La mia intervista a Shilpi Somaya Gowda per “La figlia segreta”. Bellissimo libro!

India e Stati Uniti. Due continenti diversi per spazi, abitudini, cultura. Kavita e Somer. Due donne diverse per cultura e status sociale, potremmo dire. Una fertile, l’altra sterile.
Asha. La figlia che sta in mezzo. La figlia segreta di Kavita. La figlia adottiva di Somer. Asha che unisce un marito e la moglie che è stata obbligata a separarsi dalla sua bambina, in un’India in cui a poco a poco si sta uscendo dalla selezione naturale “forzata” del maschio a discapito della femmina. Asha che separa un’unione a cui sembrava mancare solo il collante dato da una figlio.
La figlia segreta è un romanzo in cui si intrecciano le vite e le storie di donne alla ricerca di se stesse.
In capitoli brevi ed incisivi Shilpi Somaya Gowda esplora i temi della cultura e dell’appartenenza, intrecciando le vicende di due famiglie: una in lotta per la sopravvivenza nei sobborghi più poveri di Mumbai, l’altra alla disperata ricerca di un’unità familiare, nonostante le differenze culturali nella ricca California.

Il suo romanzo è avvolto dal senso di paura e dal senso di perdita che le due donne provano. Paura per Somer, perdita per Kavita?
Penso che Kavita sia una donna che ha veramente pochissimo potere, sia nella sua vita che all’interno della sua famiglia. L’unico potere che riesce ad esercitare è quello che la spinge a rinunciare alla sua bambina. Decisione ed esercizio del potere che poi la porterà ad una grossa perdita: quella della figlia di cui risponderà attraverso la sofferenza, sopportata da sola.
Somer invece è una donna con molto potere. Potere che le è arrivato dall’istruzione, dalla carriera, dal fatto di avere una relazione consolidata. Eppure anche lei sta perdendo l’unica cosa che non aveva pianificato: la sua capacità di dare alla luce un bambino. Questo origina la sua paura. Era stata cieca, non aveva mai preso in considerazione che una questo potesse colpirla direttamente.
Paura e perdita sono effettivamente i sentimenti che spingono la vita di queste due donne.

Kavita dopo il ritorno dall’orfanotrofio, dimostra nei confronti del marito una notevole prova di forza. Ma nulla possono le donne nel momento in cui viene sbattuta loro in faccia la frase “Spendi 200 rupie ora e risparmierai 20.000 rupie in seguito” quando sono sedute nello studio medico per fare un’ecografia. Da una parte la forza di una donna come Kavita, dall’altra la crudeltà di un paese…
L’India è un continente incredibilmente vasto, dunque non esiste un solo modo di relazionarsi con il mondo femminile. Da un lato è vero che ci sono ancora tantissime regioni, soprattutto quelle rurali, in cui ancora si pratica l’infanticidio e dove, sì, le donne si sottopongono ad un’ecografia per determinare il sesso del nascituro e poter così decidere su un aborto. Tuttavia queste situazioni sono in diminuzione.
Dall’altro lato ci sono invece donne che rivestono posizioni di potere, a livello politico, ma anche all’interno delle famiglie. La famiglia indiana continua ad essere molto matriarcale, sono le donne a prendere le decisioni più importanti per la famiglia.
Ecco la forte contraddizione all’interno della società.

“Essere una donna in India è un’esperienza completamente diversa che in Occidente”. Ce lo può spiegare?
La risposta la troviamo nella vita stessa di Asha. Se fosse rimasta in India, probabilmente sarebbe stata uccisa o comunque il suo destino sarebbe stato molto diverso. Invece il fatto di essere stata adottata da una famiglia occidentale ha cambiato radicalmente la sua vita. Asha attraverso la sua famiglia americana ha ricevuto tutta una serie di opportunità e anche di aspettative comuni a tutte le ragazze occidentali. In India, anche se il tuo destino non è quello di essere eliminata, ma comunque resti nella tua famiglia, ci si aspetta che studi fino ad un certo punto, poi ti sposi, poi hai dei figli, ecc.
Quindi le differenze tra l’essere una ragazza del mondo occidentale e una ragazza indiana sta nella quantità di opportunità e di aspettative.

Quindi lei cosa intende quando parla dell’India come il paese delle contraddizioni a cinque stelle?
L’India è il paese degli estremi dal punto di vista socio-economico. Perché puoi avere persone che vivono nell’assoluto benessere e ricchezza, ma che appena superano il marmo dei loro palazzi, trovano un mendicante che tende loro la mano. Quindi, incredibili estremi: i ricchi e i poveri. Dove è difficile cambiare classe di appartenenza, molto difficile riuscire a scalare le classi sociali. Fino a 10 anni fa esisteva il discorso delle caste, delle differenze religiose: era difficile riuscire ad uscire dalla tua fettina di vita e di società. Oggi le cose stanno iniziando a cambiare, ma siamo solo agli inizi di questa trasformazione.
Poi un altro esempio è la condizione delle donne che ho appena descritto. Non dimentichiamoci che Indira Gandhi è diventata Primo Ministro in India molto prima che una donna salisse al potere negli Stati Uniti o in Gran Bretagna. In un momento, per giunta, in cui continuava l’infanticidio. Tutto questo avveniva simultaneamente.
Ecco le enormi contraddizioni cui è diffinicile districarsi.

Sono tutte queste contraddizioni a spingere l’India ad essere così spirituale?
La spiritualità è una pratica molto antica in India e risale a secoli e secoli fa. La cultura è fortemente impregnata di spiritualità. Non so se sia tutto questo veramente collegato alle contraddizioni di cui parlavo prima. È vero comunque che la spiritualità è il collante che unisce persone che appartengono a ceti sociali molto diversi. Se si va in un tempio si trovano ricchi tra poveri. Nello stesso tempo trovi uomini e donne, magari seduti in zone separate, ma comunque insieme all’interno del tempio. Nel libro ho voluto descrivere alcuni elementi di spiritualità, per spiegare come questa rappresenti un terreno comune su cui si confrontano tutti.
La ragione forse per cui la gente va in India “per ritrovare se stessa” forse è che tutte queste forti contraddizioni scuotono, risvegliano.

La mamma di Somer: “Cara farai qualcosa di altrettanto importante: salverai una vita”. È sempre il bisogno primario di essere madre, genitori, che spinge però all’adozione, piuttosto che al “salvare” vite…
Mentre mi preparavo alla stesura del romanzo ho intervistato molti genitori adottivi per cercare di capire quali fossero le decisioni che portavano all’adozione. Ho incontrato persone che hanno sempre pensato che se un giorno non fossero riusciti ad avere figli biologici avrebbero adottato; altri che invece non ci avevano mai pensato fino al verdetto finale sulla loro sterilità; poi moltissime donne non sposate che sono certe di adottare un po’ per salvare una vita, un po’ per il pensiero che esistono già troppi bambini al mondo per farne nascere altri.
Quindi le ragioni sono tantissime e varie. Penso però che la maggioranza dei genitori lo faccia soprattutto per diventare genitore.

Somer: “La sua professione non è più il suo tratto distintivo, ma non lo è nemmeno il suo essere madre. (…). Somer non immaginava che avere tutto, come aveva sempre creduto di volere, l’avrebbe fatta sentire carente sotto entrambi gli aspetti”. Sento questa frase spesso, troppo spesso, soprattutto nei confronti dei figli. C’è il segreto per non sentirsi perennemente in colpa?
Anch’io la sento dire tutti i giorni. Essere madre nella nostra società moderna porta con sé tantissime aspettative. Tutti noi abbiamo grandi aspettative da noi stessi. Soprattutto chi è diventato genitore dopo aver ottenuto una bella carriera, deve fare un passo indietro. E ovviamente ha qualcosa con cui confrontarsi: il prima, quando si lavorava tante ore alla settimana, si ottenevano promozioni e successi. Il dopo, cioè il cambiamento che diventa immediatamente visibile con la maternità. Le donne non sono quindi soddisfatte della loro carriera perché si confortano con quanto avevano prima e non c’è più corrispondenza, ma non sono nemmeno soddisfatte del loro modo di essere mamme perché si sentono di mancare sotto tanti aspetti della loro maternità. Tuttavia questa è comunque una cosa che accade anche per le madri che non lavorano, e che spesso non si sentono adeguate al 100%.

Era inevitabile che con il volontariato in un orfanotrofio in India, finisse per raccontare la sua esperienza attraverso un romanzo?
Io sono stata in India a fare volontariato in un orfanotrofio quando avevo 19 anni. Il libro l’ho scritto vent’anni dopo. Quindi a quel tempo non era affatto mia intenzione farne un romanzo, non ci pensavo.
Da allora sono poi tornata in India ogni due anni perché la mia numerosa famiglia vive lì. Ma solo quando sono diventata madre a mia volta ho iniziato a pensare a quei bambini, a quei visi che avevo conosciuto, a che cosa ne era di loro. Tuttavia ero ancora nella fase di non volerne scrivere, tanto meno avrei mai pensato di scriver e un qualunque libro.
Invece poi le cose sono accadute da sé, le parole mi pulsavano intesta e ho iniziato a scriverne.

Shilpi Somaya Gowda
è nata e cresciuta a Toronto da genitori indiani emigrati da Mumbai. Laureata alla Stanford University, ha trascorso dei periodi in India a lavorare come volontaria in un orfanotrofio. Ha vissuto a New York, nel North Carolina e in Texas, e ora vive in California con il marito e i figli.

(pubblicato su Bol.it)

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