Welcome to Miami, Bienvenido a Miami. 31 dec 2012 (part 1)

Milano-MIami

Tutto ebbe inizio alle 3,45 di notte, del mattino o di quel diavolo che dir si voglia. In parole povere la notte che ci ha condotti alla partenza. Noi che ci diamo la buonanotte, noi che andiamo a letto, Lui che tira l’alba (o la sveglia), io che mi rigiro nel letto insonne e accaldata (leggasi: sudata fradicia), mentre lei al mio fianco dorme rumorosamente e il gatto sul letto russa fragorosamente.

Poi la sveglia. Quando mi pare di aver dormito solo cinque minuti, forse venti. In sala lui con le cuffie guarda imperterrito con occhio pallato un film, l’ennesimo chissà…

Tutti svegli, tutti in pista, peccato solo che quel taxi prenotato la sera prima non si degni di farsi vedere. Poco male, ne chiamo altri due.

Ed eccoci in volo. Prima Parigi, poi la meta finale. Non contano gli inconvenienti, non contano le corse e il fiatone. Ciò che conta sono le turbolenze. Fiato corto, champagne che si versa, mano sudata, un pensiero solo: e se….?

Poi tutto fila liscio: pranzo, bagno, merenda, sonno, sveglia, bocca impastata, bambini che guardano cartoni e ogni secondo chiamano “mamma”, “papà”, “mamita” (una new entry)…

E ancora turbolenze, musica alta, cartoni, film, occhiali da sole per vedere meglio o solo nascondere le occhiaie della notte precedente, cuffie, scarpe buttate a terra, copertina rovesciata addosso, cd selezionato, byte, audio basso, audio alto, vicini di posto, acqua, aperitivino, e la colonna sonora perfetta che fa scattare quel qualcosa…

Doors. Break on through. E le chiacchiere post prandiali: i reality sui sepolti in casa e sui mille modi per morire. Poi le tasse e il fisco, la casa nuova chissà quando.

Light my fire. Lo sci ai bambini, portarli o non portarli. Quando e come. Ma soprattutto perché. È il mio turno per il bagno, ora ci vado io. Ma cosa faccio, le scarpe me le infilo o no? Ma che, sei matta, certo che te le devi infilare.

People are strange. Dai che facciamo cambio, tu stai con lui, io con lei. Poi pensi alla gente che popola l’abitacolo: allo stewart che fino che serve l’aperitivo allora tutto va bene, ma quando si ritira per la turbolenza allora vuol dire che qualcosa inizia a non quadrare. E al tizio laziale ma che vive a Cesena e ha la casa vicino a Fort Lauderdale e ogni anno torna a Miami per svernare, che ha quella “z” presa dalla riviera, ma nei panini che si porta a bordo per compensare l’ultimo viaggio andato male lo squacquerane non se lo porta perché gocciola troppo, ah, beh., allora…

Moonlight drive. Che quando sali in aereo passi per la classe quella figa dove lo stewart sta già aprendo lo champagne e tu invece sei in fila per andare oltre. E vicino a te, ma già accomodati ci sono i ragazzi siciliani che parlando quasi con la erre moscia, ma poi che vuoi, quell’accento inconfondibile e stupendo se lo portano dentro… E una di questi che dice che la Hillary Clinton è in ospedale per attacco o trombosi ora non ricordo, ma nel frattempo mentre tu passi oltre si dicono “oh, ma che belle quelle borse delle tizie (che poi siamo noi) chissà se le troviamo anche noi a Miami”…

Riders on the storm. Che ora che abbiamo fatto cambio di posti, cioè Lui davanti solo e addormentato, lei dietro con il suo nano a vedere film e cartoni solo per farlo dormire e la mia di nana invece con me che appena si è seduta qui accanto con la copertina sulle gambe mi è crollata addormentata. Perché è bene che loro dormano in previsione di stasera, che poi dico io, chissà cosa deve accadere stasera solo perché è la fine di quest’annata tutt’altro che memorabile…

Hello I love you. E penso che anche se avessimo avuto quel bambino di stamattina qui vicino che frigna chi lo sentiva…

Roadhouse blues. Perché quello che conta ora siamo noi, loro, io e lui, io e lei, noi tutti. E questo volo che ci sta consegnando un’altra fine d’anno in cui tutto ci separa e non vogliamo che nulla ci accomuni. Il vecchio fa parte del passato. Da dimenticare. Come uno degli anni peggiori. Siamo qui per dimenticare e andare avanti. Oltre. Senza mai voltarsi. E quello che ci sta consegnando è il nuovo. Per noi. Da dividere e condividere se lo vogliamo, con chi lo vogliamo.

Pink Floyd. The great gig in the sky. Ripetitiva, lo so. Con un’idea fissa in testa, sempre quella. Lo so. Un’isola. Perché quel sole che ci scalderà adesso non potrà mai essere il nostro… Solo e sempre quello. A cui dedico questa canzone. Il luogo che me l’ha proposta per la prima volta anni fa, in una memorabile puesta del sol. La dedico ai miei compagni di viaggio. Che so apprezzeranno. Ma la dedico anche alle nuove scoperte.

Per sempre lei. Per sempre noi. Perché se è vero che niente dura per sempre e di certezze ce ne sono poche, una si è cementata saldamente nel mio cuore, nella mia testa, nei miei occhi. Per quello, tutto quello che potranno sempre ricordare e vedere.

Buon Anno viaggiatori.

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