Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 12 – 4 gennaio 2015. Il riposo ad Albany. Il bowling a Portland: Sunset Lanes

Oggi è la giornata della calma. Del riposo. Del sistemare e ordinare, del finire per poi ricominciare.

Iniziamo con una colazione nuova: la Dinky insegna a Lui a preparare la Jailhouse Breakfast, le uova cotte dentro la fetta di pane, colazione inventata dai galeotti a cui hanno pensato bene di affibbiare questo nome. Deliziosa, facile quindi ripetibile.

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Dopo si va per un ultimo giro da Costco (la scusa è comunque la spesa che Dinky e Michael devono fare), si pranza a casa e si iniziano (e finiscono) i bagagli. E questo richiede accuratezza e precisione perché questa volta abbiamo anche dei preziosissimi piatti degli inizi del Novecento che Dinky e Michael ci hanno regalato. Sempre più difficile. Pesa, togli di qui e aggiungi di là, alla fine tutto appare sotto controllo. Anche se, il piccolo zaino (che zaino non è perché trattasi di una borsa porta palla da bowling) che avevo riportato ai legittimi proprietari in realtà volerà ancora con noi in Italia. Vabbè, prima o poi si fermerà qui.

Nel tardo pomeriggio invece noi 3 andiamo di nuovo a Portland per incontrarci, guarda caso, con il Tato e la Valery. Regaliamo infatti alla nana una serata di felicità: la portiamo al suo adorato bowling, lo stesso dello scorso anno, quello che le ha fatto scoccare la scintilla (QUI quando ci siamo stati la prima volta).

Quindi ci troviamo dentro al Sunset Lanes per farla prima scatenare nella sala giochi, con il Tato e Valery che le regalano i punti accumulati e con cui lei già si pregusta i premi.

Prima di iniziare la nostra partita andiamo però a cena perché il bowling è strapieno per un evento privato. Allora usciamo, attraversiamo il piazzale ed entriamo nel ristorantino hawaiano dello scorso anno, quello che io avevo erroneamente (mamma mia, non si può mai sbagliare) chiamato Mon-Sat per aver letto sulla vetrina senza aver subito (questione di nanosecondi) realizzato che erano i giorni di apertura, ecchediamine!

Roxy’s, si chiama così. E quest’anno, lo ammetto, perché avevo fame e la mia mamma mi ha insegnato a non avanzare nulla, devo dire che ho mangiato ma non gustato. C’era poco da gustare. Da quando il cuoco originario che c’era lo scorso anno se n’è andato, la qualità conferma anche il Tato è calata. Era tutto terribile. Compresa la pasta con la maionese. Gesù…

Meno male che poi si torna dentro al bowling e posso affogare il disgusto in pinte e pinte di birra. E via alla sfida.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 11 – 3 gennaio 2015. Multnomah falls – Hoodriver (Full Sail brewery, Naked Winery)

I nostri primi programmi di andare a Vancouver (Canada) naufragano a causa delle pessime condizioni meteo: danno freddo e pioggia per i 2 giorni che avevamo programmato, quindi abbandoniamo l’idea. Il Tato ci ha proposto ieri sera le cascate Multnomah. Anche la Dinky me le aveva mostrate in foto e vedere quelle immagini di neve e gelo non è che mi avesse scaldato il cuore, diciamola tutta.

Ma prima di ammettere quanto sono stata felice di questa gita, devo dire che la mia giornata è iniziata con un solo pensiero: “Ma è vero? L’ho fatto davvero il tatuaggio?”. E dopo aver acceso la luce sul mio comodino me lo sono rimirata. Insomma, ancora crostoso, ma fiera e felice.

Dopo colazione partiamo presto perché l’appuntamento con il Tato e la Valery è a Portland per le 11. Ci incontriamo in un garage dove lasciamo la nostra macchina e andiamo tutti con quella del Tato e a farci compagnia anche Mister, il pit bull bianco di Valery, che non appena entriamo in macchina impazzisce. Lui è un cucciolone.

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Per fortuna avevo capito male e la strada da Portland alle cascate è di soli 40 minuti, tempo che vola davvero. Purtroppo la giornata è all’inizio caratterizzata da una pioggerella fine fine, anche se partiti da Albany c’era un sole splendido e una temperatura gradevole. Lungo la strada invece a farla da padrona è una leggere nebbiolina che coprirà l’intera passeggiata alle cascate.

Passeggiata sì.

O scarpinata.

Perché uno non è che arriva alle cascate, le vede, dice “uh, che belle”, scatta qualche foto, magari si spinge fino al ponte direttamente sotto la cascata e via, finito.

No.

Qui a Multnomah Falls se non ti incammini lungo la strada (spacciata come un solo miglio, ma mentono, sappiatelo!) che ti porta in cima alla cascata non sei nessuno. E sei venuto per niente.

Non posso ovviamente subire l’onta di esserci venuta a vuoto, quindi rimarcando il fatto che odio camminare e odio la natura mi inerpico.

Che comunque, scherzi a parte, la salita è lunga sì (un’oretta di camminata tranquilla su una stradina asfaltata), che pensi mentre vai su “santissima miseria ladra, quand’è che finisce?”, perché i geni hanno messo dei paletti a segnare i punti di risalita, man mano che si cambia direzione (della serie salgo monte a destra, arrivo alla curva che mi fa andare monte a sinistra e così via). Bene, ad ogni cambio di direzione, dicevo, un paletto ti segna questo benedetto “1 di 11”, poi “2 di 11” e così via, che io penso solo sia una maledizione, perché anche se i numeri cambiano non è che si esauriscono e l’agonia della salita è scandita da questo conto alla rovescia che, a mio modesto avviso (quello di una che odia camminare, lo ripeto nel caso non si fosse capito) prolungano solo l’agonia anziché essere un toccasana.

Poi arrivi in cima e inizia una discesa.

No, non vale! Volevo che il ritorno fosse tutto in discesa, ora avrò anche questa salita da fare!

Il tratto è breve, non più asfaltato, ma fangoso.

E poi sei in cima.

Sopra la cascata.

Miracolo! Sono sopravvissuta.

E dall’alto vedi la maestosità e la potenza di quest’acqua che si getta a capofitto di sotto. Ne vedo solo una parte, va bene, la nebbia c’è, ma vuoi se ne è valsa la pena? Soprattutto perché mai avrei immaginato di crepare di caldo, qui in Oregon, facendo questa cosa.

E invece…

Cronometro la discesa, manco fossi una naufrago che non vede l’ora di toccare terra: 29 minuti. Miseria, la camminata di oggi mi dispensa dal farne un’altra nel corso dell’anno. O forse è solo servita, in parte, a bruciare le calorie che mi ingurgito giornalmente con sandwich di tacchino e formaggio a colazione, hamburger e salsine varie.

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Siamo affamati, convinco la nana a resistere dal rimpinzarsi con schifezze dello snack bar e via verso Hoodriver.

fino a hoodriver

Pranziamo in una brewery, alla Full Sail. Dove faccio un errore madornale: chiedo che mettano nel mio buonissimo hambuerger il blue cheese. Ovvero, come rovinarlo. Peccato.

Comunque la qualità del cibo qui alla Full Sail è eccezionale, per le birre… Vale un po’ il discorso della Rogue di Newport (QUI dove ne parlo): anche provando le più blande, trovo sempre un retrogusto amarognolo che mi disturba. Ma, ripeto, non faccio testo io, mi limito a Corona e San Miguel.

Dopo pranzo (sono ormai le 17) andiamo alla Naked Winery, almeno mi rifaccio un po’. Solo che io pensavo che questa fosse un vigneto dove fare le degustazioni, come ce ne sono un sacco nella zona (lo sapevate che qui si produce anche il vino?) e invece mi ritrovo in una vineria.ma guai a chiamarla semplice e banale vienria. Questo è un paradiso per me.

Perché tutto ruota intorno al sesso ed è tutto un’allusione unica. A partire dai nomi dei vini, proseguendo con i gadgets venduti e terminando con la possibilità di fare foto idiote (che non mi sono ovviamente risparmiata) con tatuaggi finti e cartelloni vari.

Bellissima! Il vino? Come dice Lui, succo di frutta, siamo abituati ad altro.

Alle 18 circa rimontiamo in macchina, dopo aver fatto pascolare un po’ Mister e via verso Portland, poi Albany. Tutti secchi in macchina, io cerco di stare sveglia nella tratta Portland-Albany, ma che fatica.

Giornata intensa, saltiamo persino la cena.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 9 – 1 gennaio 2015, New Year’s Day

Albany – Corvallis

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Primo giorno del nuovo anno, ci svegliamo e alziamo con calma. Colazione a casa e poi decidiamo il da farsi.

Io inizio con i buoni propositi per il nuovo anno, sarebbe bello se riuscissi a crearne uno al giorno… A realizzarlo e mantenerlo poi… Chissà. La giornata è un po’ indolente, ma ci sta. Usciamo comunque con Dinky per vedere se riusciamo a trovare qualcosa di aperto, ma è tutto chiuso. Solo Coastal è la mia certezza, aperto anche se non trovo nulla di che, nemmeno una camicia di jeans. Mi toccherà davvero cercarla a Milano nei saldi. E io detesto andare per saldi. Anche se il mio mantra è mai comprare a prezzo pieno. Ma questa è un’altra storia.

Un giro per Albany alla ricerca di qualcosa di aperto ci convince a tornare a casa. Risotto giallo per pranzo.

Nel pomeriggio andiamo a Corvallis a trovare l’Anna e i bambini, siamo ai saluti finali perché dopo domani partiamo per andare a Vancouver. Quindi stiamo un po’ insieme, assaporiamo l’atmosfera del camino e il Rose Bowl in televisione, il campionato di football tra i college. Oggi vince l’Oregon!

Baci e abbracci, Ethan mi saluta con un “arrivederci” come solo un americano potrebbe dire. Lo amo! Nathalie ci stringe e ci dice “all’anno prossimo” e la Sammy… La Sammy è un tripudio di bollicine, frizzante, scatenata, sveglia e oltre ogni misura. La adoro!

A presto…

E stasera ci aspetta il crab. Diamoci dentro!

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 6 – 29 dicembre 2014. Tutti in gita! Sull’Oceano a Newport

Albany – Newport (Nye Beach)

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Oggi partiamo per una gita di un paio di giorni sull’Oceano. La nana ancora con i bambini dall’Anna, ci ritroviamo direttamente a Newport.

La Phoebe non appena vede i bagagli si agita come una vera bionda e non sta più nel…pelo, quindi salta in macchina felice e si parte.

La strada verso Newport (la US 20) è la stessa che abbiamo fatto la prima volta (QUI il post che ne parlava), solo che oggi la neve che ci accompagnava lungo certi tratti per fortuna non c’è. E il tragitto mi sembra anche più corto, tanto che poco dopo che alzo la testa da questa tastiera vedo in lontananza il blu dell’oceano. Siamo arrivati.

Ci fermiamo all’entrata della cittadina, al Newport Café per pranzare e riunirci finalmente alla nana. Che effetto vederla scendere dalla macchina e trovarmi di fronte una nuova lei con tanto di stivali a punta e jeans con simbolo della pace stampato sopra. Capelli incasinati e pellicciotto senza maniche. Bellissima. Non dovrei essere io a dirlo, chi mi conosce sa che non sono un cuore di mamma o, come mi chiama la Dinky, la classica “mama bear”, ma mi è mancata e sono felice ora di vederla e avere la certezza che è stata non bene, ma benissimo.

Ma veniamo al nostro pranzo, perché ne vale davvero la pena. Il Newport Cafè è un posto piccolo, pochi tavoli e sull’angolo di una via trafficata, forse uno di quesi posti che se non conosci non frequenti. Invece è così caratteristico e particolare e il cibo buonissimo che rimpiango di non averlo conosciuto prima e rimpiango pure il fatto che non ci tornerò, se non la prossima visita che ci vedrà qui a Newport.

Mentre non ci siamo ancora praticamente seduti i bambini al loro tavolo hanno già davanti ai loro musi una tazza di cioccolata calda con panna e cannuccia, noi allora ci piazziamo e posso iniziare a guardarmi in giro e leggere il menù. Anna e la Dinky mi dicono che qui la clam chowder è buonissima, quindi ne ordino una bowl. E con Lui divido come antipasto un piatto di popcorn shimps. E il piatto principale è lo steamed crab, il granchio. Che non avevo mai mangiato con tanto di pinze e mani. E che commozione… Buonissimo tutto. Di più.

Dopo pranzo andiamo al nostro hotel che scopro con piacere essere un motel. No, così, per dire, mi piace l’idea del motel… Siamo tutti al Waves Motel, le cui stanze affacciano tutte sul maestoso Oceano. E che tutti abbiamo voglia di toccare con mano, quindi ognuno con il proprio bicchierone di Starbacks in mano camminiamo fino alla spiaggia.

Che ogni volta mi fa lo stesso effetto.

Maestoso.

Da togliere il fiato.

Infinito.

Calmante.

Dove l’unica cosa che puoi fare è iniziare a camminarci in lungo e in largo, spingendoti prima verso la sua riva, poi seguendo un percorso immaginario che ti porta da qualche parte, ma sempre su quella sabbia. E il cielo azzurro intenso di oggi aiuta ad allargare la mente.

Inspiro.

E cammino.

E penso che l’unica cosa migliore da fare su quest’immensità sia camminare con un cane a farti compagnia.

Noi ne abbiamo due, 4 bambini rumorosi, ma tutto è perfetto così.

Non vorrei essere da nessun’altra parte se non qui.

Non potrei essere con nessun altro se non con tutti loro.

Prendiamo poi una salita che dalla spiaggia ci porta ad un parco giochi (giusto perché i 4 non si sono sfogati abbastanza sulla spiaggia, no?) e dopo poco rientriamo verso il motel perché vogliono andare a inaugurare la piscina interna. E Lui li accompagna, ci sarà anche la sauna da fare.

Mentre io sono qui in camera, con un panorama mozzafiato dalla mia finestra, il sole che tramonta e tinge tutto di arancione e rosso, a ricordare cosa è stato.

Quando ritornano tutti nelle camere, docce veloci, capelli perfettamente asciugati e via a cena. Scegliamo qualcosa di velcoe e vicino, ci fermiamo allo Chalet dove prendo solo una tomato soup bella calda.

Sammy dorme in camera con noi, quindi le due donzelle si piazzano nel loro Queen Size Bed vicino al nostro, Alice in Wonderland alla tele e poco dopo cala il silenzio. Tutti stravolti.

Ma felici.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 5 – 28 dicembre 2014. Shopping day @Portland: Washington Square

Portland: Washington Square

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La nana sta alla grande: oggi Anna porta i bambini a fare shopping e poi in piscina, come lo scorso anno. Insomma, scialla alla grande.

Noi invece, con Lui ormai ripreso, andiamo prima da Shirley May’s per la colazione con Dinky e Michael, poi a Portland dal Tato e dalla Valery per vedere la nuova casa. E se Dio vuole si va pure a fare shopping!

Il navigatore riporta 1 ora e 27 minuti per arrivare a destino, quasi come andare in Liguria. Solo che qui le distanze fanno meno impressione. Ecco.

La casa del Tato non è più a Beaverton, ma Hillsboro, poco distante da dove era prima. Gialla e grande, calda e accogliente con tanto di lucine sul tetto per Natale e sulla porta pronto a farci “la festa” Mister. Mister è un pit bull. Il pit bull bianco bellissimo che Valery ha portato con sé. Un cane più muscoloso e massiccio non lo avevo ancora mai toccato, le dicerie su questa razza posso solo confermare sono causate dalla stupidità del genere umano. Mister è un giocherellone con tanta voglia di attenzione.

Spitfire il gatto del Tato come al solito è sotto le coperte, lui praticamente vive rintanato lì sotto. La convivenza con Mister è basata sul reciproco ignorarsi. Anche perché pare che Mister le becchi alla grande dal gatto di casa…

Ora si va al mall dove ci sono gli After Christmas Sales, vogliamo parlarne? Washington Square è sempre una garanzia. Sì certo, una garanzia per Lui che va a colpo sicuro nel negozio della Apple e da A&F, e sulla garanzia che io mi limiterò per mancanza di materia prima in grado di darmi soddisfazione. Mi dedico quindi al classicissimo Victoria’s Secret, con le mutandine e pigiami d’ordinanza e da A&F per la nana. Poi annuso velocemente da Nordstrom il corner deidcato a Topshop, senza potermici dedicare approfonditamente, mannaggia. Mi sento come se avessi 3 condor in attesa della mia carcassa. Nessuna soddisfazione.

E comunque il tempo passa velocemente, troppo velocemente e oggi che è domenica il mall chiude alle 19,00, ristoranti compresi. Quindi ci dobbiamo muovere se vogliamo cenare al Seafood Portland Company.

Un bicchiere di prosecco ad accogliermi, un appetizer da dividere a base di calamari e gamberi fritti con salse di accompagnamento e granchio con carciofi. Io poi prendo una zuppa di frutti di mare, che qui chiamano Cioppino. Deliziosa e saporita.

Alle 19,00 chiude tutto, andiamo via anche noi: il Tato e la Valery verso Portland, noi ritorniamo ad Albany.

Vado a letto prestissimo, sono cotta.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 4 – 27 dicembre 2014. Albany

Albany

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Stamattina dovevamo essere in altre faccende affaccendati e invece…

Invece Lui ancora malato, ci saltano ancora i programmi anche se pare voglia provare a riposarsi per un paio di orette per vedere come va. Magari si riprende.

Quindi mentre Lui sale a dormire dopo colazione (a base di un tonificante uova con bacon) noi ci inventiamo qualcosa tra un’occhiata alla tv, uno alle mail (spazzatura), un tentativo di acchiappare prima il gatto Lagna poi la gatta Shakespeare, una lavata ai piatti e alle tazze della colazione, la doccia, i capelli, aspetta che finisco tutta l’acqua calda visto che ci sono, poi proseguo nel diario di bordo mentre la nana vicino a me crea braccialetti di tutti i tipi in tutte le salse, e ora che ci penso potevo pure fare un bucato mannaggia.

Poi la Dinky ci propone di fare la Pumpkin Pie e allora dai che così finalmente apro quel barattolo di purea di zucca già pronta che sono 2 giorni che la vedo sul tavolo della cucina e sono troppo curiosa. Ma le sorprese “pronte all’uso” non finiscono qui. Infatti la base per le torte, tipo pasta sfoglia avete presente no, ecco quella qui non è né fresca, né arrotolata, ma già bella stesa surgelata nella sua teglia tonda d’alluminio pronta per essere farcita e messa in forno. Fatica pari a zero. Anche meno.

Ecco quindi la ricetta della Pumpkin Pie versione USA.

Ingredienti:

  • una lattina di purea di zucca, pari a 425g
  • 3 uova intere
  • 250ml panna liquida
  • 50ml latte
  • 3 cucchiaini rasi rasi di mix per pumpkin pie (oserei dire fondamentale)
  • ingrediente segreto: pepe, una macinata.

In forno a 180°C per 50 minuti (l’importante è che la superficie non si crepi). Servita con panna rigorosamente montata in casa. Yummi!

(Per chi volesse, QUI è possibile confrontare la versione della Pumpkin Pie USA con quella UK).

Dopo aver fatto questa e una seconda torta per Michael, a base di pecan e cioccolato, resta buona parte del pomeriggio da occupare. Salgo quindi di sopra per verificare le sue condizioni e dorme ancora. Mi appoggio un attimo anche io… E si fanno le 18, quando mi sveglia l’abbaiare della Phoebe: è arrivato qualcuno. E Lui sale dicendomi che la nana va dall’Anna con i bambini che sono venuti a prenderla: preparo 2 cose, spazzolino e pigiama, un bel bacio e un abbraccio ai bambini ed eccola felice e scalpitante salire in macchina con loro. Va bene così, era questo l’intento: che lei stesse il più possibile con i bambini per imparare la lingua. E divertirsi.

Ora che siamo tutti in piedi ne approfittiamo per portarci fuori, un passaggio veloce da Walmart. Peccato che a poche centinaia di metri dalla destinazione la macchina si ferma.

Si spegne.

Siamo a secco.

Cribbio!

Non abbiamo altra scelta che andarci a piedi: e la cosa pazzesca è che lo vedi lì davanti a te, quasi riesci a toccarlo, ma man mano che cammini, per giunta sferzata dal vento e da una pioggia fine fine, sembra sempre più inavvicinabile. Risultato: entriamo da Walmart bagnati fradici, ma fradici veri, con tanto di goccioline sulla faccia e sui capelli. Di corsa ad acchiappare gli asciugamani per asciugarci e possiamo comprare quello che ci serve.

Stasera una meravigliosa pastina con il brodo di tacchino preparato dal Michael non ce lo leva nessuno.

Notte.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 3 – 26 dicembre 2014. Oregon Zoo a Portland

Oregon Zoo, Portland

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Il tempo è ancora dalla nostra parte: non piove e non fa freddo. E se piove riusciamo sempre a scampare lo scroscio. Cielo azzurro e nuvoloni che vanno e vengono. Fa meno freddo che a Milano.

A scombinarci però i piani arriva il nostro eroe: si è ammalato, cosa che succede sempre durante le vacanze per il rilascio fisico. O per la mancanza di smog nei polmoni. Sempre detto che l’aria salubre fa male.

Quindi saltano i piani che avevamo concordato ieri sera con il Tato di andare al mall e poi a vedere le zoo lights a Portland. Tutto da rifare: Lui sta a casa, febbricitante e dolorante, con la speranza e l’intento che si riprenda. Io, la nana, Dinky e Michael invece partiamo presto per Portland così da andare a visitare lo zoo e restare dentro per le luci.

Prima tappa a Portland è al McDrive per un pasto veloce, poi è la volta dello zoo. Entriamo per le 14, un orario che mi sembra esagerato se dobbiamo tirare le 18 per vedere le luci e incontrarci con il Tato, ma alla fine mi rendo conto che non siamo riusciti a vedere tutto. Lo zoo è gigantesco e spesso gli animali sono dei timidoni che non si fanno nemmeno vedere. Ad esempio l’orso polare: nessuna traccia.

Gli ultimi contatti che abbiamo avuto con degli zoo risalgono a un paio di anni fa con il Safari Park di Pombia e lo scorso anno in gita con la sua classe alle Cornelle. Dove gli animali vivono in grandi habitat ricreati per ogni specie.

Qui a Portland è la stessa cosa: zone immense in cui gli animali di ogni specie ritrovano (più o meno) il loro originario ambiente.

Spettacolari condor ormai quasi estinti, facoceri, aquile, orso bruno, giaguari, cougar, elefanti indiani, rettili e manguste, e i bellissimi pipistrelli che vincono il premio come creature migliori dello zoo, si passa dal Great Northwest al Pacific Shores, dall’Asia alle Fragile Forests per finire con l’Africa. Il tutto in un tempo interminabile. Tanto che il buio avanza e le luci si accendono.

Le zoolight sono qualcosa di incredibile, tanto che tutti vengono a vederle in questo periodo e la coda di macchine in autostrada e la fila interminabile di persone in attesa di entrare sono la prova della spettacolarità di questa attrattiva. Luci di tutti i colori a riprodurre gli animali dello zoo, ma non solo. Atmosfere natalizie, paesaggi marinari, draghi e farfalle dai mille colori. Una magia.

Ringraziamo i santi che hanno detto a Dinky di venire sin dal pomeriggio per riuscire a vedere lo zoo prima e le luci dopo, ed avendoci evitato code e freddo. Freddo. Non che la temperatura sia ideale per fare una passeggiata così lunga all’aria aperta, ma avevamo altra opzione? Ne è valsa la pena, eccome, ma che dispiacere sentire la mia bambina alla fine che tremava e che non riusciva a trattenere le lacrime per la stanchezza e il freddo…

Ci riuniamo quindi al Tato e a Valery che sono fuori impossibilitati ad entrare per almeno 45 minuti di coda e decidiamo di andare subito a cena, sono alla fine le 19,30. E su suo suggerimento finiamo in quello che secondo lui era un ristorante tex-mex-fusion, ma che altro non è che un italiano fatto e finito.

Un italiano, capite?

Mingo, con tanto di menù completamente fake che suddivide le pietanze in insalate, primo e secondo. Peccato che nel primo includa anche l’antipasto, un piatto di polpo e nei secondi la pasta (con Gnocchi alla romana – in cui è specificato che “Non ci sono patate”) e le carni (tra cui il “pollo alle cacciatore”). Gesù…

Comunque il mio polpo con pomodorini arrostiti e spezie era piccantissimo, ma davvero delizioso. La nana ha preso la pasta al sugo di carne, che credevamo fosse un ragù invece erano straccetti di carne, anche questo molto saporito. Non mi dilungherò sulla caraffa di Averna che mi hanno portato quando ho chiesto l’amaro: con tanto di cannucce, come se fosse davvero un cocktail. E che comunque mi sono finita alla goccia.

Appena saliamo in macchina crolliamo addormentate entrambe. A casa Lui sembra stare meglio, e del resto domani è un altro giorno…

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 2 – 25 dicembre 2014. Natale qui ad Albany, ma anche a Corvallis

Albany e Corvallis. Natale

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Il primo Natale americano. Mi alzo anche io curiosa come una scimmia, scendo nel cuore della notte per vedere cosa ne è stato dei biscotti e del latte: un morso di qui, una sorsata di là. Tutto come da copione. Lei dorme ancora.

I suoi regali sono stati piazzati sotto l’albero appena arrivati, così da mimetizzarli. E sono mimetizzati così bene che quando ci alziamo lei non se ne accorge nemmeno e rassegnata dice un laconico: “Beh, io sono qui, i regali li ho già aperti a Milano…”, con tanto di spallucce annesse.

Allora le diciamo di guardare bene, che c’è della carta da regalo diversa da tutte le altre, anche se non c’è il nome scritto sopra.

E allora ecco apparire un sorrisone…

Apre il primo: lo Skylander che voleva. Va a colpo sicuro con il secondo pacco, uguale al primo e scopre il secondo Skylander che aveva scritto sulla letterina. Il terzo pacco invece la porta sulla strada sbagliata: dentro c’è il gioco degli Skylander, il terzo della serie. Bene, felice e contenta.

Hai visto che Babbo Natale ti ha trovata comunque?”, la incalzo io aspettandomi di essere scoperta. Invece non replica nulla, ero convinta che se ne sarebbe uscita con la frase che ormai lei è grande e sa benissimo da dove arrivano i regali…

Devo aspettarmi che ci smascheri quando meno ce lo aspettiamo o vuole tenere il gioco ancora vivo?

Una colazione veloce per noi – caffè – e qualche biscotto di Babbo Natale e un bicchiere di latte per lei. Dobbiamo stare leggeri perché ci si raduna da Anna e dai bambini per festeggiare il Natale tutti insieme.

E andiamo quindi a Corvallis, dove arriviamo in contemporanea con il Tato e la sua fidanzata Valery. Non scodinzola nemmeno quando ci vede, qui mi puzza che sapeva del nostro arrivo… Ma nega.

In casa i bambini ci abbracciano come solo loro sanno fare: Sammy la prima, Nathalie e Ethan a seguire. Scaldano il cuore. Poi è la volta di Anna, Gator e mamma Corellas, Terry. Tutti insieme per il brunch natalizio: torta di patate dolci (sweet potatoes casserole); salatini, quiches con spinaci e lorraine, prosciutto arrosto; uova sode ripiene con bacon e jalapeño, maionese e mostarda; stuzzichini vari e monkey bread. Il tutto accompagnato da succo d’arancia o caffè.

Poi il momento d’apertura per i regali, solo per i bambini. Ed è un tripudio di pacchi, pacchetti e carta colorata. Tutti felici, anche la nana sommersa dai regali: Barbie rockstar, gommini per i braccialetti, vestito rosso di Natale, Monster High, libri da colorare e pastelli, perline con accessori, e non ricordo più cos’altro. Un Natale fin troppo ricco.

Nel primo pomeriggio si torna a casa, il Tato e Valery con noi per il Natale “dei grandi”. E quando il Tato consegna un regalo anche a noi lo becco: poche storie, sapevi che saremmo arrivati! E ammette. Con disappunto della Dinky. Ma non importa, non avrebbe potuto prendere le ferie per stare con noi qualche giorno.

Il pomeriggio prosegue tra pisolini vari, giochi con i nuovi regali fino alla cena. Quando devo svegliare a forza la nana che è crollata. Ma sarebbe stato impossibile rinunciare alla cena a base di rib roast, una delle carni più buone che abbia mai assaggiato (anche se la Dinky non è assolutamente soddisfatta perché è risultato troppo cotto). Accompagnato dal purè fatto da Michael. Di cui ho fatto il bis.

Il calore del Natale scalda anche qui. Merry Christmas.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 1 – 24 dicembre 2014. Vigilia di Natale ad Albany

Tacoma – Albany. Vigilia di Natale

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Oggi ci spostiamo ad Albany, in poco più di 3 ore siamo a casa. Baci, abbracci e apertura del voluminoso e pienissimo valigione con regali e richieste esaudite. Ovetti e ovoni Kinder, Ferrero Rocher, Pocket Coffee, vino bianco, grappa, liquore alla liquirizia e mirto, caramelle di tutti i tipi e tutti i formati, torrone, pandoro e anche Babbo Natale che ha portato i regali per la nana qui con noi.

Anche se temo che quest’anno butti male: lei non ci crede, ma va avanti penso per farci contenti più che per vera convinzione. Non ricordo esattamente il momento in cui io ho smesso di credere a Babbo Natale, ma è una tappa obbligata della crescita di ognuno di noi, ci sta. Anche se finisce una fase della vita e come sempre accade segna la crescita. Si va avanti.

Ad accoglierci Dinky e Michael, come al solito calorosi nel cuore e nei gesti. È davvero come un tornare a casa, il classico porto sicuro con la voglia e l’emozione di arrivare. Anche la nana è felice, sa che questa vacanza le insegnerà di nuovo molto.

La casa è un tripudio di regali e di albero vero recuperato dal bosco, un profumo di pino incredibile che si diffonde nella sala. Meraviglioso. Ad addobbarlo lucine e candy canes.

Phoebe e Lagna (cane e gatto) sempre presenti, Shakespeare si è aggiunta a loro. Avremo modo di fare la sua conoscenza, anche se si dimostra schiva e paurosa, da buon gatto nero.

Per lasciare finire Dinky e Michael le loro cose ci dileguiamo fuori a caccia di piccole cianfrusaglie che non abbiamo volutamente portato. Costco, Dollar Tree e Walmart le tappe d’obbligo.

Rientrati ci dilunghiamo nell’attesa della cena, per fare in modo di andare a dormire il più tardi possibile. E quando lei si addormenta secca concordo con Dinky di mettere i biscotti per Babbo Natale con un bicchiere di latte vicino all’albero. Biscotto con morso d’ordinanza e briciole sparse ovunque naturalmente.

Notte di Natale. Ci siamo.

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Uozzamericanbois. We’re back! (day 13, 7 gennaio 2014)

Stranezze @Walmart
Stranezze @Walmart – Photo by Violablanca

Oggi si avverte in tutto e per tutto la pesantezza dell’ultimo giorno in questa casa, in compagnia della nostra famiglia…

Ma abbiamo un sacco da fare.

Prima di tutto stamattina la Dinky esce prima di noi perché deve tornare in tribunale per la fine della causa di giovedì scorso. Noi finiamo colazione e la raggiungiamo. Mannaggia, giusto ieri sera avevo appena detto “che bello, da quando siamo qui non ci siamo mai beccati la pioggia” e oggi? Pioviggina.

Arriviamo in tribunale (oggi anche la nana al seguito) con qualche minuto di ritardo, spero non sia già tutto finito. Fuori dall’aula 3 (quella in cui si tengono le cause per gli adolescenti “un po’ scalmanati”) troviamo la Dinky che parla con l’avvocato che abbiamo già visto la scorsa settimana. Mentre loro discutono fitto fitto eccolo! Lo vedo arrivare e subito colpisce la mia attenzione. Non per qualcosa in particolare che me lo faccia adocchiare, no. Non per la donna al suo fianco che intuisco dopo qualche frazione di secondo essere una poliziotta, no. La sua poliziotta.

Secondo la Dinky, che subito mi viene vicino non appena mi vede cadere la mascella, è stato appena arrestato. Non ha ancora la divisa che ti danno dopo qualche ora dall’arresto. È ancora in abiti civili insomma.

E mentre mi sfila davanti ecco che qualcosa cattura definitivamente la mia attenzione: le manette alle caviglie e a seguire, non appena alzo lo sguardo, quelle che gli legano i polsi. Stanno chiacchierando, lui e la poliziotta, tra l’altro lui sorride pure. Cosa si staranno dicendo? Forse lei gli sta dando le istruzioni operative su cosa succederà a breve. Lo conduce in una stanza che non è un’aula, forse un ufficio dove si cambierà. Scatto, ma troppo tardi perché ero imbambolata…

Entriamo ora nell’aula dove non c’è il giudice della scorsa volta (Papa Smurf, leggi il day 8), ma una donna. Sono già tutti ai loro posti, quindi intuisco che l’udienza sia già iniziata. E dopo appena qualche parola del giudice finisce tutto. Ma come? Ci risiamo?

All’uscita arriva la spiegazione: anche questa volta il padre non si è presentato. La figlia quindi d’ufficio è stata “riconsegnata” alla custodia della madre. Tutti sono felici e sollevati. La ragazzina, che continuo ad osservare, ha 13 anni. La osservo in cerca di un’amozione, in cerca di un sorriso per essere tornata dalla mamma. Nulla. La mamma ha un toy boy, pare davvero più giovane di lei. Ma non pensate al toy boy hollywoodiano, ad una madre imbellettata. Qui si tratta di persone semplici. E il fatto che non ci sia emozione nei gesti e negli sguardi, mi spiegherà la Dinky dopo qualche minuto, è solo dettata dal fatto che la ragazzina è comunque problematica, ha vissuto un’esperienza non facile, ha trascorso buona parte della sua vita con un padre anaffettivo.

La cosa drammatica è che, ci spiega ancora, il padre è in diritto di andare a riprendersela per portarla con sé. Ma sono certi che non lo farà per evitare che a questo giro vengano spiattellati tutti i suoi traffici con la marijuana. Io penso solo che la sua sarà una vita basata sull’incertezza. Che si è persa la spensieratezza che dovrebbe caratterizzare l’infanzia. Che sono sconvolta da quante orribili famiglie esistano. E che mi bacio i gomiti per me e per mio fratello in principio (noi sappiamo perché). E continuo a ribaciarli per avere incontrato Lui e per aver dato e continuare a dare serenità e amore, tanto amore, alla nostra piccola nana.

Saranno banalità, ma smettono di esserlo quando non le si danno per scontate.

All’uscita stiamo tutti sulla macchina della Dinky e andiamo a fare le ultime compere: prima tappa Dollar Tree, uno di quei posti in cui tutto costa 1$. Da noi ci sono i negozi in cui tutto costa (o dovrebbe costare) 1€, salvo poi trovare articoli il cui costo sale. Qui no. Tutto, ma proprio tutto, vale 1$, dal food al non food. E anche qui le dimensioni non si riducono a quelle di un normalissimo negozio di casa nostra. No, sembra un supermercato. Articoli di ogni tipo trionfano sugli scaffali dei vari reparti; stanno inoltre tirando via le cose di Natale ed è già comparsa un’area dedicata a San Valentino. La Dinky ci dice che da loro si sente tantissimo, è usanza che i bambini vadano a scuola con la letterina tutta cuoricini per la preferita o il preferito (del resto Snoopy e i Peanuts insegnano).

Immerse in questo mondo di cuori e cuoricini ci facciamo prendere la mano anche noi e riempiamo il carrellino di pirottini amorevoli con cui la nana vuole fare i cupcakes da portare a scuola per San Valentino. Dio ci scampi!

Questo paradiso della minchiata strizza l’occhiolino proprio a tutti. Anche quando si tratta di comprare i gommini che si usano per alleviare i dolori dai calli sui piedi, ma che nell’intenzione dei nostri sono da usare per sollevare il computer della Dinky al posto dei classici gommini della Tucano che ho io sotto al Mac. Cosa non ci inventiamo…

Da qui si torna a recuperare la nostra macchina e prima di rientrare a casa ultima tappa nel nostro adorato Walmart. Qui invece prendiamo i barattoli di glassa colorata per i cupcake, quelli che al ritorno da Seattle la nana ha usato per decorare il cupcake che Michael le ha preparato. E altre stupidaggini di cui sentiamo non poter fare a meno.

Oggi il pranzo è speciale: accontentiamo il desiderio della nana e ci strafoghiamo di uova e bacon accompagnati da un pancake gigante, di quelli di Shirley May’s (leggi il day 3). Io e Lui andiamo a prenderlo dopo averlo ordinato al telefono ed eccoci per l’ultima volta in questo locale che più caratteristico non ce n’è. Un pancake to go per noi!

Una colazione/pranzo di tutto rispetto.

Al pomeriggio inizio a capire cosa finirà in valigia, dove e come e vado avanti con il mio diario di bordo.

Stasera a cena ci incontriamo per gli ultimi saluti, baci e abbracci con Anna & family e ceniamo a Salem in un cinese che nulla o ben poco ha a che fare con i cinesi a cui siamo abituati qui da noi. E che bocciamo.

Ma la cosa importante era vedersi, promettersi di riabbracciarci prestissimo, e lasciarli andare a casa perché Anna si alza molto presto e i bambini devono andare a scuola.

Anna, i tuoi bambini sono adorabili, divertenti ed è stato un vero piacere aver condiviso con voi qualche giorno delle nostre vite. Torneremo, lo so, ci rivedremo spero non tanto in là…

Goodnight…

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