La mia intervista a Lars Kepler, la penna de “L’Ipnotista”. I gialli non si amano…questo lo si adorerà!

Le catastrofi ci cambiano, ci costringono a una metamorfosi”. E’ la sera del 7 dicembre quando Karim Muhammed uomo delle pulizie, trova il corpo senza vita di Anders Ek, insegnante di chimica e fisica al liceo di Tumba. Anders era sposato con Katja Ek, insieme avevano due figli, Lisa e Josef. Trovati tutti orrendamente trucidati. Ad un primo esame. Poi si osserva meglio che il figlio Josef è in fin di vita: “perde sangue, presenta tagli su tutto il corpo, suda, rifiuta di sdraiarsi, è irrequieto e ha molta sete. (…) le sue condizioni peggiorano rapidamente”. Nella casa degli orrori mancava la figlia maggiore, Evelyn. Il commissario della sezione criminale, Joona Linna, non si fa trarre in inganno dalle iniziali supposizioni della polizia che danno quasi per concluso il caso di Tumba come un “regolamento di conti”, a causa della predilezione del padre, Anders, per il gioco. Ricostruisce la dinamica esatta del massacro, ma gli manca il vero movente. Ad aiutarlo colui che credeva di aver per sempre “appeso il pendolo al chiodo”: il dottor Erik Maria Bark, il maggior esperto nel trattamento di gravi traumi e shock grazie all’ipnosi. Che dovrà rivedere le proprie decisioni. Nonostante il dolore e la promessa del passato.
L\’Ipnotista” di Lars Kepler (pseudonimo per i coniugi Alexander Ahndorile e sua moglie Alexandra Coelho) si fa leggere senza sosta e non stanca perché non lascia nulla in sospeso. Ritmo incalzante. Dialoghi veloci. Troppi romanzi del genere in circolazione? Questo fa la differenza. Per nulla scontato.

Vi definiscono gli eredi di Stieg Larsson. Troppo facile il paragone? Cosa ne pensate?

Noi speriamo veramente di essere riusciti a far emergere alcuni degli aspetti della narrativa di Stieg Larsson che più ci sono piaciuti. In particolare una certa gioia nel narrare. Ma anche l’avere a che fare con personaggi estremi in alcuni casi, personaggi magari non facili, non perfetti. Anche noi volevamo scrivere di personaggi di questo tipo, che sono anche contradditori, che appaiono normali in superficie, poi invece rivelano qualche problema, che può essere legato al matrimonio, piuttosto che ai figli. E poi altri personaggi che sono più estremi, che non si sono mai incontrati prima, e si spera anche di non incontrarne mai. Un altro aspetto che ci è piaciuto molto di Larsson è il suo tono molto chiaro, per nulla criptico. Anche noi vogliamo che la storia sia lineare, nonostante le tantissime svolte. Lineare nel senso di comprensibile al lettore, con una sua logica, una sua chiarezza, anche se con colpi di scena mozzafiato.

Molte sono le coppie celebri delle Arti e dello Spettacolo. Una vita comune divisa, la ribalta in comune, in questo caso una macchina da scrivere. Quattro mani. Se le nomino i padri nobili del noir scandinavo, i coniugi svedesi Sjöwall & Wahlöö (creatori del malinconico Martin Beck) cosa vi viene in mente? Mi spiegate praticamente come si fa a scrivere a quattro mani?

Pensando a Sjwall & Wahlöö la prima cosa che ci viene in mente è che siamo cresciuti nella loro tradizione, fanno un po’ da scuola con il loro modo di scrivere romanzi polizieschi. Sono diventati una sorta di ideale per tutti coloro che si avvicinano a questo genere. Però è anche vero che sono libri strettamente connessi al tempo in cui furono scritti. Sono diventati leggendari, ma oggi riteniamo che non avrebbe senso ripercorrere lo stesso modo di scrivere.
Poi pensiamo anche al modo in cui lavoravano insieme. Loro si assegnavano capitoli diversi, ma per noi non funziona così, non ci riusciremmo nemmeno probabilmente. Noi scriviamo tutto insieme, ogni frase è scritta da entrambi. Ogni mattina facciamo una riunione in cui discutiamo della trama, in generale, poi decidiamo su cosa lavorare quel giorno, in particolare. Scriviamo quindi la scena scelta, ce la passiamo via mail e continuiamo poi a lavorare sui testi dell’altro. Ciò vuol anche dire che se siamo ad un punto in cui uno dei due non sa come proseguire, o non ne ha voglia, lo passa all’altro. Alla fine di tutti questi scambi è impossibile riconoscere “chi” ha scritto “cosa”.

Quanto tempo avete impiegato per la stesura del romanzo con il vostro metodo, quindi?

Una decina di mesi. Nel frattempo però sono state fatte anche molte ricerche. Allo stesso tempo Alexandra lavorava all’università, mentre Alexander ha scritto un Libretto per l’Opera.

A chi vi siete ispirati per la figura dell’ipnotista, il dottor Erik Maria BarK?

Non c’è una vera ispirazione alla realtà per questo personaggio. Diciamo che lo conoscevamo nella nostra immaginazione fin dall’inizio, avevamo un’idea di come dovesse essere. Volevamo scrivere di un personaggio pieno di contraddizioni, con tante debolezze e tormenti.
Per quanto riguarda l’idea dell’ipnosi questa è invece nata dal fatto che mio fratello (Alexander) pratica l’ipnosi, non come Erik, perché non è nè un medico nè un ricercatore, ma lo fa per una pura forma di intrattenimento. Lo abbiamo visto in uno dei suoi show e abbiamo trovato un po’ strana questa cosa dell’ipnosi per “spettacolo” perché significa esercitare un potere sulle persone, magari anche metterle in ridicolo. Ci siamo sentiti un po’ in imbarazzo per loro, perché è un po’ come se si esercitasse una violenza sulla loro mente. Comunque questo ci ha spinto ad esplorare l’ipnosi, al suo utilizzo in modo scientifico.Â

Da profana vi chiedo: “Perché eventi traumatici possono aumentare la sensibilità nei confronti dell’ipnosi”? Come ci si può sottrarre all’ipnosi?

Se non si vuole essere ipnotizzati è impossibile essere ipnotizzati, poiché c’è bisogno della fiducia e della volontà del paziente nei confronti di chi esercita l’ipnosi.

Ciò che lo attirava dell’ipnosi era la velocità, grazie alla quale il terapeuta poteva avvicinare tanto in fretta all’origine del trauma”. Nella stesura del romanzo è nata prima l’idea dell’uso che avreste potuto fare con l’ipnosi o del folle massacro?

Assolutamente l’ipnosi. Però è vero che l’ipnosi è un’arma molto potente perché è come se fosse una scorciatoia per arrivare nel subconscio delle persone. Tanto che Freud, proprio perché era così potente l’ipnosi, l’ha abbandonata pensando che fosse meglio non portare a galla alcune parti del subconscio. Non bisogna necessariamente svelare tutto.

Freud però non ha poi voluto analizzare il subconscio attraverso i sogni?

Da quando ha messo da parte l’ipnosi ha cominciato a lavorare con la libera associazione: voleva che i pazienti si rilassassero e parlassero di tutto ciò che veniva loro in mente. Era interessato molto all’autocensura, cioè a come noi censuriamo i nostri pensieri. Ma anche alla volontà delle persone di evitare di nascondere alcune cose.
Freud voleva che i pazienti trovassero da soli le risposte ai loro problemi, piuttosto che come fa l’ipnotista, andando a scavare, ad estorcere queste informazioni. E a proposito dei sogni diceva che questi erano un po’ l’espressione dei desideri nelle persone.

Sia Erik, che Joona, che Kennet hanno, in momenti diversi, la sensazione di essersi lasciati sfuggire qualcosa, un dettaglio importante, come se avessero visto qualcosa di fondamentale senza però riuscire a coglierlo. Il fucile abbassato di Evelyn per Erik, i piedi sporchi di Josef per Joona e qualcuno visto prima che fosse spinto in mezzo alla strada per Kennet. È un modo come un altro per farci stare più attenti e riflettere?

Fa molto piacere che ciò sia stato notato. Più che altro deriva dal fatto che anche noi siamo così, ed è anche più entusiasmante se le informazioni non arrivano tutte allo stesso momento, ma si scoprono un po’ per volta. Pensiamo anche che sia un modo più realistico di descrivere la realtà: succede a tutti di aver visto qualcosa, che subito è come se ci sfuggisse; oppure si voleva fare una cosa, ma non viene più in mente cosa. Occorre quindi distrarsi, fare dell’altro per poi farcelo tornare in mente. A noi può capitare con un’idea, rispetto a qualcosa che vogliamo scrivere: ci sfugge, ma poi nel cuore della notte eccola riapparire. È anche un modo naturale per aumentare la suspense. E sicuramente è un modo per invitare il lettore a prestare attenzione.

Avete avuto modo di vedere il booktrailer? La musica è tanto inquietante da far presagire la sceneggiatura di un film altrettanto angosciante. Tra il 2010 e il 2011 partiranno le riprese. Chi vi piacerebbe che fossero gli interpreti dei vari personaggi?

No, il booktrailer non lo abbiamo visto, quindi non abbiamo nemmeno sentito la musica, ma faremo in modo di dare un’occhiata.
Per quanto concerne il film, diciamo che noi possiamo fantasticare, ma non è la nostra professione quella di scegliere il cast per un film. Siamo contenti di restare a casa e scrivere, poiché è la cosa che ci riesce meglio. Comunque dovrebbe essere una produzione internazionale, ma è probabile che usino attori svedesi perché ormai a livello internazionale diventa sempre più frequente che i film siano girati in lingua originale e poi sottotitolati. Speriamo che sia un buon film e speriamo anche che se la scelta sia per attori svedesi, questi non siano presi tra i soliti visi della televisione, bensì nuovi talenti.

SUGLI AUTORI
Dietro lo pseudonimo di Lars Kepler si celano i coniugi Alexander Ahndoril e Alexandra Coelho. Il primo ha pubblicato nel 2006 il libro The Director, sul regista Ingmar Bergman, e nel 2009 “The Diplomat”, il suo nono romanzo, basato sulla storia vera di un diplomatico svedese che nel 2003 tentò di scongiurare la guerra in Iraq. Sua moglie Alexandra ha esordito nel 2003 col romanzo “Stjarneborg”, ispirato alla vita dell’astronomo Tycho Brahe, che smantellò la teoria delle sfere celesti solide e morì durante un banchetto per lo scoppio della vescica.

Valeria Merlini
26 gennaio 2010

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