Il mio Speciale sugli Esordienti Italiani. In continuo aggiornamento.

a cura di Valeria Merlini

Sono colti, intelligenti e spiritosi. Sanno farci sorridere, ma sanno anche farci pensare. Grazie al loro talento. Non cercano scorciatoie. Sono l’orgoglio nazionale. Loro sono i nuovi promettenti scrittori italiani.
Che cosa sognano? Imbrigliarci nelle parole. Stregarci con le loro storie. Legarci ai personaggi. Ma sempre, in ogni momento, farci riflettere.
Se poi il successo arriva… non verrà disdegnato!

Hanno risposto alle domande:
  1. Se dovessi recensire il tuo libro,
    come lo faresti, con che parole?
  2. Perché leggerlo?
  3. Chi è il tuo lettore?

Angela Bubba, La Casa

1)Non riuscirei mai a recensire il mio libro. Ogni mio giudizio mi sembra anzi una violenza, un abuso. Ho scritto per consegnare ad altri i miei pensieri, le mie ossessioni anche; ogni libro, come un figlio, ha il diritto di crescere da sé ad un certo punto della sua vita.
Se proprio dovessi scegliere delle parole per descriverlo, farei riferimento a quelle che già sono presenti nel testo, lo spiegherei con esso stesso cioè, la prima pagina in questo caso. Se c’è una bellezza nel mio libro, e anche una crudeltà, prende avvio proprio da quel punto, la prima pagina è lo scrigno delle sue intenzioni.

2)Leggere LA CASA, me lo chiedo spessissimo. Sono io stessa che lo domando ai lettori. Molti mi rispondono che lo hanno fatto per una questione di ricordi, di affetti che sembrano in qualche modo tornare, di percezioni che magicamente è come diventassero materia, e non solo parole. Leggere LA CASA perché innanzitutto parla di una famiglia, e non nel senso banale ed annacquato del termine. Non è il valore familiare che ho voluto trasmettere. Ma anzi il punto di rottura, il fallimento e la continua resurrezione, la fragilità, il dolore, il silenzio, il silenzio che è la vita e la morte di questa millenaria invenzione che appunto è la famiglia.

3)Il mio lettore è sorprendente. C’è un ragazzo nato nel 1994, e contemporaneamente un uomo di 80 anni. Questo mi fa commuovere. Il mio lettore credo, spero almeno, sia abbastanza impertinente, sia autonomo e critico, non solo quando legge. La mia scrittura è un inno alla “distruzione” (in senso buono) delle regole, al riappropriarsi con una propria intimità e intelligenza di quella ricchezza che si chiama Parola, che si chiama Letteratura. Mi piace pensare che ogni mio lettore abbia almeno una stilla, una soltanto anche, di questo agire devastante quanto meraviglioso, bellissimo. Credo tantissimo nel mio lettore, certe volte è folgorante, ci credo più che a me stessa.

Emmanuele Bianco, Tiratori scelti

1)“Tiratori scelti” è un atto d’amore verso un luogo: la periferia di una metropoli italiana. Un luogo magico, la periferia: trasparente, vitale. Un luogo dove si cresce prima che in altri posti, perché è vario e sovrappopolato. Un luogo dove ventimila cuori diversi per origine, religioni, professioni, etiche battono sempre e comunque all’unisono. Un luogo dove arrivano sempre gli ultimi, prima i meridionali, poi gli extracomunitari da tutto il mondo. Un luogo che non si può fermare, visto attraverso la seconda generazione d’immigrati meridionali. Voci dalla “Trincea”, quelle dei personaggi, il cui ritmo esistenziale è scandito dall’uso delle droghe e dell’alcol, soprattutto cocaina. La voce che diventa un urlo, quella dei tiratori scelti, perché a loro, più che a tutti, in una società in guerra, è data solo un’occasione di centrare il bersaglio. Un solo colpo per realizzarsi.

2)Lo leggi perché si legge velocemente, come la vita veloce dei personaggi, come la cocaina, la droga della velocità. Come Milano, città veloce per eccellenza. Lo leggi perché, anche se le vicende e i personaggi sono inventati, parla di cose che esistono e che riguardano tutti: genitori, figli, istituzioni, immigrati, ricchi, poveri, pusher, idraulici. Lo leggi perché crea un falso movimento, situazione che accomuna più che una generazione ben precisa un’umanità talmente allargata che è difficile da connotare. Lo leggi perché ti conviene leggerlo.

3)Il mio lettore è la generazione cresciuta coi gangster movie, coi drugs movie, con le nike air max ai piedi, prima con le buffalo, il booster spirit e la felpa della walls, che non ha mai avuto voglia di studiare e che sta facendo i conti con la totale precarietà di tutto. Il mio lettore è l’intellettuale che vede nel romanzo una interessante narrazione fuori dalle regole della narrazione. Il mio lettore è la gente comune: chi non ha mai letto un romanzo e chi ne divora due a settimana. Il mio lettore è il giornalista che ci vede solo l’allarme sociale dei giovani drogati e alcolizzati. Il mio lettore è colui che sente di avere un’urgenza estrema di dialogo, di scambio, guardando negli occhi il proprio interlocutore.

Daria Colombo, Meglio dirselo

1) Difficilissimo! ci provo.
Lara, una vecchia ragazza stanca, tira il bilancio della sua vita. I figli adolescenti, il marito che ha adorato, il suo lavoro di architetto e perfino gli ideali della sua giovinezza fanno si che i conti non tornino.
L’essere costretta dalla malattia della madre a frequentare di nuovo la sua famiglia d’origine che ha lasciato malamente a vent’anni, modifichèrà il suo punto di vista. Daria Colombo costruisce una storia talvolta ironica ma spesso commovente, intorno alla tesi che l’infanzia condiziona l’intera esistenza. L’autrice riesce, catturando li lettore con una scrittura personale e “quotidiana”, a tirare le somme di una vita al positivo,  se pur attraversata da momenti difficili e talvolta drammatici, come lo sono quasi tutte le vite. Il segreto che traspare tra le pieghe  del romanzo sta nel riuscire a comunicare i sentimenti.

2) Ancora più difficile.
Forse perché chiunque può trovarci qualcosa di sé: commuoversi o sorriderne.

3) Scrivendolo ero convinta che il romanzo fosse adatto soprattutto ad un pubblico femminile, oggi capisco che se gli uomini superano il preconcetto di leggere di sentimenti, lo potranno apprezzare forse anche di più. La stessa cosa vale per l’età. la protagonista è una cinquantenne, credevo che il target fosse quello… Ieri mi ha scritto una ragazza  dicendomi che se le fosse andata male l’interrogazione di greco sarebbe stata colpa mia.

Francesca Melandri, Eva dorme

1)“Eva dorme” è la storia dell’amore tra Gerda, ragazza madre altoatesina di lingua tedesca, e Vito, giovane carabiniere calabrese. L’ambientazione è l’Alto Adige scosso dai conflitti etnici e dal terrorismo negli anni ’60 e ’70. Le vicende sono viste con gli occhi di Eva, la figlia di Gerda, che in Vito trova l’affetto e la protezione che ogni bambina cerca nel suo papà – per poi però perderlo improvvisamente. Eva, quarantenne al giorno d’oggi, compirà un lungo viaggio (i milletrecentonovantasette chilometri che separano l’Alto Adige dalla Calabria) per scoprire perché Vito, l’unico uomo che l’abbia mai amata come un padre, sia uscito così bruscamente dalla sua vita, e per riconciliarsi con il proprio passato.
Lo sfondo del romanzo è una vicenda storica di cui in Italia si sa pochissimo: ovvero come l’Alto Adige, abitato da gente di lingua tedesca, sia entrato a far parte integrante dello Stato italiano.

2)La memoria e la nostalgia di Eva ormai adulta ci raccontano del grande amore spezzato tra Vito e sua madre, e anche di cosa significhi per una bambina, poi ragazza, poi donna, crescere senza un padre che l’ama e la protegge: questo romanzo è quindi, soprattutto, un viaggio nelle declinazioni, assenze e possibilità della parola “amore”. Allo stesso tempo narra anche di una terra che un capriccio della Storia ha reso orfana della sua naturale madrepatria (l’Austria) per appiccicarla ad un paese (l’Italia) con cui non aveva nulla in comune. Per scrivere “Eva dorme”, oltre a compiere approfondite ricerche storiche, ho intervistato molti testimoni di quel tempo, ad esempio anziani carabinieri oggi in pensione che negli anni ’60, giovani freschi di leva, vennero mandati dal natìo Meridione a combattere il terrorismo in una terra lontanissima ed estranea in cui non si parlava neanche l’italiano. “Eva dorme” racconta le vere vicende politiche e storiche dell’Alto Adige, terra bellissima di cui molti italiani amano e frequentano la geografia, ma ignorano la storia.

3)“Eva dorme” è un romanzo piuttosto ampio e complesso, con molti personaggi e livelli narrativi (si piange, si ride, ma si narrano anche fatti sconosciuti della storia politica italiana, come ad esempio il collegamento occulto ma ormai accertato tra le vicende del terrorismo altoatesino e la strategia della tensione che insanguinò il nostro paese dal ’69 in poi). Credo quindi che possa interessare molte categorie diverse di lettori: chi ama le belle storie d’amore; chi crede che nella stagione crudele ed incantata dell’infanzia si fondi la vera, profonda radice dell’identità; infine chi è interessato a capire meglio una vicenda del nostro dopoguerra apparentemente marginale ma che dell’Italia rispecchia in pieno le contraddizioni, le lacerazioni e anche le conquiste.

Leonora Sartori, La Forma Incerta dei Sogni

1) Questo libro racconta le avventure tragicomiche di Leo, una bambina di sette anni alle prese con l’impegno politico e sociale dei genitori. Leo passa le domeniche in giro a manifestazioni e cerca di costruire un fantamondo che mescoli i volantini contro il nucleare e Topolino, i manifesti anti apartheid e “La storia Infinita”. In particolare, un adesivo arancione attira la sua attenzione: Salviamo i sei di Sharpeville, Sud Africa. Vent’anni dopo, Leo intraprenderà una viaggio per scoprire se gli eroi dei genitori esistano davvero e scoprire che faccia hanno.

2) Per scoprire che una generazione non basta, le battaglie funzionano con il metodo della staffetta: ci si passa il testimone.
Difficile non è mollare gli ormeggi e andare lontano, inventarsi un mondo personale, liberarsi dalla propria famiglia. La parte più complicata è tornare a casa e Leo dovrà rientrare con verità difficili da comunicare.

3) Chiunque abbia una famiglia, di qualsiasi tipo, forma e dimensione.
Tutti quelli che credono che gli anni ’80 ci abbiano lasciato qualcosa di più di spalline, calzini fosforescenti e occhiali a specchio.
Chi vuole conoscere la storia dei Sei di Sharpeville, sei persone di colore condannate a morte nel Sud Africa dell’apartheid e salvate un giorno prima dell’impiccagione.

Francesca Petrizzo, Memorie di una Cagna

1) ‘Memorie di una cagna’ inizia con un viaggio, ed è un viaggio in sé: la storia di Elena, la ‘cagna’, la donna a cui non è mai stato consentito di scegliere e che ha cercato comunque la sua strada, ad ogni costo. Tristezza e tragedia l’hanno accompagnata; ma anche una profonda gioia. Mentre viene riportata, infine, verso il destino a cui aveva sempre cercato di sfuggire, Elena ricorda la sua vita e nel farlo ci porta attraverso quella che per noi è ormai solo materia di leggenda: storie di eroi, storie di guerre feroci e che saranno ricordate per sempre. In mezzo a tutto questo, lei: una donna con una voce viva e comprensibile in qualsiasi epoca, il suo amore, il suo dolore, e la forza che nessuno sospetta possieda, ma che la porterà oltre il sangue e la guerra, fino alle sue ultime decisioni. Perché, come dice lei stessa, ‘Io sono di pietra.’

2) ll mito greco sembra sempre circondato da un’aura d’élite, come se fosse un piacere per pochi. Ma al di là della convenzione poetica, al di là di dei e eroi, ci sono storie di persone ordinarie in circostanze straordinarie, e quello che decidono di fare. In questo libro, la loro voce ritorna viva e vicina, perché noi esseri umani, nonostante tutto, in ogni epoca siamo sempre gli stessi.

3) Credo che questo sia un libro che possa parlare a molti, dagli appassionati del romanzo storico ai fan dei racconti psicologici, passando per coloro che amano leggere d’amore e di guerra. La bellezza di attingere a un materiale come la mitologia greca è anche questa: in ogni storia, in ogni personaggio, incontriamo tutto questo, e possiamo portarlo sulla pagina moderna.

Francesco Cascini, Storia di un giudice. Nel far west della \’ndrangheta

1) Il libro che ho scritto parla di me. Di una esperienza difficile e personale. Credo che la scelta di scrivere di se stessi sia già molto impegnativa perché il rischio, soprattutto per chi fa un lavoro come il mio, è di cadere nella retorica e nell’autocelebrazione. Confesso che ipotizzare una recensione su qualcosa che ho scritto e che mi riguarda direttamente è sinceramente un po’ complicato. Posso dire solo di aver fatto il massimo sforzo possibile per prendere per mano il lettore e portarlo a Locri, fargli vedere quello che ho visto, fargli sentire quello che ho provato, senza giudizi e senza censure, solo per condividerlo.

2) Questa è una domanda molto difficile. Non era mia intenzione scrivere un saggio (anche se vedo che il libro viene così considerato), non avevo la pretesa di spiegare cos’è la ‘ndragheta, né volevo affrontare i grandi temi sulla giustizia. Io volevo solo scrivere una storia, raccontare quello che ho visto e lasciare ad ognuno la possibilità di formarsi un’idea. Credo che i libri si leggano per curiosità. Leggere questo libro potrebbe servire a conoscere un po’ di più una parte del nostro paese che sembra dimenticata e ignorata da molti, ma credo anche possa servire a conoscere, in modo (spero) caldo ed umano, che cosa significa fare il Giudice, soprattutto in una terra come la Calabria.

3) Non ho scritto questo libro pensando a quelli che fanno il mio lavoro o agli operatori del diritto. L’ho scritto pensando alle persone comuni. E’ per questa ragione ho provato a scriverlo in modo breve e semplice. Mi auguro possa essere un libro destinato soprattutto ai più giovani.

Silvia Avallone, Acciaio

1) Un romanzo duro, ma pieno di vita. Più che una storia, Acciaio racconta un mondo: quel pezzo d’Italia, di periferia industriale e dimenticata, dove si fatica per vivere, e dove con la vita ci si scorna. Ma c’è una potenza, un fascino in questi casermoni popolari, in queste fabbriche arrugginite, in queste persone che nonostante la violenza, la droga, la bassa retribuzione, restano in piedi: qualcosa che ha a che fare con la radice nuda e cruda dello stare qui. Poi, Acciaio è anche il romanzo di un’età: l’adolescenza, quando si pensa che il mondo sia a portata di mano. E per contro cosa significa essere adulti e genitori: quando si fa il bilancio dei fallimenti, e si prende atto che indietro non si torna.

2) Perché, ed è l’unica cosa che posso dire in quanto autore: è un libro vero. Perché per scriverlo sono andata a toccare con mano una realtà che ho amato, e restituendola in parole mi sono entusiasmata, ho sofferto, ho goduto come nella vita. Perché scriverlo è stata fra le esperienze più forti che ho vissuto, e credo che tutta questa energia sia passata nella pagina, così come quella realtà a cui mi stava a cuore dare una voce.

3)Chiunque: un ragazzino di prima superiore come un pensionato, una casalinga come una donna in carriera, una mamma come un uomo solo. Un lettore è sempre un tu preciso, non mi importa il suo sesso, o religione, o età, o stato sociale. Mi importa solo che esista. E spero di essere stata abbastanza brava, scrivendo Acciaio, da smuovergli qualcosa – una riflessione, un sentimento – di modo che il tempo che gli ho rubato, in realtà non sia un furto ma una specie di regalo.

Gabriele Reggi, Liberaci dagli Sbirri

1) Metterei in evidenza le tematiche principali affrontate nel romanzo, cioè la schiavitù della donna e il fanatismo religioso, fuori dal tempo. Troverei degli accostamenti con “Cristo si è fermato a Eboli”, la scoperta della civiltà contadina da una parte e quella dei nuovi schiavi dall’altra, il rito magico contro il rito-suicidio della “Piaga”; entrambi isolati, fuori dalla storia, dove “Lo Stato è più lontano del cielo” ha scritto Carlo Levi.
Darei un cenno alla trama.
Una storia d’amore tra il giovane “prossore” del Nord Stefano Derzi e l’intoccabile Anorea, in un mondo meridionale virato e intinto nel rosso del sangue. Innamoramento a prima vista che però nel luogo dove vive Anorea mette in serio pericolo la vita della studentessa e quello dell’insegnante, un Sud iperrealista, dove i telefoni non funzionano per scelta, i ripetitori di cellulari sono stati abbattuti per timore di essere spiati dagli sbirri o da famiglie nemiche, dove le scuole sono seppellite in una terra piovosa e avvelenata, in continuo disfacimento; il carcere bianco, la “Villa”, simile a un Grand Hotel tra le case non finite, assurdo come un dipinto di Magritte. Poi il feroce Salvatore, protagonista del cruento rito religioso della “Piaga”, divenuto il “liberatore” di Stimmate per aver redento i peccati della comunità con il sangue e la sofferenza, fratello possessivo di Anorea che si finge fidanzata della ragazza per sottrarla all’attenzione degli altri maschi. L’amicizia con il professor Melo Risa, che introduce Derzi nella realtà di Casabianca attraverso la conoscenza di personaggi usciti da un film di Tarantino o da un romanzo di Ellroy, come lo zio di Anorea, Bazooka Man, che per vendicare il nipotino cieco, vittima accidentale di un regolamento di conti, uccide quasi trenta persone riunite per un pranzo. Un ambiente surreale, tra girasoli altissimi e fichi velenosi chiamati “babà”, un western contemporaneo dove le autorità dello Stato appaiono come manifesti cromolitografici contro un paesaggio allegorico di Munch, uomini senza massa a confondersi con l’ambiente per non assomigliare agli sbirri. La condizione di “bestia” delle donne, i soprusi e le molestie subite nei campi da guardiani sanguinari. La provincia di Liberato, paradigma di un Sud del male violento e apocalittico, visto attraverso lo sguardo attonito ma lucido del protagonista venuto dal Nord.

2) Lo leggerei per diversi motivi, uno in particolare, perché attraverso la fatica e la schiavitù delle donne braccianti, capirei qualcosa di oggi: la fatica e la schiavitù degli extracomunitari e dei braccianti dell’Est dell’Europa.

3) In genere non ho lettori di riferimento, scrivo per dare un volto a qualcosa di intimo, dargli una consistenza, e se riesco a condividere questo sentimento con altri attraverso il mio libro, allora ho raggiunto un bel traguardo.

Lucia Ravera, La Storia finisce qui

1) Sono avvezza alle recensioni di libri. Ne scrivo praticamente da sempre, ultimamente con puntualità per Mangialibri. Ma parlare di una propria “creatura” è un’altra cosa, un po’ come se ti chiedessero di raccontare in breve tuo figlio. Cerchi le parole per descriverlo, ordinatamente, con la logica dell’obiettività, ma è chiaro che in gioco ci sei anche tu e c’è tutto un garbuglio di sentimenti talmente forti che è difficile districarli, appianarli, forse anche comprenderli e spiegarli.
Il mio romanzo nasce con me, portandosi appresso frammenti di vita che, seppure non mi appartengano direttamente, compongono certamente il mosaico delle emozioni che più mi rendono sensibile, anche vulnerabile. La storia finisce qui è il racconto lontano di una ragazzina semianalfabeta, dispiegato nell’arco di un ventennio.
Tutto ha inizio all’alba degli anni ‘50, quando nell’Italia fibrillante del boom economico la protagonista, figlia di una mondina della bassa padana, muove i suoi primi passi verso il mondo. Si lascia alle spalle la cascina in cui è nata e cresciuta, l’odore della polenta nel tegame riscaldato, i prati di fiordaliso, un cane adottato, un fratello “sbilenco” e già, così presto, un grande dolore e una profonda umiliazione, per cercare la normalità di un lavoro, una casa, magari con il bagno interno, un marito al quale preparare la cena, un frigorifero, un figlio.
La vita arriva, eccome se arriva.
Quella piccola donna, il cui nome non a caso sarà svelato soltanto in ultimo, nel buio e nella luce del suo destino, senza mai arrendersi, riuscirà a conquistare la dignità che merita. E quella dignità la urlerà con tutta se stessa proprio alla fine, tornando dopo un lungo viaggio di esperienze sfumate nei contorni della Storia del nostro Paese, in quei campi immensi, i suoi campi, dove ogni cosa è cominciata…
Questa, a grandi linee è la circolarità della trama. Però, La storia finisce qui è soprattutto un romanzo intessuto di suggestioni, carico di colori, pervaso dai profumi di un mondo che non esiste più.

2) Per ritrovare il senso di noi stessi, in quello che il tempo sembra averci rubato; con la nostalgia e la tenerezza con cui a volte ci lasciamo sorprendere dal ricordo improvviso di antichi sapori che ci riconducono alla nostra infanzia, all’oralità delle nostre madri, al sussulto di ferite che ancora lacerano la pelle…

3) La storia finisce qui, per concludere, ha diverse tipologie di lettori. Credevo si trattasse di una vicenda che avrebbe appassionato soprattutto un pubblico femminile, invece mi sono sbagliata. Sono stati molti, al di là delle congetture, gli uomini che hanno amato il libro. Paradossalmente ho riscontrato apprezzamenti profondi e arricchenti da parte di lettori e lettrici particolarmente colti. Dico paradossalmente, perché il lessico che ho utilizzato attinge a un humus linguistico umile, sgrammaticato, pseudo-dialettale. Quel realismo anche nello stile ha effettivamente contribuito significativamente a rendere in qualche modo “unica” l’opera, vero e sincero l’intreccio, nella sua crudezza, nella sua poesia.
Insomma, ogni libro, in fondo, è un incontro. E la vita, uno strano gioco a incastri. Forse la mia storia è tutta qui, semplicemente racchiusa nella voce a cui ho desiderato un giorno dare voce.

Roan Johnson, Prove di Felicità a Roma Est

1) Userei le parole di Giovanni Pacchiano sull’inserto Cultura del Sole 24 Ore: Prove di felicità a Roma Est è un romanzo entusiasmante. Entusiasmante: qualche volta il recensore deve abbandonare le debite cautele, specialmente quando nel libro in questione sente tanta felicità di scrittura e fervore di emozioni. Insieme a ironia, e a suprema leggerezza.

2) Non solo perché si ride, si pensa, ci si emoziona, si piange e poi si ride di nuovo. Ma perché il libro prova a parlare dell’oggi, anzi del domani mattina. Va a sbirciare  là dove c’è una delle terre di confine della nostro tempo, dove si crea il magma, la forma liquida e provvisoria della società che si cristallizzerà fra non molto.

3) Non penso a un lettore specifico. Penso a cosa piacerebbe a me (al massimo ai miei amici). Ad esempio i capitoli corti, la velocità, la leggerezza e l’ironia sono cose che apprezzo molto quando leggo, soprattutto un esordio o il libro di un autore che non conosco. Mi preoccupo anche di cosa piace soltanto a me, cosa potrebbe essere vanità, compiacimento e lo butto. La storia e i personaggi vengono prima di tutto. Intaglio e limo con cura, finché non mi sembra di essere arrivato al mio meglio.

Silvia Tesio, Te lo dico in un Orecchio

1) Ariel ha sedici anni e una sola certezza: se Dio esiste, di sicuro ce l’ha con lei. Se no, perché avrebbe permesso a quella strega di Sara di distruggere la sua famiglia e lasciato che sua madre l’abbandonasse per sempre? Ora, come se non bastasse, suo padre è morto e Sara è in coma all’ospedale: per colpa di quel maledetto incidente dovrà trasferirsi a casa dei nonni di Greta, la sorellastra di quattro anni. L’unica cosa buona che Sara abbia saputo fare.
Alle prese con l’ennesimo cambiamento, Ariel si trova suo malgrado a dover ricomporre le tessere di un passato doloroso e di un presente dove nulla è quello che sembra. Che cos’è successo veramente la sera dell’incidente? Dov’è finita sua madre? Si conoscono mai fino in fondo le persone che amiamo?
Ariel convive da sempre con segreti e bugie intessute ad arte. È un’eroina adolescente che si ama e si odia perché ci riporta costantemente all’umana fragilità, ma ci ricorda anche l’inesauribile fantasia di tutti noi nell’escogitare il sistema per restare a galla anche nelle situazioni più disparate e disperate.

2) Perché è un libro senza fronzoli, che non ha niente a che vedere con il mondo degli adolescenti, così come viene confezionato sempre più spesso. A mio avviso non esiste un mondo degli adolescenti e uno degli adulti. Esiste un mondo unico e molti sguardi. Ariel ha il suo, ma non pretende di essere un modello per nessuno. E questa secondo me è una novità interessante.

3) Quello a cui se viene chiesto: “Ti piacciono i bambini?” risponde: “E a te piacciono gli adulti?”.

Claudia Durastanti, Un Giorno verrò a lanciare Sassi alla tua Finestra

1) Definirei Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra come “una prova di narrativa da campo da basket disabitato” e lo recensirei come se fosse un disco. Come se ogni capitolo fosse una traccia caratterizzata da determinati stili e velocità, con diversi tempi di reazione. Direi che ci sono citazioni estenuanti, allusioni criptiche e un languore nostalgico per una scena ormai trascorsa. Che è un libro impiantato su un immaginario riconoscibile, che si diverte a manipolare una certa estetica e che propende per la santificazione dei perdenti.

2) Mi verrebbe voglia di andare in giro con un cartello “Questo non è il solito libro sugli adolescenti”, anche per evitare il cliché dello scrittore giovane che scrive per giovani. Ma l’età media dei protagonisti è di diciassette, diciotto anni, quindi verrei chiaramente smentita. Non posso dire perché dovrebbe essere letto, solo come vorrei che venisse letto. Vorrei che ci si soffermasse sulle storie e il loro sviluppo, piuttosto che sulla fascia anagrafica dei personaggi: ci sono ragazzi che sono sulla soglia di un mondo e che gradualmente entrano nella fase di costruzione di quel mondo, il che significa optare per una divisa, definire il proprio senso del gusto, scegliere come rappresentare sé stessi. E’ un processo che può essere monolitico, in cui i protagonisti a volte sono molto duri, autoritari. Ma la parte che mi interessa di più è capire come sopravvivono al mondo che hanno costruito. Come soccombono, e come resistono. Il  libro potrebbe interessare per le ragioni che ho appena elencato.

3) Una persona con la predisposizione per gli incontri mancati, che spera nelle seconde occasioni ma non ci crede fino in fondo e che non pretende necessariamente di essere consolato dai libri che legge.

Valeria Corciolani, Lacrime di Coccodrillo

1) “Lacrime di coccodrillo” è un romanzo ironico e divertente. Dietro il giallo (che in realtà si contraddistingue da ogni altro giallo per la totale assenza di violenza) si scoprono i valori dell’amicizia e della famiglia, in un susseguirsi di sentimenti e personaggi che raccontano la vita di tutti i giorni, che (a ben guardare) forse tanto banale non è. Così Chiavari, cittadina ligure affacciata sul mare, con i suoi carrugi, la spiaggia, i profumi, la focaccia… rivela la sua anima segreta proprio quando i turisti se ne vanno e arriva l’inverno a restituirle il suo fascino discreto. La fantasia e l’allegra ironia saranno la chiave per aiutare il lettore a svelare il mistero.

2) Bella domanda… potrei dire perché è leggero ma saggio, perché ti avvince con la trama ma hai voglia di rallentare per goderti le sfumature, perché mi sono divertita tantissimo a scriverlo…

3) Il mio lettore è: chi ama leggere e ne può apprezzare l’ironia, chi non ama leggere e si fa trascinare dalla vicenda. Poi tutti un pochino ci si possono ritrovare: la fidanzata, il marito, la mamma trafelata, l’innamorata non ricambiata, l’uomo che non sa bene cosa cerca ma continua a cercare…poi i colori le musiche… direi tutti, dai sedicenni agli ottuagenari, senza scarti temporali.

Sara Lorenzini, Diario semiserio di una Redattrice a Progetto

1) “La mia è una storia lunga e particolare, signorina. Devo raccontargliela al telefono?”
Emma cerca storie al telefono da portare in televisione. Un lavoro creativo, insomma. Emma, infatti, è una redattrice televisiva, alle prese con personaggi improbabili disposti a raccontare in diretta tv, A cuore Aperto (così si chiama il people show per cui lavora), disgrazie e drammi di ogni sorta. Senza contare che il suo primo contratto a progetto sta per scadere e, per garantirsi il rinnovo, non le basterà trovare una storia qualunque. Ha bisogno di una storia bomba, così forte da tenere incollati milioni di telespettatori davanti allo schermo, per vincere la guerra dell’audience. Non sarà facile, ma determinata e tenace come solo i precari sanno essere, ce la metterà tutta… tanto da mettere in gioco perfino se stessa! Perché se c’è una cosa che ha imparato facendo la redattrice televisiva è che ogni storia può essere raccontata, basta piegare un po’ la realtà e incastrarla nella finzione.
“Diario semiserio di una redattrice a progetto” è un romanzo che accende i riflettori dietro le quinte di un programma televisivo, che svela meccanismi e situazioni, e mostra il volto degli invisibili operai dello spettacolo che in un lavoro a catena costruiscono immagini sullo schermo. E se il filo conduttore che lega le alternate vicende, lavorative e sentimentali, di Emma e delle sue emme amiche, è quello del precariato, la vera protagonista di questo romanzo diventa la vita di redazione, della redazione di A cuore Aperto, dove Emma consuma sogni e fatica, ride, piange, impara e cresce.
In “Diario semiserio di una redattrice a progetto” gli imprevisti sono la regola, sia nel lavoro che nell’amore, tra fidanzati sbagliati, amare scoperte e amori non troppo platonici…
Con uno stile asciutto, una buona dose di cinismo e una vena ironica pulsante, la trama si sviluppa e corre veloce pagina dopo pagina fino al finale decisamente pirotecnico e sorprendente.

2) Perché è un romanzo semiserio, come dichiara il titolo. Per cui promette risate e riflessioni. Emma è una pasticciona, per esempio fa una gaffe dietro l’altra e il suo bersaglio preferito e involontario è un nano che cerca a tutti costi di portare in trasmissione… Emma è anche una ragazza pulita, circondata da personaggi ambigui e situazioni difficili, che la metteranno a dura prova. È un romanzo che offre diverse letture, una sicuramente più leggera, esilarante, divertente, che è quella legata alla redazione, alle vicende sentimentali delle amiche della protagonista, alla passione per i vestiti e i social network… e un’altra più profonda, amara, seria che è legata alle condizioni lavorative precarie e alla scoperta della tossicodipendenza di Jacopo, il fidanzato di Emma. Insomma, se questo libro fosse un piatto da scegliere a mensa, in un pranzo con le emme amiche, avrebbe davvero tanti sapori diversi!

3) Se all’apparenza può sembrare un libro per un target prevalentemente femminile, questo romanzo è in realtà adatto anche un pubblico maschile. Immagino che il mio lettore tipo abbia tra i 20 e i 40 anni, che sia interessato al mondo della televisione principalmente e anche da quello del precariato giovanile… Ma che sia anche incuriosito dalle chiacchiere intime e piccanti delle giovani protagoniste. Ecco, qualcuno che entri in libreria e lo scelga perché ha voglia di sorridere ed emozionarsi.

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