Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 12 – 4 gennaio 2015. Il riposo ad Albany. Il bowling a Portland: Sunset Lanes

Oggi è la giornata della calma. Del riposo. Del sistemare e ordinare, del finire per poi ricominciare.

Iniziamo con una colazione nuova: la Dinky insegna a Lui a preparare la Jailhouse Breakfast, le uova cotte dentro la fetta di pane, colazione inventata dai galeotti a cui hanno pensato bene di affibbiare questo nome. Deliziosa, facile quindi ripetibile.

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Dopo si va per un ultimo giro da Costco (la scusa è comunque la spesa che Dinky e Michael devono fare), si pranza a casa e si iniziano (e finiscono) i bagagli. E questo richiede accuratezza e precisione perché questa volta abbiamo anche dei preziosissimi piatti degli inizi del Novecento che Dinky e Michael ci hanno regalato. Sempre più difficile. Pesa, togli di qui e aggiungi di là, alla fine tutto appare sotto controllo. Anche se, il piccolo zaino (che zaino non è perché trattasi di una borsa porta palla da bowling) che avevo riportato ai legittimi proprietari in realtà volerà ancora con noi in Italia. Vabbè, prima o poi si fermerà qui.

Nel tardo pomeriggio invece noi 3 andiamo di nuovo a Portland per incontrarci, guarda caso, con il Tato e la Valery. Regaliamo infatti alla nana una serata di felicità: la portiamo al suo adorato bowling, lo stesso dello scorso anno, quello che le ha fatto scoccare la scintilla (QUI quando ci siamo stati la prima volta).

Quindi ci troviamo dentro al Sunset Lanes per farla prima scatenare nella sala giochi, con il Tato e Valery che le regalano i punti accumulati e con cui lei già si pregusta i premi.

Prima di iniziare la nostra partita andiamo però a cena perché il bowling è strapieno per un evento privato. Allora usciamo, attraversiamo il piazzale ed entriamo nel ristorantino hawaiano dello scorso anno, quello che io avevo erroneamente (mamma mia, non si può mai sbagliare) chiamato Mon-Sat per aver letto sulla vetrina senza aver subito (questione di nanosecondi) realizzato che erano i giorni di apertura, ecchediamine!

Roxy’s, si chiama così. E quest’anno, lo ammetto, perché avevo fame e la mia mamma mi ha insegnato a non avanzare nulla, devo dire che ho mangiato ma non gustato. C’era poco da gustare. Da quando il cuoco originario che c’era lo scorso anno se n’è andato, la qualità conferma anche il Tato è calata. Era tutto terribile. Compresa la pasta con la maionese. Gesù…

Meno male che poi si torna dentro al bowling e posso affogare il disgusto in pinte e pinte di birra. E via alla sfida.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 11 – 3 gennaio 2015. Multnomah falls – Hoodriver (Full Sail brewery, Naked Winery)

I nostri primi programmi di andare a Vancouver (Canada) naufragano a causa delle pessime condizioni meteo: danno freddo e pioggia per i 2 giorni che avevamo programmato, quindi abbandoniamo l’idea. Il Tato ci ha proposto ieri sera le cascate Multnomah. Anche la Dinky me le aveva mostrate in foto e vedere quelle immagini di neve e gelo non è che mi avesse scaldato il cuore, diciamola tutta.

Ma prima di ammettere quanto sono stata felice di questa gita, devo dire che la mia giornata è iniziata con un solo pensiero: “Ma è vero? L’ho fatto davvero il tatuaggio?”. E dopo aver acceso la luce sul mio comodino me lo sono rimirata. Insomma, ancora crostoso, ma fiera e felice.

Dopo colazione partiamo presto perché l’appuntamento con il Tato e la Valery è a Portland per le 11. Ci incontriamo in un garage dove lasciamo la nostra macchina e andiamo tutti con quella del Tato e a farci compagnia anche Mister, il pit bull bianco di Valery, che non appena entriamo in macchina impazzisce. Lui è un cucciolone.

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Per fortuna avevo capito male e la strada da Portland alle cascate è di soli 40 minuti, tempo che vola davvero. Purtroppo la giornata è all’inizio caratterizzata da una pioggerella fine fine, anche se partiti da Albany c’era un sole splendido e una temperatura gradevole. Lungo la strada invece a farla da padrona è una leggere nebbiolina che coprirà l’intera passeggiata alle cascate.

Passeggiata sì.

O scarpinata.

Perché uno non è che arriva alle cascate, le vede, dice “uh, che belle”, scatta qualche foto, magari si spinge fino al ponte direttamente sotto la cascata e via, finito.

No.

Qui a Multnomah Falls se non ti incammini lungo la strada (spacciata come un solo miglio, ma mentono, sappiatelo!) che ti porta in cima alla cascata non sei nessuno. E sei venuto per niente.

Non posso ovviamente subire l’onta di esserci venuta a vuoto, quindi rimarcando il fatto che odio camminare e odio la natura mi inerpico.

Che comunque, scherzi a parte, la salita è lunga sì (un’oretta di camminata tranquilla su una stradina asfaltata), che pensi mentre vai su “santissima miseria ladra, quand’è che finisce?”, perché i geni hanno messo dei paletti a segnare i punti di risalita, man mano che si cambia direzione (della serie salgo monte a destra, arrivo alla curva che mi fa andare monte a sinistra e così via). Bene, ad ogni cambio di direzione, dicevo, un paletto ti segna questo benedetto “1 di 11”, poi “2 di 11” e così via, che io penso solo sia una maledizione, perché anche se i numeri cambiano non è che si esauriscono e l’agonia della salita è scandita da questo conto alla rovescia che, a mio modesto avviso (quello di una che odia camminare, lo ripeto nel caso non si fosse capito) prolungano solo l’agonia anziché essere un toccasana.

Poi arrivi in cima e inizia una discesa.

No, non vale! Volevo che il ritorno fosse tutto in discesa, ora avrò anche questa salita da fare!

Il tratto è breve, non più asfaltato, ma fangoso.

E poi sei in cima.

Sopra la cascata.

Miracolo! Sono sopravvissuta.

E dall’alto vedi la maestosità e la potenza di quest’acqua che si getta a capofitto di sotto. Ne vedo solo una parte, va bene, la nebbia c’è, ma vuoi se ne è valsa la pena? Soprattutto perché mai avrei immaginato di crepare di caldo, qui in Oregon, facendo questa cosa.

E invece…

Cronometro la discesa, manco fossi una naufrago che non vede l’ora di toccare terra: 29 minuti. Miseria, la camminata di oggi mi dispensa dal farne un’altra nel corso dell’anno. O forse è solo servita, in parte, a bruciare le calorie che mi ingurgito giornalmente con sandwich di tacchino e formaggio a colazione, hamburger e salsine varie.

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Siamo affamati, convinco la nana a resistere dal rimpinzarsi con schifezze dello snack bar e via verso Hoodriver.

fino a hoodriver

Pranziamo in una brewery, alla Full Sail. Dove faccio un errore madornale: chiedo che mettano nel mio buonissimo hambuerger il blue cheese. Ovvero, come rovinarlo. Peccato.

Comunque la qualità del cibo qui alla Full Sail è eccezionale, per le birre… Vale un po’ il discorso della Rogue di Newport (QUI dove ne parlo): anche provando le più blande, trovo sempre un retrogusto amarognolo che mi disturba. Ma, ripeto, non faccio testo io, mi limito a Corona e San Miguel.

Dopo pranzo (sono ormai le 17) andiamo alla Naked Winery, almeno mi rifaccio un po’. Solo che io pensavo che questa fosse un vigneto dove fare le degustazioni, come ce ne sono un sacco nella zona (lo sapevate che qui si produce anche il vino?) e invece mi ritrovo in una vineria.ma guai a chiamarla semplice e banale vienria. Questo è un paradiso per me.

Perché tutto ruota intorno al sesso ed è tutto un’allusione unica. A partire dai nomi dei vini, proseguendo con i gadgets venduti e terminando con la possibilità di fare foto idiote (che non mi sono ovviamente risparmiata) con tatuaggi finti e cartelloni vari.

Bellissima! Il vino? Come dice Lui, succo di frutta, siamo abituati ad altro.

Alle 18 circa rimontiamo in macchina, dopo aver fatto pascolare un po’ Mister e via verso Portland, poi Albany. Tutti secchi in macchina, io cerco di stare sveglia nella tratta Portland-Albany, ma che fatica.

Giornata intensa, saltiamo persino la cena.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 10 – 2 gennaio 2015. Woodburn – Corvallis (il mio primo – e ultimo – tattoo)

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Oggi è IL GIORNO!

Meta odierna è l’outlet di Woodburn, dove siamo già stati lo scorso anno. Solo che oggi le cose sono un po’ cambiate. Almeno per quanto riguarda l’affluenza: infatti quando siamo venuti io e Lui probabilmente se non eravamo gli unici clienti poco ci mancava. Questa volta invece il posto brulica di gente.

Con noi anche la Dinky e Michael e ci raggiungono Sergio e Valery.

Inizio alle danze.

Bottino della giornata: un paio di Converse pelose, una confezione di vari prodotti Redken (il mio leitmotiv dell’anno è provare ogni sorta di shampoo e conditioner professionale), midi-rings e abbigliamento per la nana da Tommy Hilfiger.

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Un pranzo veloce (un burrito gigante che mi riempie all’inverosimile) e via verso Corvallis per la missione. La mia.

Oggi mi faccio un tatuaggio. Il mio primo tatuaggio (e non intendo andare oltre). Mesi che me lo volevo regalare, oggi lo faccio.

Esco in questo modo definitivamente dal gruppo dei non tatuati e alla mia veneranda età mi faccio marchiare. Ma del resto lo sono già, non faccio altro che distogliere l’attenzione dal mio punto debole per focalizzare l’idiozia della gente altrove. Tutto qui.

Dinky e Michael mi portano da Joey, il loro tatuatore di fiducia. E appena vedo la scritta del negozio le gambe iniziano a cedere. Ormai ci sono però, lo voglio.

Joey mi è stato descritto come un burbero, e potevo solo immaginare che fosse uno di quei tipi che piace a me, uno di quelli che ti tratta (bonariamente?) male.

Gli mostro cosa voglio, dove lo voglio e subito si mette all’opera. Disinfetta la parte, e con una penna ripete il disegno che gli mostro. Tempo dell’operazione: 7 nanosecondi. Va bene, mi piace.

La Dinky nel pomeriggio mi ha raccontato (e mostrato) che il tatuaggio che voglio io si chiama Traditional American Tattoo. Grande soddisfazione, sono qui, decido di fare un tatuaggio qui e lo stile che mi piace ha esattamente a che fare con gli States. Coincidenza o caso.

Joey allestisce il suo banco di lavoro: i colori, gli aghi (non uno solo), disinfettante ed è pronto. Lui. Io no.

Gli chiedo se fa male e lui mi risponde serenamente con un “a me no”. Scimunito. Chiedo quanto male fa. E intanto mi ritraggo. E nuovamente mi da una delle sue risposte: “sei mai stata graffiata da un gatto? Ecco, stessa cosa”.

Allora inizia.

E il mio “porca puttana” urlato nel locale, con tanto di avventori, credo che se lo ricorderanno per un po’. Io di certo ricorderò quanto la Dinky per distrarmi mi riferisce: che una ragazza presente che dice di sapere lo spagnolo traduce agli altri che devo aver detto qualcosa che ha a che fare con una puzzola.

Se vabbè.

Joey va avanti, io soffro, sudo e morsico istericamente il lecca lecca che mi hanno dato. Chiedo dell’alcol. Da bere. E il Tato, anche lui presente con Valery, va a caccia per me.

Sono patetica. Sono una patetica fifona. Ma sono così tanto patetica che non me ne frega nulla di essere così patetica. E quindi vado avanti con le mie scene. Patetiche. Fino a quando raggiungo l’apice e gli dico: “Joey caro, non so che gatti hai tu, ma i miei non graffiano così!”.

Dopo questo mi placo.

Anche perché il mio tattoo è finito.

Tempo dell’operazione: 10 minuti.

Peccato, già finito. Selfie di rito con Joey, pago, baci e abbracci.

Sono adrenalica, tremo anche quando sono fuori. Ma non mangio nulla a cena: sono piena dal pranzo, e felice e appagata dal regalo che mi sono fatta.

Chissà se è vero che una volta che inizi poi non smetti più…

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(QUI la pagina facebook di Joey e del suo Sacred Art.)

Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 9 – 1 gennaio 2015, New Year’s Day

Albany – Corvallis

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Primo giorno del nuovo anno, ci svegliamo e alziamo con calma. Colazione a casa e poi decidiamo il da farsi.

Io inizio con i buoni propositi per il nuovo anno, sarebbe bello se riuscissi a crearne uno al giorno… A realizzarlo e mantenerlo poi… Chissà. La giornata è un po’ indolente, ma ci sta. Usciamo comunque con Dinky per vedere se riusciamo a trovare qualcosa di aperto, ma è tutto chiuso. Solo Coastal è la mia certezza, aperto anche se non trovo nulla di che, nemmeno una camicia di jeans. Mi toccherà davvero cercarla a Milano nei saldi. E io detesto andare per saldi. Anche se il mio mantra è mai comprare a prezzo pieno. Ma questa è un’altra storia.

Un giro per Albany alla ricerca di qualcosa di aperto ci convince a tornare a casa. Risotto giallo per pranzo.

Nel pomeriggio andiamo a Corvallis a trovare l’Anna e i bambini, siamo ai saluti finali perché dopo domani partiamo per andare a Vancouver. Quindi stiamo un po’ insieme, assaporiamo l’atmosfera del camino e il Rose Bowl in televisione, il campionato di football tra i college. Oggi vince l’Oregon!

Baci e abbracci, Ethan mi saluta con un “arrivederci” come solo un americano potrebbe dire. Lo amo! Nathalie ci stringe e ci dice “all’anno prossimo” e la Sammy… La Sammy è un tripudio di bollicine, frizzante, scatenata, sveglia e oltre ogni misura. La adoro!

A presto…

E stasera ci aspetta il crab. Diamoci dentro!

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 8 – 31 dicembre 2014, New Year’s Eve

Newport (Nye Beach) – Albany

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Anche oggi il primo pensiero va a quello che c’è dietro il pesante tendone della stanza. Lo scosto e mi riempio il cuore. E lo spirito.

Doccia, capelli e quando esco dal bagno ad attendermi un regalo. Che è un segno dal cielo, una coincidenza o pura botta di culo: ginger bread latte consegnato caldo caldo dall’Anna. E la cosa incredibile é che io mi sono svegliata esattamente con la voglia di ginger bread latte. Anna poi mi racconterà che lei aveva chiesto un caffè normale con latte, ma il destino ha invece voluto giocare a mio favore. Bellissimo.

Mi rifiuto di scendere a far finta di fare colazione e chiedo a Lui se mi porta una banana. Piuttost che nient…

Oggi lasciamo il motel e Newport per tornare ad Albany. E oggi è anche il 31, ultimo giorno dell’anno.

Non andiamo però via subito. Appena lasciato il motel andiamo a Yaquina Lighthouse perché vorrei che anche la nana salisse nel faro in cui siamo stati io e Lui 4 anni fa (QUI dove ne avevo già scritto). Purtroppo però oggi non è possibile entrarci perché stanno facendo dei lavori di tinteggiatura quindi rinunciamo tutti. Inoltre essendo l’entrata all’area a pagamento (7,00$) e non potendoci salire non ha senso rimanere qui. Dirottiamo la ciurma allora (a cui stamattina si é aggiunto anche Gator) verso l’altro farò vicino al ponte. Siamo allo Yaquina Bay Lighthouse, la cui apertura però è alle 12. Oggi va così.

Foto di gruppo, prima ai bambini poi a noi, al panorama e l’orecchio teso ad ascoltare i sea lions che sono giù al mare e fanno un macello incredibile. Dopo andiamo anche da loro.

Ora dobbiamo portare i bambini all’Oregon Coast Aquarium qui a Newport, dove io e Lui siamo già stati, ma dove ci eravamo anche ripromessi di tornarci con lei perché la parte dedicata ai predatori del mare è bellissima.

Altra foto di gruppo, questa volta tutti insieme, all’entrata (ricordo che non mi lascio certo scappare) e via alle danze. Si inizia con la parte esterna dei sea lions e delle foche, viste giuste nel momento del feeding. Si passa poi agli uccelli acquatici; si entra quindi nella zona delle vasche che riproducono i vari mari per poi entrare in una nuova zona dedicata ai bambini per far scoprire e conoscere il mare. Ma non solo. Una delle strutture più interessanti è senz’altro la cabina in cui poter sperimentare (senza gli effetti devastanti) la potenza di un hurricane e che i bambini a turno provano. Qui si insegna anche il rispetto per il mare, con la pesca di tutto quello che al mare non appartiene. E si gioca al teatro marino in cui poter giocare alle varie creature del mare. Bellissima zona. Abbiamo lasciato per ultima la zona degli squali, la meravigliosa vasca in cui scorrazzano predatori dalla varie misure. Non solo squali quindi, ma anche storioni e mante. E persino un paio di sub nella vasca che scattano foto. Ma la bellezza di questo posto è data dalla forma della vasca: imponente è ad arco in cui poterci passare in mezzo, con gli squali che nuotano ai lati, di sotto e sopra. Piace molto.

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Ritiro la foto ricordo e andiamo poi a mangiare qui vicino.

Il luogo é stato scelto da Anna che lo ha già frequentato svariate volte con i bambini e, nonostante lo scetticismo di Dinky, devo ammettere che quanto abbiamo mangiato qui è eccezionale. Siamo alla Rogue Brewery. Dove Lui voleva venire da tempo. E ora ci siamo.

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Per entrare si passa attraverso una grossa cisterna rossa, che contrasta meravigliosamente con il blu del cielo e la bandiera sventolante degli USA.

Prendo come appetizer uno Spuce Gin Oyster Shooter (un bicchierino, uno shot appunto, di 2 ostriche della zona immerse in una salsa rossa a base di Gin) e mezza libbra di Kobe Bacon Cheese Burger, di una squisitezza imbarazzante. Provo qualche birra, ma le trovo tutte con un retrogusto piuttosto amarognolo, non sono il massimo per me, ma non ci capisco una cippa io, bevo solo San Miguel e Corona…

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Ultima corsa sulla spiaggia per cani e bambini e via verso la Marina di Newport. A vedere i sea lions, ma vederli davvero ad un palmo di naso. Bellissimi, incazzusi e massicci.

Presi dall’entusiasmo di essere circondati da tutto questo mare, questi pescherecci, compriamo 3 Dungeness Crabs (giganti) che qui vendono già bolliti, in previsione del nostro cenone ci stanno bene.

Via a casa.

E dopo un paio di giorni di assenza da casa l’accoglienza non poteva essere peggiore: un freddo che più freddo non si può, ci sono -1°C in casa!!! Aiut! Stiamo vestiti il più possibile in attesa che la temperatura si ripristini e ceniamo a basa di minestrina in brodo (che noi adoriamo!). Bollicine e attendiamo la mezzanotte tutti svegli guardano dei filmoni belli romantici: Love Actually e P.S. I love you, romanticone noi…

Buon Anno, Buon Anno alla nostra famiglia allargata.

 

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 7 – 30 dicembre 2014. Ancora dall’Oceano…

Newport (Nye Beach)

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Nottata infame: Lui russa come se avessi al mio fianco un carrarmato, un cingolato, che ne so io… Mentre le due ladies se la dormono alla grande. Il rumore dell’oceano nel cuore della notte è attutito dallo spessore del vetro, peccato.

Quando spunta la luce lo sguardo va inevitabilmente fuori dalla finestra: scosto i tendoni e lo spettacolo è anche oggi imponente. Stamattina persino Lui che non fotografa mai nulla non resiste alla tentazione di immortalare la scena.

La Sammy è l’ultima a svegliarsi, nonostante Anna mi abbia detto che in genere tra le 6 e le 7 è già in piedi. Invece da noi si dorme. Loro. Sono le 8, con calma, molta calma, andiamo a fare colazione e devo dire che la sorpresa non è affatto piacevole: quello che offre il motel mi intristisce, waffles congelati da rinvenire mi intristiscono, quindi afferro una banana e ringrazio il cielo che la Dinky abbia bussato poco prima con un caffè di Starbucks.

Quando poi tutti sono pronti ci dirigiamo con le macchine alla volta della gita di oggi: Florence, lungo la 101, la nostra Aurelia in pratica, che corre lungo tutta la costa a sud. Ci fermiamo ogni tanto per catturare degli scorci scenografici da paura, come per esempio la spiaggia che ospita centinaia e centinaia di sea lions. Rumorosi, divertenti e tanti. Tantissimi.

E qui avviene la scena da film. Quella in cui noi stiamo parlando in italiano e un lui qualunque si avvicina e dice: “Italiani? Ciao, mi chiamo Massimiliano“. Vive a Eugene da 6 anni, sposato con una ragazza della zona, ma con la quale ha vissuto a Firenze fino al momento in cui, raccattata baracca e burattini, famiglia con 2 bambini annessa e connessa, ha deciso di mollare tutto per ricominciare qui, inseguendo il sogno americano. E a suo dire si sta bene, si sta molto bene, anche se la madre patria manca. Per tante e piccole cose. Ma la situazione italiana era (ed è) diventata esasperante. E bla bla… Non solo cervelli in fuga. Anche famiglie fatte e finite. Meditiamo gente, meditiamo…

Le soste sono anche caratterizzate dalla presenza di molti volontari pronti a spiegare cosa sta accadendo al largo, laggiù nell’Oceano: questa è infatti la settimana in cui le balene si muovono verso il Messico (ne avevo parlato a gennaio 2011 QUI). E molti si fermano nelle piazzole per osservare l’orizzonte, ma senza cannocchiale gli avvistamenti sono difficili. Tranne Lui che riesce in uno di questi stop a vedere gli sbuffi delle balene.

E anche gli altri.

Io no.

Sigh.

Rassegnata mi avvicino ai volontari che presenziano queste zone di avvistamento e che spiegano nel dettaglio il funzionamento della fisiologia dei cetacei, come si nutrono e come si muovono. Sono persone accomunate dalla passione per la natura, generose di particolari. Ascoltarli è un piacere e scopro così cose nuove. Come ad esempio che non hanno denti, ma una sorta di spatola su cui si deposita il cibo (costituito da piccoli organismi, il famoso plancton) e che viene poi leccato per essere ingerito. Una sorta di “forse non tutti sanno che…”.

Prima di arrivare a Florence ci fermiamo anche al Spouting Horn, una cavità naturale che a seconda delle maree e della quantità di acqua che vi entra crea il caratteristico sbuffo o geyser o spruzzo. Detto anche “sputo” (da qui il nome “spouting”).

Ah, la temperatura odierna? Oggi fa un freddo inenarrabile, impossibile stare senza guanti, mi si congelano le mani. Tanto che qui a Spounnting Hole le pozze d’acqua lungo la strada sono ghiacciate. Ma il blu del cielo in contrasto con quello del mare ha la sua sporca motivazione di essere così

Arriviamo a Florence che è ora di pranzo.

Florence mi ricorda molto Seaside, visitata lo scorso anno sempre tutti insieme mentre eravamo ad Astoria (QUI dove ne scrivevo): strada principale piccola, piena di negozietti tipici che vendono cose da mare (surf shop), ristorantini e t-shirt shop dove trovo delle magliette troppo belle a 5,00$. Poche macchine che passano per la strada, ne approfittiamo per portare a spasso i cani prima di andare a pranzo.

E andiamo al Margarita Deck dove mangio un burrito. Niente margarita da bere. Acqua.

Quando usciamo riprendiamo le macchine per dirigerci verso le dune, una zona vastissima che gli amanti dei quad conoscono bene, dove possono scorrazzare per miglia e miglia a bordo dell’Oceano. Purtroppo la temperatura è davvero insopportabile, il gelo è pesante. Scendiamo per avvicinarci ad un molo dove ci sono tre persone intente alla pesca del granchio, cosa che fanno abitualmente anche la Dinky e Michael.

Come avviene la pesca al granchio? In grosse gabbie di ferro viene piazzata un’esca, in genere qualche pezzo di carne di pollo puzzolente, fissata ad una cima e buttata giù. Il tempo di immersione è di circa una ventina di minuti. Poi si tira su e si fa la conta: non più di 12 crabs al giorno, solo i maschi e non le femmine.

L’aria è gelida, rientriamo in macchina per andare a cercare se qualcuno sta scalando le dune con i quad.

E troviamo un gruppo che è appena partito. Vederli arrampicarsi con il loro mezzo su queste dune gigantesche è spettacolare. Mi piacerebbe scalarne una perché immagino le foto spettacolari circondata dalla sabbia. Ma niente, è vietato.

E per la serie “lo sapevate che”… Lo sapevate che qui per andare sui quad occorre un patentino specifico? E lo sapevate che per la pesca al granchio e ai gamberi occorre una licenza dal costo annuale di 5,00$? Eh? Eh? Lo sapevate?

Io no.

Rientriamo a Newport in tempo per fare andare a sguazzare in piscina i bambini per un’oretta prima di cena. Cena che si consuma in un thai, nulla di speciale. A nanna.

Domani è l’ultimo dell’anno.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 6 – 29 dicembre 2014. Tutti in gita! Sull’Oceano a Newport

Albany – Newport (Nye Beach)

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Oggi partiamo per una gita di un paio di giorni sull’Oceano. La nana ancora con i bambini dall’Anna, ci ritroviamo direttamente a Newport.

La Phoebe non appena vede i bagagli si agita come una vera bionda e non sta più nel…pelo, quindi salta in macchina felice e si parte.

La strada verso Newport (la US 20) è la stessa che abbiamo fatto la prima volta (QUI il post che ne parlava), solo che oggi la neve che ci accompagnava lungo certi tratti per fortuna non c’è. E il tragitto mi sembra anche più corto, tanto che poco dopo che alzo la testa da questa tastiera vedo in lontananza il blu dell’oceano. Siamo arrivati.

Ci fermiamo all’entrata della cittadina, al Newport Café per pranzare e riunirci finalmente alla nana. Che effetto vederla scendere dalla macchina e trovarmi di fronte una nuova lei con tanto di stivali a punta e jeans con simbolo della pace stampato sopra. Capelli incasinati e pellicciotto senza maniche. Bellissima. Non dovrei essere io a dirlo, chi mi conosce sa che non sono un cuore di mamma o, come mi chiama la Dinky, la classica “mama bear”, ma mi è mancata e sono felice ora di vederla e avere la certezza che è stata non bene, ma benissimo.

Ma veniamo al nostro pranzo, perché ne vale davvero la pena. Il Newport Cafè è un posto piccolo, pochi tavoli e sull’angolo di una via trafficata, forse uno di quesi posti che se non conosci non frequenti. Invece è così caratteristico e particolare e il cibo buonissimo che rimpiango di non averlo conosciuto prima e rimpiango pure il fatto che non ci tornerò, se non la prossima visita che ci vedrà qui a Newport.

Mentre non ci siamo ancora praticamente seduti i bambini al loro tavolo hanno già davanti ai loro musi una tazza di cioccolata calda con panna e cannuccia, noi allora ci piazziamo e posso iniziare a guardarmi in giro e leggere il menù. Anna e la Dinky mi dicono che qui la clam chowder è buonissima, quindi ne ordino una bowl. E con Lui divido come antipasto un piatto di popcorn shimps. E il piatto principale è lo steamed crab, il granchio. Che non avevo mai mangiato con tanto di pinze e mani. E che commozione… Buonissimo tutto. Di più.

Dopo pranzo andiamo al nostro hotel che scopro con piacere essere un motel. No, così, per dire, mi piace l’idea del motel… Siamo tutti al Waves Motel, le cui stanze affacciano tutte sul maestoso Oceano. E che tutti abbiamo voglia di toccare con mano, quindi ognuno con il proprio bicchierone di Starbacks in mano camminiamo fino alla spiaggia.

Che ogni volta mi fa lo stesso effetto.

Maestoso.

Da togliere il fiato.

Infinito.

Calmante.

Dove l’unica cosa che puoi fare è iniziare a camminarci in lungo e in largo, spingendoti prima verso la sua riva, poi seguendo un percorso immaginario che ti porta da qualche parte, ma sempre su quella sabbia. E il cielo azzurro intenso di oggi aiuta ad allargare la mente.

Inspiro.

E cammino.

E penso che l’unica cosa migliore da fare su quest’immensità sia camminare con un cane a farti compagnia.

Noi ne abbiamo due, 4 bambini rumorosi, ma tutto è perfetto così.

Non vorrei essere da nessun’altra parte se non qui.

Non potrei essere con nessun altro se non con tutti loro.

Prendiamo poi una salita che dalla spiaggia ci porta ad un parco giochi (giusto perché i 4 non si sono sfogati abbastanza sulla spiaggia, no?) e dopo poco rientriamo verso il motel perché vogliono andare a inaugurare la piscina interna. E Lui li accompagna, ci sarà anche la sauna da fare.

Mentre io sono qui in camera, con un panorama mozzafiato dalla mia finestra, il sole che tramonta e tinge tutto di arancione e rosso, a ricordare cosa è stato.

Quando ritornano tutti nelle camere, docce veloci, capelli perfettamente asciugati e via a cena. Scegliamo qualcosa di velcoe e vicino, ci fermiamo allo Chalet dove prendo solo una tomato soup bella calda.

Sammy dorme in camera con noi, quindi le due donzelle si piazzano nel loro Queen Size Bed vicino al nostro, Alice in Wonderland alla tele e poco dopo cala il silenzio. Tutti stravolti.

Ma felici.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 5 – 28 dicembre 2014. Shopping day @Portland: Washington Square

Portland: Washington Square

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La nana sta alla grande: oggi Anna porta i bambini a fare shopping e poi in piscina, come lo scorso anno. Insomma, scialla alla grande.

Noi invece, con Lui ormai ripreso, andiamo prima da Shirley May’s per la colazione con Dinky e Michael, poi a Portland dal Tato e dalla Valery per vedere la nuova casa. E se Dio vuole si va pure a fare shopping!

Il navigatore riporta 1 ora e 27 minuti per arrivare a destino, quasi come andare in Liguria. Solo che qui le distanze fanno meno impressione. Ecco.

La casa del Tato non è più a Beaverton, ma Hillsboro, poco distante da dove era prima. Gialla e grande, calda e accogliente con tanto di lucine sul tetto per Natale e sulla porta pronto a farci “la festa” Mister. Mister è un pit bull. Il pit bull bianco bellissimo che Valery ha portato con sé. Un cane più muscoloso e massiccio non lo avevo ancora mai toccato, le dicerie su questa razza posso solo confermare sono causate dalla stupidità del genere umano. Mister è un giocherellone con tanta voglia di attenzione.

Spitfire il gatto del Tato come al solito è sotto le coperte, lui praticamente vive rintanato lì sotto. La convivenza con Mister è basata sul reciproco ignorarsi. Anche perché pare che Mister le becchi alla grande dal gatto di casa…

Ora si va al mall dove ci sono gli After Christmas Sales, vogliamo parlarne? Washington Square è sempre una garanzia. Sì certo, una garanzia per Lui che va a colpo sicuro nel negozio della Apple e da A&F, e sulla garanzia che io mi limiterò per mancanza di materia prima in grado di darmi soddisfazione. Mi dedico quindi al classicissimo Victoria’s Secret, con le mutandine e pigiami d’ordinanza e da A&F per la nana. Poi annuso velocemente da Nordstrom il corner deidcato a Topshop, senza potermici dedicare approfonditamente, mannaggia. Mi sento come se avessi 3 condor in attesa della mia carcassa. Nessuna soddisfazione.

E comunque il tempo passa velocemente, troppo velocemente e oggi che è domenica il mall chiude alle 19,00, ristoranti compresi. Quindi ci dobbiamo muovere se vogliamo cenare al Seafood Portland Company.

Un bicchiere di prosecco ad accogliermi, un appetizer da dividere a base di calamari e gamberi fritti con salse di accompagnamento e granchio con carciofi. Io poi prendo una zuppa di frutti di mare, che qui chiamano Cioppino. Deliziosa e saporita.

Alle 19,00 chiude tutto, andiamo via anche noi: il Tato e la Valery verso Portland, noi ritorniamo ad Albany.

Vado a letto prestissimo, sono cotta.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 4 – 27 dicembre 2014. Albany

Albany

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Stamattina dovevamo essere in altre faccende affaccendati e invece…

Invece Lui ancora malato, ci saltano ancora i programmi anche se pare voglia provare a riposarsi per un paio di orette per vedere come va. Magari si riprende.

Quindi mentre Lui sale a dormire dopo colazione (a base di un tonificante uova con bacon) noi ci inventiamo qualcosa tra un’occhiata alla tv, uno alle mail (spazzatura), un tentativo di acchiappare prima il gatto Lagna poi la gatta Shakespeare, una lavata ai piatti e alle tazze della colazione, la doccia, i capelli, aspetta che finisco tutta l’acqua calda visto che ci sono, poi proseguo nel diario di bordo mentre la nana vicino a me crea braccialetti di tutti i tipi in tutte le salse, e ora che ci penso potevo pure fare un bucato mannaggia.

Poi la Dinky ci propone di fare la Pumpkin Pie e allora dai che così finalmente apro quel barattolo di purea di zucca già pronta che sono 2 giorni che la vedo sul tavolo della cucina e sono troppo curiosa. Ma le sorprese “pronte all’uso” non finiscono qui. Infatti la base per le torte, tipo pasta sfoglia avete presente no, ecco quella qui non è né fresca, né arrotolata, ma già bella stesa surgelata nella sua teglia tonda d’alluminio pronta per essere farcita e messa in forno. Fatica pari a zero. Anche meno.

Ecco quindi la ricetta della Pumpkin Pie versione USA.

Ingredienti:

  • una lattina di purea di zucca, pari a 425g
  • 3 uova intere
  • 250ml panna liquida
  • 50ml latte
  • 3 cucchiaini rasi rasi di mix per pumpkin pie (oserei dire fondamentale)
  • ingrediente segreto: pepe, una macinata.

In forno a 180°C per 50 minuti (l’importante è che la superficie non si crepi). Servita con panna rigorosamente montata in casa. Yummi!

(Per chi volesse, QUI è possibile confrontare la versione della Pumpkin Pie USA con quella UK).

Dopo aver fatto questa e una seconda torta per Michael, a base di pecan e cioccolato, resta buona parte del pomeriggio da occupare. Salgo quindi di sopra per verificare le sue condizioni e dorme ancora. Mi appoggio un attimo anche io… E si fanno le 18, quando mi sveglia l’abbaiare della Phoebe: è arrivato qualcuno. E Lui sale dicendomi che la nana va dall’Anna con i bambini che sono venuti a prenderla: preparo 2 cose, spazzolino e pigiama, un bel bacio e un abbraccio ai bambini ed eccola felice e scalpitante salire in macchina con loro. Va bene così, era questo l’intento: che lei stesse il più possibile con i bambini per imparare la lingua. E divertirsi.

Ora che siamo tutti in piedi ne approfittiamo per portarci fuori, un passaggio veloce da Walmart. Peccato che a poche centinaia di metri dalla destinazione la macchina si ferma.

Si spegne.

Siamo a secco.

Cribbio!

Non abbiamo altra scelta che andarci a piedi: e la cosa pazzesca è che lo vedi lì davanti a te, quasi riesci a toccarlo, ma man mano che cammini, per giunta sferzata dal vento e da una pioggia fine fine, sembra sempre più inavvicinabile. Risultato: entriamo da Walmart bagnati fradici, ma fradici veri, con tanto di goccioline sulla faccia e sui capelli. Di corsa ad acchiappare gli asciugamani per asciugarci e possiamo comprare quello che ci serve.

Stasera una meravigliosa pastina con il brodo di tacchino preparato dal Michael non ce lo leva nessuno.

Notte.

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Uozzamericanbois. #weneverstop – Day 3 – 26 dicembre 2014. Oregon Zoo a Portland

Oregon Zoo, Portland

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Il tempo è ancora dalla nostra parte: non piove e non fa freddo. E se piove riusciamo sempre a scampare lo scroscio. Cielo azzurro e nuvoloni che vanno e vengono. Fa meno freddo che a Milano.

A scombinarci però i piani arriva il nostro eroe: si è ammalato, cosa che succede sempre durante le vacanze per il rilascio fisico. O per la mancanza di smog nei polmoni. Sempre detto che l’aria salubre fa male.

Quindi saltano i piani che avevamo concordato ieri sera con il Tato di andare al mall e poi a vedere le zoo lights a Portland. Tutto da rifare: Lui sta a casa, febbricitante e dolorante, con la speranza e l’intento che si riprenda. Io, la nana, Dinky e Michael invece partiamo presto per Portland così da andare a visitare lo zoo e restare dentro per le luci.

Prima tappa a Portland è al McDrive per un pasto veloce, poi è la volta dello zoo. Entriamo per le 14, un orario che mi sembra esagerato se dobbiamo tirare le 18 per vedere le luci e incontrarci con il Tato, ma alla fine mi rendo conto che non siamo riusciti a vedere tutto. Lo zoo è gigantesco e spesso gli animali sono dei timidoni che non si fanno nemmeno vedere. Ad esempio l’orso polare: nessuna traccia.

Gli ultimi contatti che abbiamo avuto con degli zoo risalgono a un paio di anni fa con il Safari Park di Pombia e lo scorso anno in gita con la sua classe alle Cornelle. Dove gli animali vivono in grandi habitat ricreati per ogni specie.

Qui a Portland è la stessa cosa: zone immense in cui gli animali di ogni specie ritrovano (più o meno) il loro originario ambiente.

Spettacolari condor ormai quasi estinti, facoceri, aquile, orso bruno, giaguari, cougar, elefanti indiani, rettili e manguste, e i bellissimi pipistrelli che vincono il premio come creature migliori dello zoo, si passa dal Great Northwest al Pacific Shores, dall’Asia alle Fragile Forests per finire con l’Africa. Il tutto in un tempo interminabile. Tanto che il buio avanza e le luci si accendono.

Le zoolight sono qualcosa di incredibile, tanto che tutti vengono a vederle in questo periodo e la coda di macchine in autostrada e la fila interminabile di persone in attesa di entrare sono la prova della spettacolarità di questa attrattiva. Luci di tutti i colori a riprodurre gli animali dello zoo, ma non solo. Atmosfere natalizie, paesaggi marinari, draghi e farfalle dai mille colori. Una magia.

Ringraziamo i santi che hanno detto a Dinky di venire sin dal pomeriggio per riuscire a vedere lo zoo prima e le luci dopo, ed avendoci evitato code e freddo. Freddo. Non che la temperatura sia ideale per fare una passeggiata così lunga all’aria aperta, ma avevamo altra opzione? Ne è valsa la pena, eccome, ma che dispiacere sentire la mia bambina alla fine che tremava e che non riusciva a trattenere le lacrime per la stanchezza e il freddo…

Ci riuniamo quindi al Tato e a Valery che sono fuori impossibilitati ad entrare per almeno 45 minuti di coda e decidiamo di andare subito a cena, sono alla fine le 19,30. E su suo suggerimento finiamo in quello che secondo lui era un ristorante tex-mex-fusion, ma che altro non è che un italiano fatto e finito.

Un italiano, capite?

Mingo, con tanto di menù completamente fake che suddivide le pietanze in insalate, primo e secondo. Peccato che nel primo includa anche l’antipasto, un piatto di polpo e nei secondi la pasta (con Gnocchi alla romana – in cui è specificato che “Non ci sono patate”) e le carni (tra cui il “pollo alle cacciatore”). Gesù…

Comunque il mio polpo con pomodorini arrostiti e spezie era piccantissimo, ma davvero delizioso. La nana ha preso la pasta al sugo di carne, che credevamo fosse un ragù invece erano straccetti di carne, anche questo molto saporito. Non mi dilungherò sulla caraffa di Averna che mi hanno portato quando ho chiesto l’amaro: con tanto di cannucce, come se fosse davvero un cocktail. E che comunque mi sono finita alla goccia.

Appena saliamo in macchina crolliamo addormentate entrambe. A casa Lui sembra stare meglio, e del resto domani è un altro giorno…

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