Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 12 – 4 gennaio 2015. Il riposo ad Albany. Il bowling a Portland: Sunset Lanes

Oggi è la giornata della calma. Del riposo. Del sistemare e ordinare, del finire per poi ricominciare.

Iniziamo con una colazione nuova: la Dinky insegna a Lui a preparare la Jailhouse Breakfast, le uova cotte dentro la fetta di pane, colazione inventata dai galeotti a cui hanno pensato bene di affibbiare questo nome. Deliziosa, facile quindi ripetibile.

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Dopo si va per un ultimo giro da Costco (la scusa è comunque la spesa che Dinky e Michael devono fare), si pranza a casa e si iniziano (e finiscono) i bagagli. E questo richiede accuratezza e precisione perché questa volta abbiamo anche dei preziosissimi piatti degli inizi del Novecento che Dinky e Michael ci hanno regalato. Sempre più difficile. Pesa, togli di qui e aggiungi di là, alla fine tutto appare sotto controllo. Anche se, il piccolo zaino (che zaino non è perché trattasi di una borsa porta palla da bowling) che avevo riportato ai legittimi proprietari in realtà volerà ancora con noi in Italia. Vabbè, prima o poi si fermerà qui.

Nel tardo pomeriggio invece noi 3 andiamo di nuovo a Portland per incontrarci, guarda caso, con il Tato e la Valery. Regaliamo infatti alla nana una serata di felicità: la portiamo al suo adorato bowling, lo stesso dello scorso anno, quello che le ha fatto scoccare la scintilla (QUI quando ci siamo stati la prima volta).

Quindi ci troviamo dentro al Sunset Lanes per farla prima scatenare nella sala giochi, con il Tato e Valery che le regalano i punti accumulati e con cui lei già si pregusta i premi.

Prima di iniziare la nostra partita andiamo però a cena perché il bowling è strapieno per un evento privato. Allora usciamo, attraversiamo il piazzale ed entriamo nel ristorantino hawaiano dello scorso anno, quello che io avevo erroneamente (mamma mia, non si può mai sbagliare) chiamato Mon-Sat per aver letto sulla vetrina senza aver subito (questione di nanosecondi) realizzato che erano i giorni di apertura, ecchediamine!

Roxy’s, si chiama così. E quest’anno, lo ammetto, perché avevo fame e la mia mamma mi ha insegnato a non avanzare nulla, devo dire che ho mangiato ma non gustato. C’era poco da gustare. Da quando il cuoco originario che c’era lo scorso anno se n’è andato, la qualità conferma anche il Tato è calata. Era tutto terribile. Compresa la pasta con la maionese. Gesù…

Meno male che poi si torna dentro al bowling e posso affogare il disgusto in pinte e pinte di birra. E via alla sfida.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 6 – 29 dicembre 2014. Tutti in gita! Sull’Oceano a Newport

Albany – Newport (Nye Beach)

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Oggi partiamo per una gita di un paio di giorni sull’Oceano. La nana ancora con i bambini dall’Anna, ci ritroviamo direttamente a Newport.

La Phoebe non appena vede i bagagli si agita come una vera bionda e non sta più nel…pelo, quindi salta in macchina felice e si parte.

La strada verso Newport (la US 20) è la stessa che abbiamo fatto la prima volta (QUI il post che ne parlava), solo che oggi la neve che ci accompagnava lungo certi tratti per fortuna non c’è. E il tragitto mi sembra anche più corto, tanto che poco dopo che alzo la testa da questa tastiera vedo in lontananza il blu dell’oceano. Siamo arrivati.

Ci fermiamo all’entrata della cittadina, al Newport Café per pranzare e riunirci finalmente alla nana. Che effetto vederla scendere dalla macchina e trovarmi di fronte una nuova lei con tanto di stivali a punta e jeans con simbolo della pace stampato sopra. Capelli incasinati e pellicciotto senza maniche. Bellissima. Non dovrei essere io a dirlo, chi mi conosce sa che non sono un cuore di mamma o, come mi chiama la Dinky, la classica “mama bear”, ma mi è mancata e sono felice ora di vederla e avere la certezza che è stata non bene, ma benissimo.

Ma veniamo al nostro pranzo, perché ne vale davvero la pena. Il Newport Cafè è un posto piccolo, pochi tavoli e sull’angolo di una via trafficata, forse uno di quesi posti che se non conosci non frequenti. Invece è così caratteristico e particolare e il cibo buonissimo che rimpiango di non averlo conosciuto prima e rimpiango pure il fatto che non ci tornerò, se non la prossima visita che ci vedrà qui a Newport.

Mentre non ci siamo ancora praticamente seduti i bambini al loro tavolo hanno già davanti ai loro musi una tazza di cioccolata calda con panna e cannuccia, noi allora ci piazziamo e posso iniziare a guardarmi in giro e leggere il menù. Anna e la Dinky mi dicono che qui la clam chowder è buonissima, quindi ne ordino una bowl. E con Lui divido come antipasto un piatto di popcorn shimps. E il piatto principale è lo steamed crab, il granchio. Che non avevo mai mangiato con tanto di pinze e mani. E che commozione… Buonissimo tutto. Di più.

Dopo pranzo andiamo al nostro hotel che scopro con piacere essere un motel. No, così, per dire, mi piace l’idea del motel… Siamo tutti al Waves Motel, le cui stanze affacciano tutte sul maestoso Oceano. E che tutti abbiamo voglia di toccare con mano, quindi ognuno con il proprio bicchierone di Starbacks in mano camminiamo fino alla spiaggia.

Che ogni volta mi fa lo stesso effetto.

Maestoso.

Da togliere il fiato.

Infinito.

Calmante.

Dove l’unica cosa che puoi fare è iniziare a camminarci in lungo e in largo, spingendoti prima verso la sua riva, poi seguendo un percorso immaginario che ti porta da qualche parte, ma sempre su quella sabbia. E il cielo azzurro intenso di oggi aiuta ad allargare la mente.

Inspiro.

E cammino.

E penso che l’unica cosa migliore da fare su quest’immensità sia camminare con un cane a farti compagnia.

Noi ne abbiamo due, 4 bambini rumorosi, ma tutto è perfetto così.

Non vorrei essere da nessun’altra parte se non qui.

Non potrei essere con nessun altro se non con tutti loro.

Prendiamo poi una salita che dalla spiaggia ci porta ad un parco giochi (giusto perché i 4 non si sono sfogati abbastanza sulla spiaggia, no?) e dopo poco rientriamo verso il motel perché vogliono andare a inaugurare la piscina interna. E Lui li accompagna, ci sarà anche la sauna da fare.

Mentre io sono qui in camera, con un panorama mozzafiato dalla mia finestra, il sole che tramonta e tinge tutto di arancione e rosso, a ricordare cosa è stato.

Quando ritornano tutti nelle camere, docce veloci, capelli perfettamente asciugati e via a cena. Scegliamo qualcosa di velcoe e vicino, ci fermiamo allo Chalet dove prendo solo una tomato soup bella calda.

Sammy dorme in camera con noi, quindi le due donzelle si piazzano nel loro Queen Size Bed vicino al nostro, Alice in Wonderland alla tele e poco dopo cala il silenzio. Tutti stravolti.

Ma felici.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 5 – 28 dicembre 2014. Shopping day @Portland: Washington Square

Portland: Washington Square

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La nana sta alla grande: oggi Anna porta i bambini a fare shopping e poi in piscina, come lo scorso anno. Insomma, scialla alla grande.

Noi invece, con Lui ormai ripreso, andiamo prima da Shirley May’s per la colazione con Dinky e Michael, poi a Portland dal Tato e dalla Valery per vedere la nuova casa. E se Dio vuole si va pure a fare shopping!

Il navigatore riporta 1 ora e 27 minuti per arrivare a destino, quasi come andare in Liguria. Solo che qui le distanze fanno meno impressione. Ecco.

La casa del Tato non è più a Beaverton, ma Hillsboro, poco distante da dove era prima. Gialla e grande, calda e accogliente con tanto di lucine sul tetto per Natale e sulla porta pronto a farci “la festa” Mister. Mister è un pit bull. Il pit bull bianco bellissimo che Valery ha portato con sé. Un cane più muscoloso e massiccio non lo avevo ancora mai toccato, le dicerie su questa razza posso solo confermare sono causate dalla stupidità del genere umano. Mister è un giocherellone con tanta voglia di attenzione.

Spitfire il gatto del Tato come al solito è sotto le coperte, lui praticamente vive rintanato lì sotto. La convivenza con Mister è basata sul reciproco ignorarsi. Anche perché pare che Mister le becchi alla grande dal gatto di casa…

Ora si va al mall dove ci sono gli After Christmas Sales, vogliamo parlarne? Washington Square è sempre una garanzia. Sì certo, una garanzia per Lui che va a colpo sicuro nel negozio della Apple e da A&F, e sulla garanzia che io mi limiterò per mancanza di materia prima in grado di darmi soddisfazione. Mi dedico quindi al classicissimo Victoria’s Secret, con le mutandine e pigiami d’ordinanza e da A&F per la nana. Poi annuso velocemente da Nordstrom il corner deidcato a Topshop, senza potermici dedicare approfonditamente, mannaggia. Mi sento come se avessi 3 condor in attesa della mia carcassa. Nessuna soddisfazione.

E comunque il tempo passa velocemente, troppo velocemente e oggi che è domenica il mall chiude alle 19,00, ristoranti compresi. Quindi ci dobbiamo muovere se vogliamo cenare al Seafood Portland Company.

Un bicchiere di prosecco ad accogliermi, un appetizer da dividere a base di calamari e gamberi fritti con salse di accompagnamento e granchio con carciofi. Io poi prendo una zuppa di frutti di mare, che qui chiamano Cioppino. Deliziosa e saporita.

Alle 19,00 chiude tutto, andiamo via anche noi: il Tato e la Valery verso Portland, noi ritorniamo ad Albany.

Vado a letto prestissimo, sono cotta.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 4 – 27 dicembre 2014. Albany

Albany

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Stamattina dovevamo essere in altre faccende affaccendati e invece…

Invece Lui ancora malato, ci saltano ancora i programmi anche se pare voglia provare a riposarsi per un paio di orette per vedere come va. Magari si riprende.

Quindi mentre Lui sale a dormire dopo colazione (a base di un tonificante uova con bacon) noi ci inventiamo qualcosa tra un’occhiata alla tv, uno alle mail (spazzatura), un tentativo di acchiappare prima il gatto Lagna poi la gatta Shakespeare, una lavata ai piatti e alle tazze della colazione, la doccia, i capelli, aspetta che finisco tutta l’acqua calda visto che ci sono, poi proseguo nel diario di bordo mentre la nana vicino a me crea braccialetti di tutti i tipi in tutte le salse, e ora che ci penso potevo pure fare un bucato mannaggia.

Poi la Dinky ci propone di fare la Pumpkin Pie e allora dai che così finalmente apro quel barattolo di purea di zucca già pronta che sono 2 giorni che la vedo sul tavolo della cucina e sono troppo curiosa. Ma le sorprese “pronte all’uso” non finiscono qui. Infatti la base per le torte, tipo pasta sfoglia avete presente no, ecco quella qui non è né fresca, né arrotolata, ma già bella stesa surgelata nella sua teglia tonda d’alluminio pronta per essere farcita e messa in forno. Fatica pari a zero. Anche meno.

Ecco quindi la ricetta della Pumpkin Pie versione USA.

Ingredienti:

  • una lattina di purea di zucca, pari a 425g
  • 3 uova intere
  • 250ml panna liquida
  • 50ml latte
  • 3 cucchiaini rasi rasi di mix per pumpkin pie (oserei dire fondamentale)
  • ingrediente segreto: pepe, una macinata.

In forno a 180°C per 50 minuti (l’importante è che la superficie non si crepi). Servita con panna rigorosamente montata in casa. Yummi!

(Per chi volesse, QUI è possibile confrontare la versione della Pumpkin Pie USA con quella UK).

Dopo aver fatto questa e una seconda torta per Michael, a base di pecan e cioccolato, resta buona parte del pomeriggio da occupare. Salgo quindi di sopra per verificare le sue condizioni e dorme ancora. Mi appoggio un attimo anche io… E si fanno le 18, quando mi sveglia l’abbaiare della Phoebe: è arrivato qualcuno. E Lui sale dicendomi che la nana va dall’Anna con i bambini che sono venuti a prenderla: preparo 2 cose, spazzolino e pigiama, un bel bacio e un abbraccio ai bambini ed eccola felice e scalpitante salire in macchina con loro. Va bene così, era questo l’intento: che lei stesse il più possibile con i bambini per imparare la lingua. E divertirsi.

Ora che siamo tutti in piedi ne approfittiamo per portarci fuori, un passaggio veloce da Walmart. Peccato che a poche centinaia di metri dalla destinazione la macchina si ferma.

Si spegne.

Siamo a secco.

Cribbio!

Non abbiamo altra scelta che andarci a piedi: e la cosa pazzesca è che lo vedi lì davanti a te, quasi riesci a toccarlo, ma man mano che cammini, per giunta sferzata dal vento e da una pioggia fine fine, sembra sempre più inavvicinabile. Risultato: entriamo da Walmart bagnati fradici, ma fradici veri, con tanto di goccioline sulla faccia e sui capelli. Di corsa ad acchiappare gli asciugamani per asciugarci e possiamo comprare quello che ci serve.

Stasera una meravigliosa pastina con il brodo di tacchino preparato dal Michael non ce lo leva nessuno.

Notte.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 3 – 26 dicembre 2014. Oregon Zoo a Portland

Oregon Zoo, Portland

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Il tempo è ancora dalla nostra parte: non piove e non fa freddo. E se piove riusciamo sempre a scampare lo scroscio. Cielo azzurro e nuvoloni che vanno e vengono. Fa meno freddo che a Milano.

A scombinarci però i piani arriva il nostro eroe: si è ammalato, cosa che succede sempre durante le vacanze per il rilascio fisico. O per la mancanza di smog nei polmoni. Sempre detto che l’aria salubre fa male.

Quindi saltano i piani che avevamo concordato ieri sera con il Tato di andare al mall e poi a vedere le zoo lights a Portland. Tutto da rifare: Lui sta a casa, febbricitante e dolorante, con la speranza e l’intento che si riprenda. Io, la nana, Dinky e Michael invece partiamo presto per Portland così da andare a visitare lo zoo e restare dentro per le luci.

Prima tappa a Portland è al McDrive per un pasto veloce, poi è la volta dello zoo. Entriamo per le 14, un orario che mi sembra esagerato se dobbiamo tirare le 18 per vedere le luci e incontrarci con il Tato, ma alla fine mi rendo conto che non siamo riusciti a vedere tutto. Lo zoo è gigantesco e spesso gli animali sono dei timidoni che non si fanno nemmeno vedere. Ad esempio l’orso polare: nessuna traccia.

Gli ultimi contatti che abbiamo avuto con degli zoo risalgono a un paio di anni fa con il Safari Park di Pombia e lo scorso anno in gita con la sua classe alle Cornelle. Dove gli animali vivono in grandi habitat ricreati per ogni specie.

Qui a Portland è la stessa cosa: zone immense in cui gli animali di ogni specie ritrovano (più o meno) il loro originario ambiente.

Spettacolari condor ormai quasi estinti, facoceri, aquile, orso bruno, giaguari, cougar, elefanti indiani, rettili e manguste, e i bellissimi pipistrelli che vincono il premio come creature migliori dello zoo, si passa dal Great Northwest al Pacific Shores, dall’Asia alle Fragile Forests per finire con l’Africa. Il tutto in un tempo interminabile. Tanto che il buio avanza e le luci si accendono.

Le zoolight sono qualcosa di incredibile, tanto che tutti vengono a vederle in questo periodo e la coda di macchine in autostrada e la fila interminabile di persone in attesa di entrare sono la prova della spettacolarità di questa attrattiva. Luci di tutti i colori a riprodurre gli animali dello zoo, ma non solo. Atmosfere natalizie, paesaggi marinari, draghi e farfalle dai mille colori. Una magia.

Ringraziamo i santi che hanno detto a Dinky di venire sin dal pomeriggio per riuscire a vedere lo zoo prima e le luci dopo, ed avendoci evitato code e freddo. Freddo. Non che la temperatura sia ideale per fare una passeggiata così lunga all’aria aperta, ma avevamo altra opzione? Ne è valsa la pena, eccome, ma che dispiacere sentire la mia bambina alla fine che tremava e che non riusciva a trattenere le lacrime per la stanchezza e il freddo…

Ci riuniamo quindi al Tato e a Valery che sono fuori impossibilitati ad entrare per almeno 45 minuti di coda e decidiamo di andare subito a cena, sono alla fine le 19,30. E su suo suggerimento finiamo in quello che secondo lui era un ristorante tex-mex-fusion, ma che altro non è che un italiano fatto e finito.

Un italiano, capite?

Mingo, con tanto di menù completamente fake che suddivide le pietanze in insalate, primo e secondo. Peccato che nel primo includa anche l’antipasto, un piatto di polpo e nei secondi la pasta (con Gnocchi alla romana – in cui è specificato che “Non ci sono patate”) e le carni (tra cui il “pollo alle cacciatore”). Gesù…

Comunque il mio polpo con pomodorini arrostiti e spezie era piccantissimo, ma davvero delizioso. La nana ha preso la pasta al sugo di carne, che credevamo fosse un ragù invece erano straccetti di carne, anche questo molto saporito. Non mi dilungherò sulla caraffa di Averna che mi hanno portato quando ho chiesto l’amaro: con tanto di cannucce, come se fosse davvero un cocktail. E che comunque mi sono finita alla goccia.

Appena saliamo in macchina crolliamo addormentate entrambe. A casa Lui sembra stare meglio, e del resto domani è un altro giorno…

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 2 – 25 dicembre 2014. Natale qui ad Albany, ma anche a Corvallis

Albany e Corvallis. Natale

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Il primo Natale americano. Mi alzo anche io curiosa come una scimmia, scendo nel cuore della notte per vedere cosa ne è stato dei biscotti e del latte: un morso di qui, una sorsata di là. Tutto come da copione. Lei dorme ancora.

I suoi regali sono stati piazzati sotto l’albero appena arrivati, così da mimetizzarli. E sono mimetizzati così bene che quando ci alziamo lei non se ne accorge nemmeno e rassegnata dice un laconico: “Beh, io sono qui, i regali li ho già aperti a Milano…”, con tanto di spallucce annesse.

Allora le diciamo di guardare bene, che c’è della carta da regalo diversa da tutte le altre, anche se non c’è il nome scritto sopra.

E allora ecco apparire un sorrisone…

Apre il primo: lo Skylander che voleva. Va a colpo sicuro con il secondo pacco, uguale al primo e scopre il secondo Skylander che aveva scritto sulla letterina. Il terzo pacco invece la porta sulla strada sbagliata: dentro c’è il gioco degli Skylander, il terzo della serie. Bene, felice e contenta.

Hai visto che Babbo Natale ti ha trovata comunque?”, la incalzo io aspettandomi di essere scoperta. Invece non replica nulla, ero convinta che se ne sarebbe uscita con la frase che ormai lei è grande e sa benissimo da dove arrivano i regali…

Devo aspettarmi che ci smascheri quando meno ce lo aspettiamo o vuole tenere il gioco ancora vivo?

Una colazione veloce per noi – caffè – e qualche biscotto di Babbo Natale e un bicchiere di latte per lei. Dobbiamo stare leggeri perché ci si raduna da Anna e dai bambini per festeggiare il Natale tutti insieme.

E andiamo quindi a Corvallis, dove arriviamo in contemporanea con il Tato e la sua fidanzata Valery. Non scodinzola nemmeno quando ci vede, qui mi puzza che sapeva del nostro arrivo… Ma nega.

In casa i bambini ci abbracciano come solo loro sanno fare: Sammy la prima, Nathalie e Ethan a seguire. Scaldano il cuore. Poi è la volta di Anna, Gator e mamma Corellas, Terry. Tutti insieme per il brunch natalizio: torta di patate dolci (sweet potatoes casserole); salatini, quiches con spinaci e lorraine, prosciutto arrosto; uova sode ripiene con bacon e jalapeño, maionese e mostarda; stuzzichini vari e monkey bread. Il tutto accompagnato da succo d’arancia o caffè.

Poi il momento d’apertura per i regali, solo per i bambini. Ed è un tripudio di pacchi, pacchetti e carta colorata. Tutti felici, anche la nana sommersa dai regali: Barbie rockstar, gommini per i braccialetti, vestito rosso di Natale, Monster High, libri da colorare e pastelli, perline con accessori, e non ricordo più cos’altro. Un Natale fin troppo ricco.

Nel primo pomeriggio si torna a casa, il Tato e Valery con noi per il Natale “dei grandi”. E quando il Tato consegna un regalo anche a noi lo becco: poche storie, sapevi che saremmo arrivati! E ammette. Con disappunto della Dinky. Ma non importa, non avrebbe potuto prendere le ferie per stare con noi qualche giorno.

Il pomeriggio prosegue tra pisolini vari, giochi con i nuovi regali fino alla cena. Quando devo svegliare a forza la nana che è crollata. Ma sarebbe stato impossibile rinunciare alla cena a base di rib roast, una delle carni più buone che abbia mai assaggiato (anche se la Dinky non è assolutamente soddisfatta perché è risultato troppo cotto). Accompagnato dal purè fatto da Michael. Di cui ho fatto il bis.

Il calore del Natale scalda anche qui. Merry Christmas.

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No Words, la serata F#CKING SELFIE (26 marzo 2014)

F#cking selfieIeri sera quelli di No Words se ne sono inventati un’altra. Per far parlare di sè, per far parlare di un loro cliente, per far sì che tutti ne parlassero.

Di cosa? Di F#CKING SELFIE. Non solo una cover, ma un gioco. Semplice. Hai la nuova cover di i-Pant “F#CKING SELFIE”? Ottimo punto di partenza. Ora non devi fare altro che scattare e scattare e scattare selfie (what else?) per una settimana, postarle su instagram con i seguenti hashtag:

#ipaint (onore allo sponsor)

#selfie

#fucking

#fuckingselfie

#selfiepr

#selfieday

#selfiemood

#selfiestyle

#selfienight

#selfieprive

#nowords

#pressoffice

#milano

#events

e poi tutti quelli che volete.

Chi riceverà più “mi piace” (i cuoricini di instagram insomma) riceverà ricchi premi e cotillon firmati i-Pant. Quindi, datevi da fare!

i-Pant e le sue cover, la cake designer, il djtuttorock, quellachelamondanità, la prezzemolina e chi più ne ha più ne metta. Belli, tutti belli. Sushi e prosecco, fiori e dolcetti, scatti e luci della ribalta.

Padroni di casa le co-founder di No Words, Elisa Airaghi e Manuela Cappellini, il marketing director, Marco Maria Conte Salata, la mitica Valeria Pink, la superbamiastylustpreferita Federica Piacenza e scusatesehodimenticatoqualcuno.

Me & Bellachioma
Me & Bellachioma “beccate” sul tappetto – photo by No Words

Leggi anche:

No Words. Il Press Day (9, 10 aprile 2013)

Guendaland alla Maison Moschino, Milano 8 maggio 2013

Press day @No Words (6 novembre 2013)

Upstream. Il salmone di Claudio Cerati presentato ieri a Palazzo Parigi

foto-50Ieri sera a Palazzo Parigi, il meraviglioso hotel inaugurato a settembre in stile anni 20 con la cucina di Cracco (il suo secondo ristorante, porto ancora nel cuore la mia serata a cena da Cracco), si è tenuta la degustazione del salmone Upstream di Claudio Cerati. La serata come sempre è stata magnificamente orchestrata dalla meravigliosa Beatrice Pazi a cui rivoglo il mio doveroso ringraziamento (sei sempre la meglio, lo sai vero?).

Upstream letteralmente significa “risalire la corrente”, verbo che rispecchia perfettamente la fatica immane compiuta dai salmoni durante il periodo della riproduzione che dal mare risalgono sino al fiume natio. Provenienti dalle acque delle Faroe Islands, situate tra l’Islanda e la Scozia, grazie ad una commistione tra pratiche di allevamento e ottime politiche, questi salmoni sono completamente privi di antibiotici e ricchissimi di Omega 3.

Una volta pescato il salmone viene immediatamente trasferito in Irlanda per la lavorazione. Claudio Cerati ha messo a punto una speciale marinatura a secco (fatta con sale marino e zucchero) che mantiene il giusto equilibrio tra sapore e morbidezza. A seguire un’affumicatura delicata tutta “made in Italy”.

Se siete amanti del salmone Claudio Cerati consiglia anche come gustare le varie parti del nobile salmone. Io l’ho potuto fare ieri sera grazie ai piatti proposti dallo chef Diego Giglio, direttamente proveniente dalla cucina di Cracco.

Pic by ViolaBlanca
Pic by ViolaBlanca

Trancio di salmone
Spugna allo yogurt croccante e salmone
Rocher di ricotta, erba cipollina e salmone
Salmone e foie gras
Involtino di salmone e carote
Salmone tonic
Croissant farciti al salmone
Crema di rapa rossa e tartare di salmone
Pasta con salmone e lardo
Risotto al sesamo, mela e salmone
Diamante ai pistacchi e salmone
Macarons assortiti
Mini tatin
Operà

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Involtini di prugne e bacon con straccetti di burrata

Involtini di prugne e bacon con straccetti di burrata - Photo by ViolaBlanca
Involtini di prugne e bacon con straccetti di burrata – Photo by ViolaBlanca

Ingredienti per 10 involtini:

10 prugne secche baby denocciolate

10 fette di bacon Tulip (1 confezione da 150g)

straccetti di burrata

Preparazione.

Fare rinvenire in acqua per 15 minuti le prugne e asciugarle bene. Avvolgere ogni prugna nelle fettine di bacon e fermare gli involtini con uno stecchino.
Foderare con un foglio di carta da forno una placca su cui disponrre gli involtini: passare il tutto in forno caldo a 180-200 °C.
Lasciare cuocere per una ventina di minuti, estrarre dal forno e servire immediatamente.
In alternativa si può utilizzare una padella antiaderente, facendo rosolare a fuoco moderato gli involtini per una decina di minuti; il bacon dovrà risultare croccante (crispy).

Variante e suggerimenti: la ricetta originale prevede la decorazione di ogni involtino con un piccolo ciuffetto di menta che, grazie alla sua caratteristica nota aromatica, renderà il piatto decisamente fresco.

(Fonti e Ringraziamenti per l’ispirazione: La Cucina del Corriere della Sera)

Quando il Bacon Tulip parte per un tour a Milano. Sulla pizza!

Quando il Bacon Tulip parte per un tour a Milano. Sulla pizza!

Nella mia memoria conservo un angolino speciale per l’Oregon, per quella vacanza che mi ha stupita, per quel paese che mai avrei creduto mi incantasse. E invece…

L’accoglienza, i paesaggi e il cibo. E la colazione che tutte le mattine l’amica Dinky ci preparava: apriva una busta gigante di fettine di bacon e le metteva sulla piastra per renderlo crispy. Ignoro la marca, ricordo però il suo sapore.

Tempo fa mi è capitato di organizzare un brunch domenicale con gli amici fidati. E tra le altre cose, non potevano mancare le scrambled eggs & bacon. Per le uova non potevo non seguire la ricetta del mio adorato Gordon, mentre per il bacon la scelta immancabile e imperdibile è stato il Bacon Tulip, quello che conosco da sempre, che uso da altrettanto tempo (ne ho parlato anche sul Mondo Rosa Shokking).

Credits: Tulip
Credits: Tulip

Il Bacon Tulip non è la pancetta. Le reminiscenze universitarie mi ricordano che mentre la pancetta è additivata con sale, spezie e altri aromi, il bacon subisce un processo di conciatura e di affumicatura con legni particolari che gli permettono di ottenere l’aroma caratterizzante. Ecco perché riconoscerei il bacon sopra tutto.

Precisati questi alquanto noiosi dettagli organolettici e produttivi (ma che fanno la differenza!), gli ospiti sono rimasti deliziati e qualcuno ha anche accennato un nostalgico sorrisetto ripensando chissà forse proprio ad una colazione newyorkese…

Insomma, il Bacon Tulip piace. A me sicuramente.

Leader incontrastato sul mercato europeo, rimarca la “bacon mania” che accompagna le colazioni internazionali, ma non solo.

Fino al termine di questo weekend nelle pizzerie milanesi e dell’hinterland (sono 60 quelle che hanno aderito), potrete anche voi assaggiare, pardon gustare il bacon in una salsa diversa. Sulla pizza.

Credits: a&b action & branding
Credits: a&b action & branding

Il Pizza & Bacon Tour infatti si è proposto, e si proporrà in altre città italiane, come un’occasione imperdibile per provare insoliti abbinamenti: la Pizza Amatriciana e la Pizza Carbonara. Inutile che storciate il naso, dovete provarla!

Tante le iniziative legate all’evento.

Prima di tutto: mangiate la pizza nella vostra pizzeria di fiducia? Bene, al termine non dimenticate di prendere il ricettario che propone alternative e varianti all’uso del bacon in cucina (altre ricette anche sul sito qui). Sullo stesso ricettario anche un buono sconto per l’acquisto di una confezione di Bacon Tulip, così da poterla provare a casa e sfidare magari le ricette che lo chef Walter Pedrazzi ha realizzato.

Credits: a&b action & branding
Credits: a&b action & branding

Secondo (ma non meno accattivante): decidete di portarvi la pizza a casa? Nessun problema, Tulp in collaborazione con quel genio che sta dietro al marchio AdvertPizza ha realizzato dei cartoni appositi per gustare la vostra pizza al bacon a casa. Sul suddetto cartone troverete una sfiziosa ricetta e l’immancabile buono sconto per la confezione Bacon Tulip.

Credits: a&b action & branding
Credits: a&b action & branding

Mi sembra di aver detto tutto…

Manca solo il vostro apprezzamento sulla pagina Bacon & Food di facebook!