La mia intervista a Irene Vilar, “Scritto col mio sangue”. Leggetela prima di giudicarla.

Per anni ho pensato che non ci fosse nulla da raccontare sull’aborto. Al contrario c’era molto da dimenticare”.
Irene Vilar ha raccontato la sua vita in un libro che ha fatto molto scalpore. Il titolo ne suggerisce la drammaticità: “Scritto col mio sangue”.
Dopo aver tentato di nascondere la parte predominante della sua vita in un memoir, ancora non tradotto in Italia (The Ladie’s Gallery), Irene attendeva solo di sciogliere il suo enorme dolore per raccontare anche quella parte che l’ha resa aborto-dipendente. Che si sia da una parte o dall’altra, con lei o contro di lei, Irene è una donna che ha sofferto. Una bambina che reca in sé il dolore e il trauma della perdita della mamma, quando aveva solo otto anni.
Non giudicatela prima di averla compresa. Perché alla fine l’amerete.
Ciò che prometto al lettore è di raccontare la mia storia di dipendenza, il flusso costante di infelicità, la radiografia di un delirio e, alla fine, il volto di una maternità che redime”.

La mia testimonianza era destinata ad essere fraintesa“, oppure “so che, inevitabilmente, non sarò capita, che in molti vedranno nel mio incubo solo l’abuso di un diritto“. Qualcuno ha fatto di Irene Vilar la sua personale “caccia alla strega”? (escludendo il movimento pro-life)
Quando è uscito il libro negli Stati Uniti, sia il movimento pro-choice che quello pro-life, sono stati abbastanza scossi. Ovviamente il movimento pro-choice è stato molto più tranquillo rispetto al pro-life, e ciò era prevedibile. In particolare, in ottobre e novembre su facebook, su youtube, sui blog, venivo indicata come il mostro da imprigionare per il crimine commesso. A poco a poco poi gli animi si sono calmati. Io non ho mai voluto scrivere un libro per queste persone, poiché sapevo che mai avrei avuto con loro una conversazione intellettuale. L’avevo scritto per chi si occupa degli studi sulle donne o per quegli studi sulla situazione post-coloniale a Porto Rico. Sapevo anche che non sarebbe stato nell’immediato un best seller, perché so benissimo che la conoscenza non si diffonde dalle masse, dal popolo, ma dall’accademia. Sapevo che ci sarebbe voluto del tempo. Ed ecco che lo scorso mese mi è stato detto che il mio libro è stato adottato in migliaia di università. Ed ecco che tantissimi giovani avranno la possibilità di acquisire una lingua che permetterà loro di parlare liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, cose che attualmente sono ancora un tabù.

Dopo la morte di sua mamma, parla di lei e suo padre: “tra di noi, non ci siamo mai fatti domande. Era compito della polizia, quello. Il nostro era continuare a vivere, senza lasciare in giro altri cadaveri“. Considera i feti che ha abortito come cadaveri o come cosa?
Questa è una metafora ovviamente. Allora se rimaniamo nell’ambito della metafora posso dire che i miei feti erano dei cadaveri. La metafora porta con sé l’idea delle casualties, le vittime accidentali, conseguenza di una cattiva azione. Io e mio papà abbiamo vissuto con grande senso di colpa, di vergogna e anche di complicità la tragedia della morte di mia madre. Questo perché ci mancava una lingua emotiva. Io sono cresciuta senza l’intelligenza emotiva, senza i genitori che fossero veramente dei genitori, erano un po’ dei bambini anche loro. Questo silenzio è forse la cosa in cui la cultura da cui io provengo è la cosa in cui riesce meglio, cioè rimanere silenziosi di fronte al dolore. Sicuramente si può vivere in questo silenzio, però dentro di te si insinua a poco a poco un grande senso di vergogna.
Tutti quanti quando non riusciamo a capire qualcosa abbiamo questo senso di vergogna. I bambini lo capiscono non tanto a livello intellettuale, ma a livello di pancia. In questo contesto quindi sicuramente sì, i miei feti diventano cadaveri.

Non avevo pensato a come evitare una gravidanza. La notte che avevo fatto sesso con lui (…), il mio unico pensiero era stato di assicurarmi di non essere d’impiccio al piacere di un uomo“. È giusto se attribuisco questo pensiero alla sua giovane età?
In parte sì, in parte era la mancanza di una lingua. Questo libro racconta la storia di una giovane donna che, per la prima volta, scopre la sua sessualità e il potere della sua fecondità. Però non ha a disposizione gli strumenti per esercitare questo potere, anche perché riceve dalla società dei messaggi poco chiari. Il mio caso, molto più comune di quanto si possa credere, è quello di una ragazza cresciuta in una società molto maschilista, con messaggi di sottomissione che io avevo interiorizzato (per esempio l’idea di doversi sottomettere al piacere del maschio). Tutto questo si complica con la patologia dalla quale ero affetta: questo amore ossessivo nei confronti di un uomo che rappresenta il potere, quel controllo che io stessa volevo, un uomo che si descrive come un femminista, un uomo che mi propone strategie di liberazione che avevo sempre cercato. Si dice che chi sia sopravvissuto ad un trauma politico da bambino diventa ossessionato dal lavoro, è sempre iper-attivo perché è con il fare che si tiene quieto il cervello senza porsi troppe domande. Allora la mia è stata una strategia di sopravvivenza attraverso il pensiero intellettuale. Da qui l’amore ossessivo per questo uomo. Da qui l’elemento della perversione, da un lato, e quello della sottomissione dall’altro. Il mio progetto era agganciare questo uomo a me, quindi sottomettermi faceva parte della mia strategia.

Perché parla di trauma politico?
Io ho scritto questo libro proprio per la mia componente politica: mia mamma, mia nonna, io stessa siamo come una matrioska. Mia mamma era stata l’esito di un esperimento coloniale che l’aveva lasciata depressa, suicida. Dico sempre che sarebbe riuscita a sopravvivere al marito che aveva, al fatto di essere stata abbandonata da sua madre, però non ce l’ha fatta con l’esperimento post-coloniale. Le mamme sono un po’ come la bussola, e il mio modello, la bussola che io avevo ricevuto, era questa madre. Quando lei non era disponibile dal punto di vista emotivo o era fuori controllo, la risposta che mi veniva data era “l’hanno svuotata“, quando chiedevo una sorellina la risposta che mi davano era “l’hanno svuotata“, quindi è stato in questo caos totale che io decido di lasciare la famiglia a Porto Rico e vado alla ricerca dell’opposto, dell’ordine, del controllo. Però lo faccio utilizzando modelli e strategie completamente sbagliati.

Perché risulta così difficile credere che si scordava semplicemente di prendere la pillola?
Innanzitutto perché è una patologia. Quando uso il termine “dimenticato” bisogna pensare che io ero affetta da una malattia. Il libro narra proprio di questa patologia. Perché questa ambivalenza, tra il termine neutro e quello medico? Ovviamente la risposta non è semplice, sono tanti gli strati. Un elemento è il tentativo di ricreare il dramma che ha colpito mia madre e lo volevo ricreare utilizzando il mio apparato riproduttivo. In psicologia si dice che molto spesso noi ripetiamo il trauma nel tentativo di risolverlo. Magari stavo cercando di fare questo. E poi c’era una ribellione quasi adolescenziale nei confronti di questo uomo, super potente, super controllante. Quindi ogni gravidanza era una ribellione contro di lui, una ribellione contro quella politica che mi aveva strappato mia madre. Quindi ambivalenza nei confronti della fecondità. Il ruolo di acquisire potere sul mio corpo fecondo, corpo che diventa così un vero e proprio campo di battaglia.

Che percorso ha fatto per arrivare a darsi le risposte che l’hanno portata ad essere la donna che è oggi? L’aver parlato con Joan? La morte del suo cane Oliveira? Quale è stato l’evento traumatico che l’ha slegata definitivamente dal suo passato traumatico?
Entrambe le cose, sia Joan che il cane. Cos’è il dolore? Si dice che il dolore di un lutto non si cerchi, è lui che trova te. Quindi è successo proprio questo: con la morte di Oliveira, il dolore mi ha finalmente trovato ed è lì che ho cominciato a piangere. Sono riuscita finalmente a collegarmi con quel “sé” che era diviso dentro di me e l’ho quindi integrato dentro di me.

Il ruolo della religione in tutto questo esiste?
Il ruolo della religione è presente, l’ho specificato nel mio primo libro, non ancora tradotto. Io sono cresciuta in una famiglia molto legata alla chiesa: avevo due zii e un nonno sacerdoti cattolico-episcopali, che professavano una religione molto tollerante, molto progressista. Andavo in chiesa tutte le domeniche, sentivo le prediche dei miei zii, che seguivano una teologia della liberazione, commista al marxismo, tipica dell’America Centrale. Quella per intenderci di padre Romero, ucciso in El Salvador negli anni ’80 mentre diceva messa. Padre Romero dava una lettura molto particolare della Bibbia, che poteva cambiare la vita soprattutto delle masse povere. In me esisteva questo sistema di valori e, nel momento in cui scatta la patologia, in parte ho momenti di grande speranza che coincidono con le gravidanze, in parte momenti di grande vergogna che coincidono con gli aborti. Quindi c’era un grande senso di colpa che veniva sì dalla credenza religiosa, ma anche dal mio atteggiamento etico e morale. Ecco perché la vergogna non mi ha uccisa: perché quando ho iniziato la terapia è stato proprio il mio passato religioso ad aiutarmi nei confronti di me stessa.

Valeria Merlini
aprile 2010

L’autrice

Irene Vilar è nata ad Arecibo, Porto Rico. Il suo primo libro, The Ladie’s Gallery, ha ricevuto numerosi riconoscimenti letterari. Lavora come editor alla Texas Tech University Press ed è agente letterario della Vilar Creative Agency e della Ray-Gude Mertin Literary Agency.

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