Quando il Bacon Tulip parte per un tour a Milano. Sulla pizza!

Quando il Bacon Tulip parte per un tour a Milano. Sulla pizza!

Nella mia memoria conservo un angolino speciale per l’Oregon, per quella vacanza che mi ha stupita, per quel paese che mai avrei creduto mi incantasse. E invece…

L’accoglienza, i paesaggi e il cibo. E la colazione che tutte le mattine l’amica Dinky ci preparava: apriva una busta gigante di fettine di bacon e le metteva sulla piastra per renderlo crispy. Ignoro la marca, ricordo però il suo sapore.

Tempo fa mi è capitato di organizzare un brunch domenicale con gli amici fidati. E tra le altre cose, non potevano mancare le scrambled eggs & bacon. Per le uova non potevo non seguire la ricetta del mio adorato Gordon, mentre per il bacon la scelta immancabile e imperdibile è stato il Bacon Tulip, quello che conosco da sempre, che uso da altrettanto tempo (ne ho parlato anche sul Mondo Rosa Shokking).

Credits: Tulip
Credits: Tulip

Il Bacon Tulip non è la pancetta. Le reminiscenze universitarie mi ricordano che mentre la pancetta è additivata con sale, spezie e altri aromi, il bacon subisce un processo di conciatura e di affumicatura con legni particolari che gli permettono di ottenere l’aroma caratterizzante. Ecco perché riconoscerei il bacon sopra tutto.

Precisati questi alquanto noiosi dettagli organolettici e produttivi (ma che fanno la differenza!), gli ospiti sono rimasti deliziati e qualcuno ha anche accennato un nostalgico sorrisetto ripensando chissà forse proprio ad una colazione newyorkese…

Insomma, il Bacon Tulip piace. A me sicuramente.

Leader incontrastato sul mercato europeo, rimarca la “bacon mania” che accompagna le colazioni internazionali, ma non solo.

Fino al termine di questo weekend nelle pizzerie milanesi e dell’hinterland (sono 60 quelle che hanno aderito), potrete anche voi assaggiare, pardon gustare il bacon in una salsa diversa. Sulla pizza.

Credits: a&b action & branding
Credits: a&b action & branding

Il Pizza & Bacon Tour infatti si è proposto, e si proporrà in altre città italiane, come un’occasione imperdibile per provare insoliti abbinamenti: la Pizza Amatriciana e la Pizza Carbonara. Inutile che storciate il naso, dovete provarla!

Tante le iniziative legate all’evento.

Prima di tutto: mangiate la pizza nella vostra pizzeria di fiducia? Bene, al termine non dimenticate di prendere il ricettario che propone alternative e varianti all’uso del bacon in cucina (altre ricette anche sul sito qui). Sullo stesso ricettario anche un buono sconto per l’acquisto di una confezione di Bacon Tulip, così da poterla provare a casa e sfidare magari le ricette che lo chef Walter Pedrazzi ha realizzato.

Credits: a&b action & branding
Credits: a&b action & branding

Secondo (ma non meno accattivante): decidete di portarvi la pizza a casa? Nessun problema, Tulp in collaborazione con quel genio che sta dietro al marchio AdvertPizza ha realizzato dei cartoni appositi per gustare la vostra pizza al bacon a casa. Sul suddetto cartone troverete una sfiziosa ricetta e l’immancabile buono sconto per la confezione Bacon Tulip.

Credits: a&b action & branding
Credits: a&b action & branding

Mi sembra di aver detto tutto…

Manca solo il vostro apprezzamento sulla pagina Bacon & Food di facebook!

Milano. Come Lapo. Peggio di Lapo. Ma un comune mortale paga sempre!

Ieri sera, ore 22,30. Passeggiando sul MIO Naviglio io e il mio compagno di merende arriviamo all’Osteria del Pallone. E inizio a notare uno strano traffico: tram fermi, macchine in fila. Una lunga fila che con il passare dei minuti aumenta a vista d’occhio.

Che succede?

Ci avviamo verso l’origine del “tappo”. Siamo alla Darsena, di fronte alla Rinomata Gelateria (capito quale?)

Ricordate poche settimane fa il caso del Suv di Lapo mollato selvaggiamente sulle rotaie del tram in San Gottardo?

Ecco, è accaduta la stessa cosa. Con la differenza che l’auto in questione, una Classe A, apparteneva ad un comune mortale. Un poveraccio che magari alla fine guadagna mille euro al mese, uno che dopo un bel po’ di tempo si è palesato entrando in macchina di soppiatto. Ha consegnato i documenti al vigile (l’ultimo vero ghisa milanese, capito il genere “Benvenuto al Nord”?), è uscito dal parcheggio selvaggio che si è creato ed è andato a fermarsi più vanti in modo da poter proseguire con le mazzate da parte dei ghisa.

Il tram bloccato dal parcheggio selvaggio/1 – Instagram by ViolaBlanca

E i passanti? Flash di fotografie, risate, improperi buttati lì (che l’ho capito pure io che è un deficiente, maddai…), una signora addirittura ha domandato quanto sarebbe costato il giochetto al ghisa imbarazzato che le ha risposto “eh signò, mica sono io a decidere, bisogna considerare un sacco di fattori e se ne occuperà la persona competente”, insomma quelle belle balle lì…).

Per fortuna, nessun applauso o fischi di sorta all’arrivo del disgraziato…

Il tram bloccato dal parcheggio selvaggio/2 – Instagram by ViolaBlanca

E in soldoni? Prima multa appioppata: 80,00€, a seguire le altre per i minuti di blocco del traffico moltiplicato per i tram che si sono fermati.

Ne ho contati 4…

I Vigili di Milano. Predicano bene, ma razzolano male…

Venerdì sera. Rientriamo dalla nostra cena (al Santo Bevitore, acquisto Groupon), e facendo una romantica – si fa per dire – passeggiata, eccoci quasi a casa.

In via Govone passiamo davanti al ristorante Al Borgo, e curiosiamo osservando la desolazione che regna all’interno: pochi, pochissimi tavoli occupati. Ma facciamo che è ancora presto (sono quasi le 22,00)??? Sì, dai!

Uno dei tavoli è occupato però da 2 vigili. Fin qui nulla di strano. Chiaro. Peccato che fatti i pochi passi che ci separano dall’angolo con la via Gran San Bernardo vediamo la volante simpaticamente parcheggiata dove non si potrebbe. Anzi, dove proprio non si può.

Ecco la volante incriminata, parcheggiata tra la via Govone e la via Gran San Bernardo – Photo by ViolaBlanca

Mi fermo e inizio a scattare qualche foto. Appena in tempo, perché i due vigili in questione stanno uscendo dal ristorante e risalgono in macchina.

Perché a loro è concesso? Non ditemi per esempio che non avete mai assistito ai parcheggi selvaggi della Polizia Locale o di vedere il conducente di una di queste macchine al cellulare…

Volevo complimentarmi personalmente per questo gesto che scusanti non ha. Complimenti all’esempio dato da nostri vigili.

Tutta “colpa” di IMAFestival (part 2)… Io e la Ludmilla (Radchenko)

Premessa: se volete leggere la part 1 di questo pezzo andate qui.

by Ludmilla Radchenko – http://www.ludmillapopart.it

Pensavate fosse finita? Il Festival è finito, teatro (dal Verme) chiuso, vincitori (e vinti, me compresa) a casa, premi in saccoccia. E stop.

Invece no. Non posso essere egoista e lasciarvi così, con quell’amaro in bocca, quel senso di inadeguatezza dovuto al “io non so, perché non c’ero, tu invece sai, perché c’eri”. Ecco, una roba così.

Dunque, conclusasi la storia del video, con trucco e parrucco annesso e connesso, resta da fare “solo” il passo finale. Andare alla finale, appunto. Oltre a prepararmi psicologicamente (mai, mai pronta, perchè quello che m’ammazza è il non sapere cosa m’aspetta), mi devo preparare anche esteticamente.

Quindi procedo come segue.

Giovedì, festa nazionale, la mia carta di credito festa non ne ha fatta. Missione odierna, lo shopping. 10CorsoComo, (per non farsi mancare nulla), Zara, poi Rinascente. E visto che ci sono vado anche a prenotare il trucco, ma quello vero, per domenica mattina da Sephora (così scopro che si pagano 10€ per un “trucco giorno” e 15€ per un “trucco sera”). Ma alla Rinascente, io che, lo sapete, sono lontana anni luce da rimmel o mascara che dir si voglia, ombretti, matite varie e rossetti, mi innamoro. E la mia prossima mission sarà farmi applicare le ciglia finte di Shu Uemura.

Venerdì è la volta del parrucco. Ed eccoci al dunque. Ultimamente quando vado dal mio Extro (meritevole citarlo!) succede sempre qualcosa. A parte che, andandoci in taxi (già sapete no, che è il mio mezzo di trasporto preferito) l’autista che mi ci porta è spessissimo una donna. E la cosa ha già dell’incredibile. L’ultima volta poi, per esempio, parla di qua che ti parlo di là, viene fuori che una collega della mia taxista di turno ha scritto un libro. Come resistere. Ne faccio poco dopo un pezzo per l’altra testata su cui scrivo. Ovvio!

Ma questa volta, beh, il caso, la coincidenza, il destino, si sono messi insieme e hanno fatto un lavoro meticoloso. Mentre sono all’operazione “stai ferma che con la spazzola ti tiro tutti i capelli”, fase contemporanea al “non ti muovere altrimenti non riesco a stendere bene lo smalto rosso”, lei entra. La noto, ma non la riconosco.

Pantalone stretto, strettissimo, su gamba kilometrica e tacco pazzesco. Alzo lo sguardo: giacchetta di pelle fucsia, occhiale da sole a lenti tonde e cappello borsalino grigio. Baci e abbracci con tutti i ragazzi del salone, il mio Roby compreso. E poi sento il nome: “ciao Ludmilla”.

Cosa? Ludmilla? Quella stessa Ludmilla Radchenko che sarà all’evento per cui mi sto preparando? No, non è possibile. Tra tutte le persone che entrano qui, oggi lei? È una coincidenza pazzesca.

Quindi, che faccio, sto zitta? Me la lascio scappare? Giammai! E mentre lei parla con Roby sul trattamento alla cheratina per i suoi biondissimi e perfettissimi capelli, io le dico: “Ciao, sai che tu presenterai l’evento di domenica in cui sono finalista?”. Anche simpatica io, carina…

E come risposta ottengo un secco: “Io non presento, io espongo! A presentare ci sarà il mio fidanzato, quello bello delle Iene”. E risponde al cellulare che giusto in quel momento stava squillando.

Simpatica. Come una stalattite che ti cade in testa!

Salvo poi ritrovarla domenica sera, alla premiazione finale. Secondo voi cosa stava facendo? Aveva un microfono in mano e una cartellina… Quasi fosse una valletta, ecco.

Uazzamericanbois. New year’s day. Nostalgia, nostalgia canaglia… (day 8)

Oggi mi sveglio sversa. Ma sversa vera.

Dopo che mi sono docciata, mi vesto, ma mi rimetto a letto.

E ci sto fino alle 13,30, tra un dormiveglia e l’altro.

Mi manca la mia bambina. Mi manca casa…

Ma non posso farci nulla. Mancano solo due giorni alla partenza. L’averla sentita l’ultima volta un po’ triste (solo perché, forse per la prima volta in vita sua la nonna l’aveva sgridata) mi ha fatto male. La mia bambina…

Forse un caffé è quel che ci vuole.

Mentre LUI e Sergio sono fuori (al gelo vero oggi!) a sparare (sì, il tiro al bersaglio sull’albero), io scendo e mi bevo la prima tazza. Strana questa giornata. Il primo dell’anno iniziato così non va affatto bene. Ecchepalle!

Them… – Photo by ViolaBlanca

Dopo gli spari è la volta del giro sul quad. Dinky e Thomas ne hanno due nel box e LUI non resiste. Inforcati gli occhialini a maschera e il caschetto eccoli partire, con un casino infernale, in direzione del cimitero che sta nella strada qui vicino. Nel frattempo, anche io e la Dinky ci avviamo a piedi.

Sì, mi piacciono i cimiteri. A maggior ragione ne voglio vedere uno americano. Non avranno storia, ma sono comunque curiosa. E resterò colpita.

Oggi fa davvero freddo. C’è il sole, ma l’aria è gelida. Sulla strada verso il cimitero vediamo venirci incontro i due quad. Man mano che si avvicinano mi rendo conto che Sergio ha la sua abituale tenuta: felpa e calzoncini al ginocchio. Sono sconvolta, ma come diavolo fa? Il suo poi non è un caso isolato: sono in molti ad usare i calzoncini, ad andare in giro in ciabatte (sì, proprio in ciabatte, senza calze e al gelo!), senza giacca. Noi siamo anche in questo l’eccezione: bardati fin nelle mutande, impensabile non mettersi la giacca. Figuriamoci il resto. Siamo proprio due mondi diversi.

Ah, ve l’ho già detto che quelli (che sono poi più donne, ne ho viste ben 2 in momenti diversi) che vanno al market in pigiama ci sono davvero? La Dinky ha ammesso che una volta ci è andata pure lei (era mattina presto, stava cucinando e le mancava un ingrediente…). Vestirsi? Giammai, infilarsi le scarpe e via andare! Molto più sbrigativo. Ecchissenefrega se i pantaloni indossati sono a fiorellini e farfalline…

Santiam Central Cemetery – Photo by ViolaBlanca
Cemetery hours – Photo by ViolaBlanca

Arrivate al cimitero osservo subito due cose.

La prima è che attaccato al cancelletto di ingresso c’è una grossa fattoria. Abitata, naturalmente. Signori e signore, ecco a voi il custode del cimitero.

La seconda sono le dimensioni e la tipologia di questo cimitero. Piccolo, molto piccolo e avevo temporaneamente rimosso che non esistono, in molti di questi, vialetti di accesso, insomma dei camminamenti veri e propri. Solo lapidi, niente di trascendentale, erba e erba. Mi fa un certo effetto non sapere bene dove camminare. E non sono di sicuro la persona più devota e professante di questo mondo, ma non posso fare a meno di provare rispetto per i cimiteri e per coloro che qui riposano. Almeno ci provano.

Tombstone – Photo by ViolaBlanca
Tombstone – Photo by ViolaBlanca

E poi ecco le lapidi… Del secolo scorso. E sono affascinata. La Dinky mi dice che una tra le tante cose che fanno lei e la Diana c’è quella di usare il carboncino per ricopiare con il ricalco le lapidi. E in questo non lo hanno ancora mai fatto. Forse non si rendeva conto nemmeno lei che ci fosse “un po’ di storia” qui dentro.

Coastal – Photo by ViolaBlanca

Rientrate a casa prendiamo la macchina e mi porta, finalmente, da Coastal. Null’altro che la casa del vero cowboy! Ci dovevamo venire sin dal primo giorno, ma poi, tra una cosa e l’altra… Un luogo che davvero non capita spesso di vedere. Figuriamoci di comprarci!

Devo assolutamente avere un paio di jeans da rodeo e un paio di stivali da cowboy/cowgirl che dir si voglia. Sembro impazzita.

Ma poi rinsavisco. Perché il modello di jeans da rodeo che avevo in mente io era un po’ diverso. Già, da grande frequentatrice di rodei (???) avevo in mente una roba più o meno simile ai pantaloni a zampa con magari dei luccichini (ecco, magari come quelli del musical Mamma Mia!). Invece mi ritrovo davanti dei normalissimi pantaloni, per giunta della Wrangler. Ci manca solo che compro un altro paio di jeans, poi della Wrangler! Io che già mi vedevo con qualcosa di assolutamente particolare ed eccentrico. Resto abbacchiata.

Allora mi butto sugli stivali. Ah, qui me ne frego. La Dinky che mi monta: “non li avrà nessuno a Milano!”. Poi li vedo. Tutti. E capisco. Ettecredo che non li avrà nessuno: sono terribili! Abbandonate ogni velleità stivalesca e pensate invece ad un paio di scarpe antinfortunistiche. Fatto? Bene, ci siete. Qui il cowboy, che poi non è altro che un red-neck (ricordate?) non ha mica tempo da perdere in smancierie e fashionerie. No, qui si lavora. Quindi ci si deve proteggere. E voi che pensavate alla punta “a punta”, al tacchetto quello lì, al cuoio e alla suola di cuoio. Non ci siamo, qui la suola è di gomma, un carrarmato (insomma, se piove sempre…), la punta è arrotondata e “rinforzata”, capito? Rinforzata! Non ci siamo.

Vediamo gli stivaletti per la nana? Ci proviamo? Dai.

E qui, folgorazione, sublime visione. Come resistere di fronte ad un paio di adorabili Durango rosa??? Non posso.

Durango Kid’s Pink Rhinestone Western Boot

Ma poiché il magazzino offre tanto cerco di scovare qualcosa. Il cappello da cowgirl? Altro giro. Una cintura? Molto cowgirl, ma niente misura. Mi accontento di una maglietta con due pistole incrociate, una robetta così…

Coastal – Photo by ViolaBlanca
Coastal – Photo by ViolaBlanca
Lazi (Coastal) – Photo by ViolaBlanca

E poi posso gustarmi la parte riservata e dedicata ai cavalli: selle (e che selle…), ferri, guanti, lacci, sottopancia, redini, morsi, frustini, staffe, e lazi. Io che avevo sempre pensato al lazo come ad una corda normale, molle diciamo, mi sono dovuta ricredere. Il lazo è un’insieme di fibre rigide (ecco perché entra nella testa del cavallo con tanta facilità…tzé!).

Poi, andando verso le casse, un “sano” quanto “strano” oltre che “schifoso” alimento per cani: pig ears. Sì, letto bene: orecchie di maiale. No comment.

Pig ears (Coastal) – Photo by ViolaBlanca
Pig ears (Coastal) – Photo by ViolaBlanca

Via a casa, stasera Thomas ci cucina la t-bone al BBQ. E, sebbene lui continui a chiamare la mia “shoe sole”, è stata la carne più buona della mia vita. Forse. Molto probabilmente. Quasi sicuramente. Thanks Thomas, my shoe sole was perfect!

Uazzamericanbois. New year’s eve. (day 7, part 2)

Ed eccoci alla serata ambita da tutto il mondo. Non da noi, per fortuna uniti e unanimi sull’idea che dell’ultimo dell’anno proprio non ce ne frega nulla. Tanto lo scopo che ha LUI ogni anno, e che ogni anno mi tocca sopportare, è ampiamente raggiunto. Vale a dire non stare in casa nostra perché, così LUI dice, gli porta sfiga. Immaginate la mia agonia ogni 31 dicembre dover essere fuori casa (a meno di non essere nel bel mezzo di qualche viaggio, sia chiaro!).

Ora siamo abbastanza lontani da casa, LUI non può certo lamentarsi…

E la serata in casa non è certo all’insegna dei ricchi premi e cotillon. Grazie al cielo! La Dinky ha preparato le lenticchie, questo sì. Ma le ho impedito di cucinare il cotechino che le abbiamo portato dall’Italia (come nella migliore tradizione da emigrante!): che se lo gustino loro un’altra volta, noi abbiamo sempre e comunque la possibilità di mangiarlo.

E poi ci sono le ostriche…

Ma poiché facciamo le cose con estrema calma, attendiamo Sergio e, nel frattempo, si gioca a burraco (importato anche qui da noi) e si aggiorna il Diario di Bordo.

Ovviamente la televisione è accesa ed è sintonizzata su un canale in cui trasmettono sempre reality.

Altra cosa sconvolgente: l’America, dopo essere la patria del tutto big-size, della fobia per le malattie, è anche la patria dei reality. Ce n’è per tutti i gusti, ad ogni ora. Impressionante! Il canale dedicato è A&E e, tra le altre cose, trasmette per esempio:

Le prime 48 ore (The first 48), in cui l’importanza delle prime 48 ore nell’ambito di un caso di omicidio (ma non solo) sono importantissime al fine delle indagini

Obsessed, in cui sono messe a nudo tutte le fobie possibili e impossibili, immaginabili e inimmaginabili

Heavy, in cui obesi veri vengono sottoposti ad esercizi fisici, insomma a dieta

Intervention, in cui si raccontano storie di dipendenza dalla droga, dall’alcol o da comportamenti compulsivi che hanno condotto i protagonisti al punto di estraniarsi da amici e familiari.

E poi ancora il reality sull’apertura di uno storage dopo anni e i tesori conservati al suo interno; il reality sul carro attrezzi che arriva a tirare fuori da un impiccio un auto, ma quando arriva il momento di pagare l’uscita il proprietario dell’auto in questione non vuole pagare; oppure ancora il reality sui ragazzi che provano l’esperienza della prigione per una notte…

Insomma, avete capito: per tutti i gusti.

E mentre parlo con la Dinky di uno di questi, Intervention, eccola spiegarmi del suo lavoro. Perché inerente. E questa proprio non ve la potete perdere.

La Dinky fa l’assistente sociale. Che vuol dire tutto e niente.

Ha a che fare con una piaga terribile: meth, crystal meth. La metanfetamina. Una droga terribile, sintetizzata da cose inaudite nonché assurde (tra cui l’alcol, la testa dei fiammiferi, l’acido delle pile). Diffusa, diffusissima negli USA, ma non solo. E dalle conseguenze atroci. Non tanto per i coglionazzi che la sintetizzano (in casa, altamente instabile e infiammabile), quanto per i poveri bambini che si trovano ad avere questi genitori. La contaminazione ambientale è così terribile che vi risparmio gli effetti sui corpi dei malcapitati. Se avete sangue freddo e curiosità di sapere come ci si può ridurre guardate pure queste immagini (qui).

Cosa fa l’ufficio della Dinky. Le foto che mi mostra sono davvero agghiaccianti. Soprattutto sapere che i poliziotti devono intervenire coperti da capo a piedi con una tuta speciale per evitare la contaminazione. I bambini vengono prelevati da queste case, sottratti a questi folli, avvolti in una coperta e consegnati all’assistenza sociale. Quindi alla Dinky che resta fuori da queste case.

Suo compito è trovare loro un affido e fare i modo che non si vengano più a trovare in queste situazioni.

I bambini, piccoli, piccolissimi, ma anche adolescenti, vengono subito portati presso la famiglia affidataria che provvederà alla loro cura. Nel giro poi di una settimana, massimo due, gli assistenti sono in grado di capire se la situazione è recuperabile, quindi se i genitori naturali sono collaborativi e disposti alla disintossicazione, oppure se si tratta di una causa persa. In quel caso il minore viene adottato.

Le chiedo quante volte le capita di andare a prelevare questi bambini.

La risposta è più agghiacciante della descrizione del tutto: ogni giorno!

Dopo questa doccia fredda arriva anche Sergio che si unisce al tavolo di burraco. Ha la faccia stravolta. E tornato da poco da una notte (e una mattinata) accampato alla Molella Forest. Il pazzo è andato a fare snow-camping. E ha sbevazzato un po’…

Oysters for New year’s eve – Photo by ViolaBlanca

Ad un certo punto si agitano tutti. È ora di partire con l’ostricata. Ed ecco LUI all’opera, il suo compito. LUI e Sergio si mettono al lavoro, ma la forza bruta di Sergio spacca la prima. Meglio occuparsi del lavaggio. E mentre siamo tutti in attesa in cucina, Thomas tira fuori una strana salsa. Scambiata inizialmente per banalissimo ketchup, leggo che è specifica per il pesce: rossa e piccante. E cosa mi propone? L’abominio! Dopo le ostriche fritte, ecco ora che mi tocca assaggiare (io assaggio tutto!) l’ostrica shot.

Sarebbe?

Nel bicchierino da shot si pone l’ostrica nuda e cruda, si aggiunge un goccio di questa salsa, sale, limone e via!

Riprovevole!

Ma almeno posso dire di averla assaggiata.

E poi capisco perché le mangiano, forse, in questo bizzarro modo. Perché le small e le extra-small, le ostriche che la Dinky ci ha consigliato di prendere, non hanno nulla a che fare con quanto siamo abituati (meglio, sono) a mangiare qui. Quando diceva che le extra-small erano le più dolci era seria! L’ostrica non deve, non vuole essere dolce!!!

Boccio, boccio e riboccio!

Come nella miglior tradizione si sintonizza la tv su un canale in cui ci sia il countdown. Si brinda, ci si bacia.

Ok, tutto finito.

Io e Sergio non vediamo l’ora che la Dinky ci dia il permesso per andare a dormire. E lo fa a mezzanotte e 28.

Buon Anno! Soprattutto a chi dall’Italia ci aveva fatto questi auguri: “Auguri dal futuro! Noi siamo nel 2011!!” che suona strano, ma è vero. Noi eravamo ancora nel passato quando già in Italia si stappava e si brindava…

Uazzamericanbois. On the road. Da Lincoln city a Yaquina Head: Quarry Cove e Lighthouse. Newport: Oregon Coast Aquarium, pranzo da Mo’s e Oregon Oyster Farm. Dietrofront: sulla route 20 verso Albany. New year’s eve. (day 7, part 1)

La mattina è splendida qui sull’Oceano! Ma è troppo presto, quindi mi alzo quatta quatta per scrivere un po’. LUI è narcolettico a mille.

Alle 9, dopo un’ora e mezza di Diario di Bordo, accendo la musica, bassa, e faccio scorrere l’acqua della jacuzzi. Non rinuncerei per nulla al mondo a questo bagno mattutino.

Spalanco le tende. Il panorama è talmente perfetto che mi sembra davvero di essere in un film. Sole, spiaggia immensa e oceano. Qui di fronte alla nostra stanza…

L’acqua sta riempiendo la jacuzzi e, ahimé, appannando i vetri. LUI si smuove, apre un occhio, poi l’altro. E dice: “Ma ti vedono tutti!”. Ma se si è creato un clima sub-tropicale-paludoso in camera, non si vede quasi più nulla tanto vapore c’è… e la temperatura dell’acqua è troppo anche per me.

Stamattina mi faccio servire e riverire: cafferone in vasca. Abbiamo rinunciato all’idea bellicosa di una breakfast ricca per ottimizzare i tempi.

Quindi, prima di lasciare l’albergo, la stanza, la jacuzzi, insomma questo paradiso, facciamo la chiamata di rito all’amico del cuore in Italia. Ovunque mi trovi cerco di non mancarla mai…

E poi via, LUI fa il check out, io le foto sulla spiaggia. Freddino stamattina… Vento gelido, sole pazzesco, ma temperatura glaciale.

The Ocean… – Photo by ViolaBlanca

La prima tappa, ancora a Lincoln è provare l’ebbrezza del drive thru. Ma lo sapete che anche le banche ne sono dotate? Eh, gli americani non devono fare proprio fatica… E questo ci fa venire sempre in mente le scene di Wall-e in cui i terrestri fagocitati dall’astronave per salvarsi dalla fine del mondo sono talmente inciccioniti da non riuscire più a muoversi né a camminare…

Drive thru – Photo by ViolaBlanca

Ci fermiamo quindi in un coffee shop dalla forma di faro a prendere un caffé con duemila cose dentro, tra cui il peanuts butter e la panna. Meraviglioso!

Yaquina Head Outstanding Natural Area

Poi via verso la Yaquina Head, dove eravamo già stati ieri in fretta e furia (per via dell’orario di chiusura). Il faro di Yaquina si trova in un’area naturalistica molto scenografica. E come tale viene tutelata. Per cui è richiesto un fee, un pedaggio, dal costo di 7$ e che ha validità di 3 giorni. Ci fermiamo prima alla Quarry Cove, dove bisogna lasciare la macchina e fare un tratto a piedi. Stiamo scendendo, molto ripidamente, in un’area particolare dove spero di essere più fortunata di ieri con le balene. Qui non ci sono balene, ma spero di vedere i seals, le foche. Spero perché non ho certezze che ci siano. Ma sull’ultimo tratto della discesa intravedo qualcosa. Non distinto. Poi sempre più distinto. Le vedo. Sono centinaia, bianche, cicciottelle e tutte sdraiate bellamente al sole mattutino. Bellissime, adorabili. Come si fa ad essere crudeli con questi occhioni? Non me lo spiegherò mai.

Quarry Cove – Photo by ViolaBlanca
Seals at Quarry Cove – Photo by ViolaBlanca

(Non dirò che una baia qui vicina ci ha troppo ricordato il film The Cove… Fortunatamente solo per l’aspetto, non per la mattanza).

Scattate tante belle foto risaliamo. E che salita. Tra il freddo polare, la fatica e il fiatone…

In macchina al calduccio saliamo verso il Lighthouse. Il paesaggio per arrivarci è quasi lunare, ricorda a tratti le vallate dell’Etna (Sicilia). Poi si arriva alla fine della strada ed eccolo, in tutto il suo splendore. Si erge maestoso e imponente, a sfidare i venti e le intemperie in generale. Ma sa anche essere scaldato dal sole. Il faro di Yaquina è, insieme a tanti altri fari della zona, aperto al pubblico. Non ricordo di essere mai entrata in nessun altro faro. Sempre vietato, sempre impossibile.

Yaquina Lighthouse at sunset – Photo by ViolaBlanca

Qui il paesaggio, a parte la vastità del Pacifico sottostante, ricorda il mio faro preferito, quello di Cap de Barbaria (Formentera, Isole Baleari, Spagna… Machevelodicoaffare?).

Entriamo e ci accolgono due stanzette: la oil room e la work room. Nella prima le taniche di olio che si usavano alla sua costruzione (1872), nella seconda una scrivania per tutte le annotazioni del guardiano. Già, il guardiano del faro… Un’aitante e convintissima ragazza ci spiega (solo quando ci avviciniamo alla scala per la salita, in attesa che altri turisti scendano, e solo dopo aver scoperto che siamo italiani) che in origine il faro non era la sola costruzione presente su questa piana. Infatti ci mostra delle fotografie dell’epoca in cui una casa principale, più un paio di altre minori, erano in prossimità del faro. Oltre a orti e un piccolo allevamento per il sostentamento delle famiglie che qui vi abitavano.

Con l’avvento dell’automazione le abitazioni sono state smantellate ed è resistito solo il protagonista: il faro.

Yaquina Lighthouse – Photo by ViolaBlanca

Saliamo. Scala in ferro originale, stretta. Altra faticaccia. In cima bisogna attendere che due persone scendano. La scala che porta all’ultima parte è ridotta e consente di arrivare alla sommità, quella per intenderci tutta a vetrate e dove si trova la luce. Caldo, luce accecante e panorama magnifico. Foto, foto, foto.

Ritorniamo alla macchina dopo aver evitato una gigantesca gatta pelosa sull’asfalto dl parcheggio. Sono cose belle.

Visitor’s map

È da ieri che me la mena con l’Acquario. E sia. Attraversiamo quindi il ponte di ieri e ci dirigiamo all’Oregon Coast Aquarium, a Newport. Brontolo come una vera pentola di fagioli. Ma cosa ci andiamo a fare all’acquario, dai? Vorrai mica mettere con l’Acquario di Genova?

Mi arrendo.

Per fortuna pare piccolo, gli concedo non più di un’ora.

E poi entriamo. E subito una vasca con un’anaconda. Mai vista prima d’ora. Con tanto di vittime. Due topi morti su una roccia e pian piano ci abituiamo all’oscurità e notiamo che tra le sue spire, nell’acqua, tiene un batuffolo di pelo bianco. Non è un topo, non può essere. E infatti è un coniglietto. Santo cielo! L’anaconda prova anche ad ingoiarselo, apre le sue fauci, ma poi ci ripensa. Evidentemente non è così affamato…

Poi usciamo perché alle 13 è previsto il sea otters feeling. Ci avviamo quindi verso l’esterno dove si trova la vasca. Attendiamo qualche minuto ed ecco lo spettacolo che ha inizio. Un vero cabaret. Con tanto di tirate di orecchie da parte delle due istruttrici che danno da mangiare alle lontre. Mah, andiamo avanti dai…

Rientriamo e proseguiamo il giro: piranhas, pesci tropicali, cavallucci marini, il tortuga caimano, l’alligatore, un pitone, il granchio più grande al mondo, il japanese spider crab, moon jelly e jellyfish…

Starfish at Oregon Coast Aquarium – Photo by ViolaBlanca

Fino a quando mi rendo conto che non esiste nessun divieto a fare fotografie. Non come all’Acquario di Genova. Quindi mi metto all’opera (non uso mai il flash ovviamente, anche se, al solito, molti lo fanno). Ed ecco che immortalo i cavallucci, le meduse, un piccolo squaletto, le stelle marine e gli anemoni di mare, una piccola razza, l’octopus, fino ad arrivare ai tunnel. Camminamenti in cui sei completamente circondata da pesci: sopra, sotto e ai lati. Quello con gli squali è molto suggestivo.

Finalmente si va a pranzo. Chiedo che si vada alla marina di Newport, ieri mi è piaciuta molto.

Mo’s at Newport – Photo by ViolaBlanca

Parcheggiamo, il vento non da tregua. Incredibilmente noto io un posticino molto colorato. Entriamo. Si chiama Mo’s. e all’interno scopriamo che è uno del locali storici di Newport, fondato dalla signora Mo, appunto. Foto con celebrità ne assicurano la fama (per esempio quelle con JFK).

Il pranzo è divino, nulla a che vedere con quello di ieri. La clam chowder, che oggi io prendo in bowl, è eccezionale. A seguire io e Lui abbiamo preso gli spiedini di scampi all’aglio. In Italia ti darebbero uno spiedino con 5 scampi, forse. Qui ti servono 3 spiedini con scampi ciascuno. Una goduria.

Ora sono pronta per l’ultima tappa. La Oregon Oyster Farm. Ci torniamo per acquistare le ostriche per stasera. Già, stasera è l’ultimo dell’anno. La Dinky ci ha consigliato di comprare le extra-small. Ma come, le extra-small? A me piacciono grandi e carnose. Ma lei ice che sono più dolci. E questa cosa mi suona strana…

Ripercorriamo la Yaquina Bay in direzione della farm. Sulla strada incontriamo una sola macchina. Il cui guidatore è fermo alla sua casella della posta per ritirarla. E fa tutto dal finestrino. Ovviamente.

Oggi sembra ci sia più movimento. Forse solo in apparenza. Infatti se anche c’è qualche macchina in più, l’interno è al solito: due commesse e stop. Facciamo quindi l’ordine, ma no ci limitiamo alle extra-small, prendiamo anche le small. Che, osservandole bene, sono comunque giganti! Poiché non abbiamo un frigorifero portatile ci danno le ostriche in sacco con del ghiaccio. E siamo così sicuri che la temperatura reggerà.

Si parte, si torna ad Albany.

yaquina bay road-toledo-albany

Ma questa volta percorriamo tutta la Yaquina Bay verso Toledo, dove incontriamo e prendiamo la route 20. Alla fine della baia abbiamo visto una gigantesca fabbrica di legname. All’interno di un suo magazzino arrivavano direttamente i vagoni del treno merci che trasporta i tronchi e preleva il legname tagliato. Davvero una struttura imponente.

in meno tempo rispetto all’andata arriviamo ad Albany. Un piccolo passaggio al market Fred Meyer per prosecco e sciampa per la serata e via a casa.

Uazzamericanbois. On the road. Sulla route 20 verso l’Oceano… Pacifico of course! Newport, Devils punchbowl, Depoe Bay (whale watching), Lincoln city. (day 6)

Oggi è giorno di gita. Ben due giorni di gita. LUI si è ripreso, ha pietà di me e quindi mi porta a pascolare. Sull’Oceano Pacifico per giunta!

La partenza da Albany avviene con uno splendido sole. Quindi si prospettano ottime fotografie.

Baci e abbracci con la Dinky, see you tomorrow, se non viene prima lei oggi al mare con la Diana e Phoebe (il retriever).

albany-newport

La strada verso Newport è bellissima. Si passa da Corvallis e poi si prende la route 20, immersa nel bosco, con attraversamenti anche su tratti nevosi. Splendido, conifere altissime, cassette della posta che sbucano all’improvviso dal nulla a bordo strada e che fanno intuire che da qualche parte nel bosco ci sia una casa. Questo è il bosco più bosco che abbia mai visto. Nemmeno la mia amica che vive nel bosco in Italia se lo sogna un posto così. Ma sempre mi domando come si possa vivere qui, se devi comprare il latte che fai? Dove vai? Non oso pensarci… È un eremitaggio, in parole povere…

Alla fine della route il bosco si apre su una strada in discesa che lascia intravedere laggiù in fondo dell’acqua. Il mare. L’Oceano.

Amazing Pacific Ocean – Photo by ViolaBlanca

L’esperienza più meravigliosa, vabbé che pignoli, una delle più meravigliose della mia vita. Una sola parola: infinito! Da togliere il fiato. Da non volersene più andare. Da pensare all’estate qui su questa che è una vera beach. Perché il Mediterraneo è calmo e talvolta ristretto (vedi il mar ligure), così ristretto che limita persino la mente (ahimé di molti ormai…) e le vedute. Qui non puoi non vedere il tutto di questo mondo, di queste onde, della sua spiaggia lunghissima e larghissima. Ma poi, da italiana, ti fermi un attimo e ti dici, che in fondo, qui il bagno non lo faresti di certo: sporca (poche storie, è sporca, non inquinata, ma sporca), ondosa (a meno che non si sia amanti del surf, windsurf e tutti i surf del mondo) e fredda. Vuoi mettere le placide acque di Formentera? Comunque sia, è da togliere il fiato.

Newport è una cittadina sull’Oceano con le classiche casette che si affacciano sulla beach, con la sua marina raccolta e il suo ponte incredibile. Newport è molto americana. Da non confondersi con la Newport che sta in California. Quella è la Newport Beach di O.C.

Già perché, se non lo avevate notato, negli USA moltissime città hanno gli stessi nomi. Perché? Perché quando sono state colonizzate le terre, chi se ne impossessava dava spesso il nome da cui proveniva e capitava quindi che gente proveniente dallo medesimo stato, città o regione europea appioppasse lo stesso nome alla sua nuova terra (per esempio Albany, dall’Albania). Ecco.

Detto questo prima di fermarci a Newport LUI mi dice: “Ora posso dirti il vero motivo per cui siamo qui!”. Oh mamma! Che paura, che spavento! “In questa zona, ma in particolare dove stiamo andando ora, ci sono gli avvistamenti delle balene, il whale watching”. Oh mamma! Quindi seguiamo la strada che da Newport conduce sulla costa verso Depoe Bay.

newport-devils punchbowl
Devils punchbowl – Photo by ViolaBlanca

Non prima però di aver fatto una sosta a Devils punchbowl, consigliatoci dalla Dinky. Qui il mare entra in un’enorme roccia scavata e quando è estremamente mosso gli spruzzi arrivano fino alla strada. Non oggi. Per me è agitato, ma evidentemente non dev’essere nulla in confronto alla sua reale potenza.

newport-depoe bay

Proseguiamo quindi verso Depoe Bay, zona in cui l’avvistamento delle balene è maggiore. E, guarda caso, la settimana dal 26 dicembre è quella in cui il passaggio è maggiore: si parla di una migrazione di 80.000 balene che dall’Alaska scendono in Baja Califonia per figliare. Secondo voi quante ne abbiamo viste? Zero! Ovvio, sebbene la gente sia posizionata sulla costa con tanto di binocolo, ci viene spiegato dal centro specializzato (il whale watching center) che le balene passano all’orizzonte.

http://www.whalespoken.org (logo)

Sapete a che distanza è l’orizzonte da riva? Molto, molto lontano. Nemmeno una balena è visibile ad occhio nudo. Il centro di avvistamento mette a disposizione binocoli e schermi che ingrandiscono l’orizzonte, ma in mezz’ora non c’è stato nulla da fare. Il giorno prima gli avvistamenti sono stati 27, quella mattina, fino al nostro arrivo, 15. L’allegato qui sotto aiuterà ad avere un’idea dei numeri di avvistamenti…

avvistamenti balene dal 26 dicembre 2010 al 1° gennaio 2011
http://www.whalespoken.org (page 1)
http://www.whalespoken.org (page 2)

Peccato. L’unica soluzione per poterle davvero vedere bene è l’uscita in barca, ma le condizioni meteo invernali non so se consentano le uscite. Al contrario, in primavera quando avviene il passaggio inverso, cioè il ritorno verso l’Alaska, tutto risulterebbe più facile. Il problema è che mentre in inverno la migrazione è concentrata in un periodo breve, in primavera-estate tutto è più dilatato. Quindi anche la possibilità di vederle con una certa frequenza.

Mi rifarò con i sea-lions, dai.

http://www.newportchowderbowl.com

Ora si va a pranzo e torniamo a Newport. Ci fermiamo al Chowder Bowl at Nye beach. Ci scofaniamo, io in verità, il Seafood Platter: Fried Fish, Shrimp, Oysters, Calamari, Clam Strips, Tiny Pacific Shrimp. served with golden fries, garlic bread and a cup of chowder. “You’ve never seen a platter so full“. Ecco, questa la descrizione del piatto. Ma nella sostanza nulla di che. La chowder (zuppa fatta con la carne contenuta nelle chele del granchio) è ottima, ma le ostriche fritte per una cultrice come me sono abominevoli. Non si può!!! E mai nessuno, dico mai nessuno, riuscirà a convincermi del contrario. Vorrei solo far notare che al tavolo vicino c’era una simpatica famigliola, il cui figliolo (eufemismo), mentre mangiava il suo bell’hamburger non perdeva occasione di pulirsi la bocca. Oh gioia, che personcina pulita… Peccato che lo facesse sulla manica della camicia a scacchi! Inguardabile! Solo dopo mie insistenti occhiatacce il padre si è alzato per prendergli dei tovaglioli…

http://www.oregonoyster.com

Mentre LUI spiluccava a causa di uno scarso appetito dilagante, leggiucchiava il da farsi e il da vedersi. E non mi trova mica la Oregon Oyster Farm, il paradiso per me? Si trova sulla Yaquina Bay, quindi dopo la marina di Newport.

yaquina bay jetties – Credits: alex1derr on flickr.com

Il paesaggio è molto bello. L’Oceano entra in Newport attraverso due jetties (moli) che convogliano le acque in una grande, enorme baia, la Yaquina Bay appunto. Grandi ville con molo privato si affacciano sulla baia, case disseminate qua e là, poche costruzioni. Fino ad arrivare alla farm. All’esterno cumuli, ma davvero cumuli di gusci d ostriche accolgono sognatori come me. L’interno è microscopico. Un negozio per la vendita e una vetrata che separa la zona di pulizia, lavaggio e apertura delle ostriche. Perché qui le vendono sia in guscio, che sgusciate (per quei folli che le mangiano fritte!). Oggi i lavoratori che potrebbero mostrarci come fanno il loro lavoro hanno la giornata libera. Decidiamo quindi di tornare domani mattina.

Oregon Oyster Farm – Photo by ViolaBlanca

Però che posto…

Yaquina Bay Bridge – Photo by ViolaBlanca
Yaquina Bay Bridge – Credits: http://www.allposters.it

Da qui facciamo un giro sul ponte che unisce la baia da un punto all’altro: lo Yaquina Bay Bridge, costruito nel 1936. Molto scenografico anche questo. Soprattutto con il sole al tramonto.

newport-lincoln city

Ora via verso Lincoln city, al nostro albergo.

The Starfish Manor Oceanfront Hotel (room 3) – Photo by ViolaBlanca

Quello scelto da LUI (sempre su tripadvisor) scopriamo essere al completo, ma la fortuna tanto per cambiare è dalla nostra: finiamo allo Starfish Manor Oceanfront Hotel, al primo posto tra quelli votati. Un sogno! Ci accoglie un tepore fantastico e una jacuzzi posizionata di fronte alle vetrate con vista sull’oceano. Per il dolce riposo un king size bed degno di tale nome.

Sogni d’oro, kisskiss…

Uazzamericanbois. Prigioniera in Oregon… (day 4)

Great truth – Photo by ViolaBlanca

…per colpa del malato… Immaginario???

Oggi i miei sogni si infrangono (dopo un giorno mi passa tutto però). LUI si alza malato, tanto malato. In più il meteo verso San Francisco è pessimo: stato d’allerta per tempesta. E per arrivarci, da qui, ci sono solo 2 possibilità: o la high 5, che ci fa però attraversare 5 passi (difficoltosi, pericolosi, se non impossibili, visto il tempo), oppure seguire la costa sulla 101, con l’inconveniente di allungare di molto una strada già di per sé lunga.

Quindi, si resta qui. Mi arrendo. Anche se oggi ho un po’ di nervo.

La Dinky ha quindi pietà di me e mi porta fuori. Oggi si fa un’uscita solo donne, LUI resta in casa. Noi girls, io, Dinky e dirty Diana, usciamo.

Devo raccontare una cosa che mi ha molto colpita. La Diana ieri sera ha dormito qui da noi, sul divano. Ecco, a quarant’anni suonati (quasi eh?), il fatto che le amiche facciano ancora questa cosa mi piace un casino. Da noi è impossibile. Primo perché tutte abbiamo una famiglia con figli da accudire. Secondo perché è una cosa più da adolescenti che con l’età si perde. Quindi mi piace scendere la mattina e trovare la Diana che dorme appallottolata sul divano e averla poi con noi già a colazione. Tutto questo perché il suo Joe lavorava, lei non era di turno, quindi se la poteva godere.

Altra particolarità della Diana è che pesca. Sarebbe il mito per mio fratello (lo è infatti poi diventata quando gliel’ho scritto!). Mio fratello, quel fratello che è cacciatore e ora pure pescatore. Quindi sapendo che venivo in Oregon mi ha dato 2 fogli di excel colmi di marche, modelli, items, colori, descrizioni e note varie (tra cui il prezzo medio in Italia). Perché abitualmente ordina da internet negli States, ma il salasso arriva dalle spese di shipping. Ecco quindi che non si tiene ed ecco il motivo della lista kilometrica.

Chi meglio della Diana può aiutarmi?

Prima meta della giornata è Bi-Mart, un po’ il fai da te americano. Ad aiutarci l’amichetto-venditore-conoscente della Diana, David. E io sono a cavallo. Buttando l’occhio tra le canne da pesca (non certo per interesse, solo per noia) vedo che sono in vendita anche le canne da pesca per bambini, tra cui quella della Barbie, delle principesse e di Rapunzel. Ah l’America, un vero paradiso della cazzata!

Ora ho fame. E voglio proprio gustarmi un vero burger americano.

Il posto migliore secondo le americane che mi fanno da guida è, guarda caso, il GameTime, ma solo perché oggi in cucina c’è qualcuno di molto valido. Quindi eccomi ad ordinare il mio primo Bacon Burger uazzamericanbois!

E il pane con cui me lo portano non è certo quello che ti propongono in Italia. Buono, divino. Devo farcirlo a piacere con pomodoro, cipolla rossa, lattuga e cetriolo. Opto per il solo pomodoro e cipolla rossa.

E addento. E godo…

Sono nuovamente sotto le luci della ribalta. Questa volta, oltre a Dinky e Diana, si è aggregata anche Shit-Muffin (non chiedete perché, non chiedete il vero nome, lo ignoro). Mi fissano incredule perché il vero burger va goduto, ci si deve sporcare quando lo si mangia. E osservano che io me lo sto godendo. Ma resto linda. Quindi il fatto è solo uno: non sanno mangiare!

Dopo questa goduria estrema facciamo un salto da Fred Meyer giusto per vedere se ci sono altre esche. Niente.

Quindi si va a Lebanon alla libreria Borders, dove la Dinky deve ritirare un libro (The Art of Racing in the Rain) e dove c’è una fantastica caffetteria in cui ti siedi e mentre sorseggi coffee (what else?) sfogli libri e scegli gli acquisti. Io compro un bellissimo libro sugli skylines americani a 4,99$, super offerta.

This is pizza??? – Photo by ViolaBlanca
What’s this??? – Photo by ViolaBlanca

È ora di rientrare, per recuperare LUI e ritornare a Corvallis. Stasera mi portano a mangiare la pizza (oh my God!) e dobbiamo incontrarci con Anna per conoscere i suoi 3 figli. La meta è Woodstock Pizza. E la pizza è ugly che più ugly non si può!

Meno male che la compagnia è ottima.

Da qui ci trasferiamo a casa di Anna. E resto affascinata da questi 3 bambini: dolci, tenerissimi e bravissimi (almeno ora con noi). Affettuosi, così affettuosi che quando ce ne andiamo ci abbracciano tutti e ci danno il bacio della buonanotte.

Nessun bambino italiano che conosco si comporta così. Come mai? Solo cultura e abitudini differenti? Andiamo a casa con questo dilemma…

A proposito di Barbie…

…notizia di oggi: “Arriva il calendario delle Barbie lesbiche” (fonte TgCom e ItaliaNews)

Ha fatto infuriare i manager della Mattel il curioso calendario ideato da due artisti argentini, Breno Costa e Guilherme Souza: il luneario delle Barbie lesbiche. Le foto mostrano la più famosa bambola del mondo in pose sexy e rigorosamente nuda. In alcuni di questi scatti è insiema ad un’altra protagonista di sesso femminile. “E’ un grido su come il sesso viene usato per vendere tutto in questa società“, si difendono i due artisti. Di ben altro tenore il commento dei responsabili della Mattel che meditano anche una replica legale al caso.

Qui sotto le foto incriminate. A voi giudicare…