Marrakech Express. In mongolfiera con “Ciel d’Afrique”. (day 2)

Come scrivevo, sveglia all’alba. Che se in un primo momento ci ha un po’ spaventati, ragionando sul fuso orario non era poi così tragica. Insomma, sveglia per me e i miei preparativi alle 5,00, mentre a loro due ho concesso qualche minuto in più. Ma che fatica, poverina, svegliare nana…

Alle 5,30 viene allestita una colazione solo per noi 3, nel silenzio e nella quiete mattutina del Riad. Anche se interrotta dallo squillo del telefono di chi doveva venire a prenderci. Già perchè oggi è una giornata speciale: la nostra prima volta in mongolfiera!

Devo spendere qualche parola sulla colazione, sul tripudio di delizie: tè, brioches, tre tipi di marmellate diverse, spremuta d’arancia, yogurt fresco, pane caldo, e chi più ne ha più ne metta. Dobbiamo rifocillarci per benino perchè non abbiamo la minima idea di cosa ci aspetta.

Puntuale e preciso, alle 5,45 Daniel, di Ciel d\’Afrique, ci viene a prendere con la sua jeep nella piazza vicino al Riad. E via a prendere altri passeggeri (una famiglia di origine serba, ma residenti a Milano dagli anni ’80, molto in – lui soprannominato in seguito Mr. Black per via del colore della carta di credito. E non aggiungo altro!).

Credits: ViolaBlanca

Il viaggio verso il luogo della partenza ci porta fuori Marrakech, attraverso le strade che all’alba si stanno animando e che non lasciano certo presagire in che cosa si trasformeranno da lì a poche ore: caos, traffico, clacson, e gente ovunque. La strada conduce verso le pianure che circondano Marrakech, dove ad un certo punto l’asfalto lascia il passo allo sterrato. Fino ad uno piccolo villaggio, davvero pochissime costruzioni, in cui alla jeep viene attaccato un carrello (intuiamo contenga la mongolfiera). Dopo qualche altro minuto eccoci su uno spiazzo enorme, circondato da campi verdi, in cui assistiamo alla magia: l’assemblaggio del cesto al pallone. Uno spettacolo unico, perchè il pallone viene estratto da un fodero in cui è ripiegato accuratamente, srotolato lungo il terreno, mentre sopra al cestone di vimini (chiamato gondola) viene montata la struttura del bruciatore, il cui scopo è fornire l’aria calda che sospingerà il pallone verso l’alto.

Credits: ViolaBlanca

Prima un grosso ventilatore (e quando dico grosso è davvero grosso) gonfia il pallone, che non si alza ancora perchè necessita dell’aria calda. L’aria riscaldata, che si raccoglie nel pallone, lo rende infatti più leggero dell’aria circostante e determina così la spinta ascensionale del pallone e del cesto ad esso vincolato. E’ incredibile vedere la trasformazione: da un enorme sacchetto schiacciato ad un maestoso pallone. E che effetto quando Daniel ed uno dei suoi aiutanti entrano dentro il pallone, ormai gonfio per metà, ma ancora sdraiato, per tirare le pieghe che resistono sul fondo: loro due, piccoli piccoli, all’interno di una tale maestosità.

Credits: ViolaBlanca

E, infine, quando tutto è pronto e manca davvero poco, ecco Daniel che entra nel cesto, che al momento è ancora sdraiato su un fianco, accende il bruciatore e butta aria calda proveniente da questa immensa fiamma all’interno del pallone… Ed ecco che il pallone si alza, portando con sè, raddrizzandolo quindi, anche il cesto a cui Daniel pare incollato.

Credits: ViolaBlanca
Credits: ViolaBlanca

Maestoso, colorato, imponente. La mongolfiera è pronta ad accoglierci. L’interno del cesto è diviso in 5 spazi: quello maggiore al centro, dove il pilota si deve occupare di tutto e 4 laterali in cui prendiamo posto.

Credits: ViolaBlanca

E quando la mongolfiera alle 7 del mattino si stacca da terra, lentamente, con solo il rumore del bruciatore che fortunatamente ci scalda (la temperatura a quest’ora del mattino è ancora fresca, molto fresca), l’emozione. E le lacrime. Sono davvero poche le volte in cui si piange per l’emozione in una vita. Troppo poche. Questa è una di quelle. Una felicità incredibile si impadronisce di me. La mia gioia è inversamente proporzionale alla velocità di salita. Da provare, almeno una volta nella vita.

Quello che si vede sono dolci colline, campi verdi e ordinati, poche case qua e là, greggi di pecore. E minuscole, le jeep del nostro gruppo che ci seguono, fino a quando le perdo di vista e Daniel ci comunica che abbiamo raggiunto l’altitudine di un chilometro. Dopo un’ora inizia la discesa. Che avverrà poco distante da dove ci siamo alzati. Il cesto al suo interno ha dei maniglioni a cui ci si deve aggrappare durante l’atterraggio per evitare di cadere, solo perchè non esiste un sistema di frenata ad hoc, a parte l’attrito del cesto con il terreno. Infatti, quello che accade è che il cesto gratti per un po’ di lato sui sassi su cui ci appoggeremo alla fine. Nulla di cui preoccuparsi comunque.

Una volta scesi dal cesto assistiamo allo sgonfiamento e al ricollocamento del pallone sul carrello. Il tutto si svolge in tempi molto più rapidi di quelli serviti per gonfiarlo.

Quando sono convinta di tornare al Riad, quanto meno a Marrakech, Daniel ci tira fuori dal cilindro una super-sorpresa. Sono infatti le 8 passate da poco, quando raggiungiamo una casa attraverso una strada sterrata. All’ingresso ci accolgono due signore con il solo capo coperto e dai vestiti in colori sgargianti. Sono la suocera e la nuora che abitano in questo appezzamento di terreno, in mezzo al nulla. Circondati da campi, il loro sostentamento deriva dalle pecore e dal piccolo orto con cui ricavano quanto serve quotidianamente (e che spero serva anche come vendita in qualche mercato).

Entriamo nel loro mondo e, una volta di più, tutto il resto è fuori. Daniel ci dice che quasi ogni giorno, finito il tour in mongolfiera, porta qui i partecipanti a fare una sorta di merenda. Il giardino interno rivela cespugli di rosmarino con un aroma fortissimo e, una volta in più, abbiamo avuto modo di constatare come profumi e sapori siano più marcati. Veniamo fatti accomodare in una stanza della casa (che conta due sole entrate dal lato di questo giardino) che è la loro camera da letto. Togliamo le scarpe ed entriamo. La stanza ha cuscini sui tre lati, un tavolino in mezzo, stuoie su cui camminare (e mi viene il sospetto che sia una camera da letto per un armadio al lato opposto della stanza con sopra una valigia e una televisione). Arriva una delle due donne, quella giovane, con un annaffiatoio e una bacinella per raccogliere l’acqua che cade e con la quale ci laviamo le mani. Poi arriva pane caldo appena sfornato, un piatto con olio e un altro piatto con miele. Il pane, ci spiega Daniel, va intinto nell’olio e nel miele e, assicuro, non ricordo di aver mai assaggiato nulla di così dolce. Oltre al tè alla menta che ci danno, tanto che al secondo giro lo chiedo senza zucchero. Buono, buono da morire, ma così dolce che sai che ti stai facendo del male.

Credits: ViolaBlanca

Le chiacchiere, la merenda, il fatto che si sta così bene in questo mondo non ci fanno rendere conto del tempo che passa. Dopo foto di rito, consegna dei diplomi di provetti mongolfieristi (perdonatemi la licenza), ci rimettiamo in macchina. Baci e abbracci, si torna a Marrakech.

E anche qui Daniel ci regala un tour extra attraverso la Palmeraie, zona degli hotel esclusivi. Ma che vanno evitati accuratamente se si vuole vivere Marrakech come merita!

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4 pensieri su “Marrakech Express. In mongolfiera con “Ciel d’Afrique”. (day 2)

  1. Io ho paura solo all idea di metter piede su qualcosa che nn abbia 4 ruote e sia ben attratto dalla forza di gravita e tu invece vai in giro in mongolfiera:D Se nn avessi paura un giro lo farei volentieri cmq:D

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