Hernando d’istinto sceglie Isabel, la sorellina di Gonzalico, tra quelle offerte per la sua vendita al mercato e ricavarne così il necessario per nutrire i cavalli del re. Era inevitabile l’incontro di Hernando con i corsari, visto il periodo storico?

È un fatto reale la presenza dei corsari, riportata dalle cronache dell’epoca. Anzi va detto che il grosso dell’aiuto che ricevettero i moriscos arrivò proprio da Algeri, da parte dei corsari. L’Agà di Algeri aveva promesso aiuto ai moriscos delle Alpujarras in una guerra contro i cristiani. Molti corsari andarono però più come mercenari, con il solo scopo di arricchirsi, non certo perché si sentissero particolarmente solidali con i moriscos. Mi piaceva quindi l’idea di inserire questi fatti nel romanzo.

Hernando e Fatima possono essere tranquillamente due personaggi attuali, potremmo osare anche moderni. Hernando incarna come tanti giovani nelle città multirazziali la condizione del “diverso”. Fatima, invece, ha in sé il mistero dell’amuleto di cui porta il nome, la mano a cinque dita che “secondo alcune teorie, rappresenterebbe i cinque pilastri della Fede: la dichiarazione, la preghiera, l’elemosina, il digiuno, il pellegrinaggio alla Mecca”. Ho lavorato troppo di fantasia?

Fatima è in primo luogo una grande lottatrice, una combattente, quindi fa perfettamente onore all’amuleto che sfoggia con orgoglio. Va ricordato che gli amuleti sono quantomeno non riconosciuti e da talune religioni persino proibiti, come nel caso dell’Islam. Non è così altrettanto chiaro cosa significhino le cinque dita dell’amuleto chiamato “la mano di Fatima”. Ma Fatima, con le azioni della sua vita, incarna perfettamente i pilastri della cultura araba nel suo insieme.
Hernando non lo vedo, invece, così diverso dai musulmani della sua epoca. Perché la dualità che reca in sé, questo essere sospeso tra la religione cristiana e la musulmana non è una sua esclusività: la maggior parte dei ragazzi che erano nelle sue condizioni avevano questo stesso problema, perché erano stati evangelizzati forzatamente attorno ai quattordici, quindici anni, anche se a casa venivano educati in base all’islam, prima della rivolta dei moriscos. Qualche cosa in loro del cattolicesimo chiaramente rimaneva. Ma, ripeto, questa dualità non era qualcosa che appartenesse esclusivamente ad Hernando.

A quale dei suoi personaggi si sente più vicino? È sempre vero che eticamente si deve tifare per il personaggio positivo, ma narrativamente per quello negativo?

Il personaggio al quale mi sento più prossimo, con il quale posso magari identificarmi un po’ di più, è sicuramente Hernando. Ma credo che sia abbastanza facile simpatizzare per lui: è un combattente, un’idealista, che dedica la sua vita ad un bene comune. Il problema è vedere se una persona che fa queste dichiarazioni di intenzioni, poi in quelle circostanze si comporta nel modo dichiarato.
Per quanto concerne la “tifoseria” del personaggio negativo o positivo, credo che forse tratteggiando la personalità di un personaggio negativo dobbiamo attenerci in ogni istante al modello che abbiamo concepito all’inizio. Quando sviluppiamo un personaggio positivo credo che sia tutto più facile.
Forse quindi è vero quello che lei dice, cioè che narrativamente troviamo semplice legarci a quelli negativi; dobbiamo però concentrarci particolarmente affinché non si commetta lo sbaglio di renderlo positivo in qualche momento, per un errore, per una distrazione.

Quale sono gli autori che l’hanno influenzata? Gary Jennings, Larsson, Mika Waltari (Sinuhe l’egiziano), Ken Follet cosa le fanno venire in mente?

Non saprei dire quali autori abbiano avuto maggior influenza sul mio modo di scrivere, sul mio modo di essere. In realtà io non leggo con spirito critico, mai nella mia vita ho riletto lo stesso libro due volte, mai sottolineato un romanzo. Diciamo che cerco di leggere tutto, purché sia di qualità o comunque purché mi piaccia. Se qualcosa ha influito su di me l’ha fatto in modo abbastanza inconsapevole.
Per quanto riguarda gli autori che citava, sicuramente di Mika Waltari, posso solamente dire che è assolutamente splendido; Ken Follet con i suoi “I pilastri della terra” mi ha letteralmente affascinato; Larsson mi è piaciuto, diciamo che i suoi romanzi li trovo avvincenti; Gary Jennings lo trovo assolutamente meraviglioso, purtroppo ha scritto solo tre romanzi perché morto prematuramente. Credo che il quarto l’abbia portato a termine la moglie, ma romanzi come “L’Azteco” hanno lasciato un segno profondo.

Valeria Merlini
novembre 2009
La mano di Fatima
Biografia
Ildefonso Falcones è nato nel 1959 a Barcellona, dove vive con la famiglia ed esercita la professione di avvocato specializzato in diritto civile. “La cattedrale del mare”, il suo primo romanzo, non è stato solo un successo sensazionale in tutto il mondo con 4 milioni di copie vendute, ma nel 2007 è stato anche, secondo tutte le classifiche, il romanzo d’esordio di maggiore successo in Italia, dove si è aggiudicato il Premio Boccaccio Sezione Internazionale.

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