Uozzamericanbois. We’re back! (day 9, 3 gennaio 2014). Drivin’ to Seattle…

Il toy boy del Nong's Khao Man Gai a Portland - Photo by Violablanca
Il toy boy del Nong’s Khao Man Gai a Portland – Photo by Violablanca

Oggi si parte per Seattle e il tempo è dalla nostra: qui ad Albany splende il sole, il cielo è azzurrissimo e la casa mentre facciamo colazione si accende di luce.

Preparo un mini-bagaglio per tutti e 3 e alle 10,30 ci mettiamo in macchina per andare a prendere il Tato a Portland. Da lì ci attenderanno poi 3 ore di viaggio.

Baci e abbracci alla Dinky e a Michael, non annoiatevi troppo senza di noi.

Il Tato lo preleviamo direttamente al lavoro a Downtown di Portland. Il centro della città è piena di grattacieli, una NY di dimensioni inferiori. Palazzi ordinati, strade pulite, addobbi di Natale, tutto d’ordinanza. Insieme a lui andiamo a comprare il pranzo tra la 10th & Alder St., l’incrocio dove ci sono una marea di chioschi (carts) che preparano cibi di ogni genere, di ogni nazionalità, tutti da asporto. È come si mangia qui, è lo street food per eccellenza: tutti gli impiegati, i manager, anche quelli più rampanti, segretarie in tacchi, ma anche turisti di passaggio (o viaggiatori come noi) gironzolano per la piazza decidendo di quale sapore hanno voglia.

Optiamo tutti per l’Oriente: io e la nana ci fermiamo al Nong’s Khao Man Gai, dove ordiniamo un Thai chiken and rice. Meraviglioso!

A proposito di meraviglie, da segnalare il ragazzo che ci lavora, che prende le ordinazioni e dispensa una raffica di parole dietro l’altra ad ogni cliente. Più o meno comprensibili. Da segnalare perché un bel tocco di ragazzo, un toy boy, ma pur sempre un bel tocco di figliolo (parlo come una milf ormai…).

Lui e il Tato invece si dirigono al coreano. Ci fermiamo a mangiare seduti nella piazzetta vicino dove il Tato ci dice che d’estate è così pieno da trovare difficilmente un posto. Ora non è che sia deserta, qualcuno bivacca a pranzo, la temperatura lo consente tranquillamente. Nella stessa piazza anche la scacchiera gigante dove un gruppo do ragazzi sta giocando. Bello, mi piace l’atmosfera che c’è qui.

Come sarebbe vivere qui, in una grossa città degli Stati Uniti?

Sono quasi le 13,30, a questo punto possiamo anche partire. Imbocchiamo l’highway e la nostra meta finale è Seattle nello Stato di Washington, per me città del grunge, di Kurt Cobain con i suoi Nirvana, di Jimi Hendrix, della Microsoft, della trilogia di Fifty Shades, della scena iniziale di Hannibal, mentre per mia madre la città di Amanda Knox (che è tutto dire, come diavolo fa a saperlo?). Scopro che è qui sepolto Bruce Lee, ma a differenza dei miei soliti viaggi la visita al cimitero non è contemplata, non abbiamo tempo.

Subito dopo il Columbia River, alle porte di Portland, attraversato uno dei soliti giganteschi ponti, l’Interstate Bridge, inizia lo stato di Washington dove, ahinoi, ritornano le tasse. Ve l’ho detto vero che in Oregon non esistono le tasse di vendita? Negli Stati Uniti le modalità di tassare sono 3:

– tassa sulla proprietà

– trattenute sullo stipendio

– tasse di vendita.

Bene, in Oregon hanno solamente le prime 2, niente tasse di vendita. Il paese dei balocchi.

Inoltre, quando un cittadino dell’Oregon va in un altro Stato e mostra il suo ID non paga le tasse sull’acquisto di generi all’infuori di quelli alimentari. Non male, davvero non male.

Il viaggio fila liscio e sereno. Alla fine della highway quando stiamo per arrivare ecco lo skyline di Seattle davanti a noi: un gruppo di grattacieli a definire Downtown e intravedo lo Space Needle che appare e scompare dietro uno di questi. L’Oceano a sinistra, un porto immenso, la Boeing poco fuori della città, lo stadio del football. Tutto mozzafiato.

Il tempo è soleggiato, un’amica mi ha parlato della piovosa Seattle…

Andiamo subito al nostro Best Western Inn, scelto strategicamente dal Tato per essere comodo e vicino a tutto quello che ci interessa. La cosa che mi piace è che le nostre camere sono attigue e appena entriamo in stanza il Tato dalla sua e noi dalla nostra spalanchiamo le doppie porte che ci dividono. Dalla finestra delle camere lo Space Needle sulla destra.

C’è ancora luce, dai andiamo fuori, anche se purtroppo alle 17,00 chiude tutto. E le sorprese non sono finite: appena mettiamo il naso fuori dall’hotel sta piovendo, porca vacca! Passeggiamo noncuranti verso il mare per andare a vedere quel che resta del tramonto. Piove, vacca boia. Allora è piovosa sul serio?

Nel tragitto che ci porta sul mare ci sono sculture a cielo aperto che fanno venire in mente al Tato che dobbiamo andare al SAT – Seattle Art Museum – una mostra di opere d’arte all’aperto. All’altezza dell’Acquario saliamo sulla Great Wheel (che il Tato non conosceva perché l’ultima volta che è stato qui non esisteva). Almeno troviamo un po’ di riparo dalla pioggia (l’ho detto che piove, vacca boia?).

La vista è spettacolare, le luci della città e del porto sono affascinanti. Quando scendiamo andiamo un po’ a zonzo nei localini che ci sono qui al Pier e optiamo per la cena al The Crab Pot dove ordiniamo Mozzarella Sticks, Popcorn shrimps e la mia Crab Bisque come appetizers. Poi una doppia porzione di The Westport. Il pesce viene buttato sulla tovaglia di carta, ti danno un bavaglio gigante di carta, un piccolo tagliere e un martelletto di legno. E poi inizia il divertimento. Mangi con le mani vongole, cozze, gamberi e granchio (che io schiaccio con i denti come sempre, si vede che qui non si usa). Insieme al pesce anche degli intrusi: pezzi di pannocchia, patata e fettine di una salsiccia piccantissima. Qualcuno mi spieghi perché, perché?

Ottimo, anche la Pitcher di birra.

Una delle sorprese alla fine della cena è che una coppia di giapponesi del tavolo vicino ci regala un buono per avere free un appetizer. Molto gentile da parte loro. La seconda sorpresa è che ha smesso di piovere.

Risaliamo con calma verso l’hotel, non prima di aver fatto un giro per vedere da fuori il Pike Market, il centro con i mille negozi particolari (un negozio di ombrelli troppo bello), aver constatato che ci sono tanti homeless, gang di ragazzi che vanno per strada con la musica a palla (e capisco perché si incattiviscono se ascoltano questo schifo di rap! Provate a cambiare musica, vi cambierà anche la vita, deficienti!). Il Tato da buon ex-soldato non è meno da me, non ha pietà per nessuno.

Seattle è una città piena di giapponesi, pare per il fatto che sia meno cara, più vivibile e sempre una città di mare, più congeniale a loro. Ecco perché si mangia tanto asiatico e il sushi che hanno provato loro il giorno dopo è così buono: è fatto da chi ce l’ha nel DNA, mica dall’Esselunga…

Goodnight!

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