Dove e come regalare giocattoli usati. Lettera aperta. IL SEGUITO…

Tutto è bene quel che finisce bene…

L’antefatto. Ricordate che chiedevo aiuto alla mia amica Chiara su dritte per regalare qualche gioco usato (ma tenuto bene) della mia nana? Ricordate che mi ero fatta in quattro per cercare di donarli al reparto pediatrico dell’ospedale Buzzi, grazie anche a quanto mi era stato suggerito dal negozio di giocattoli De Ponti? Non c’era stato nulla da fare, ospedale e associazioni categoriche: si ricevono solo giocattoli nuovi nella confezione originale.

Bene. Che poi è un male, perché non ritrovo la logica di scartare categoricamente tutto senza possibilità di fare una qualche selezione.

Un’altra mia amica, la Monica, mi è fortunatamente venuta in soccorso (grazie anche a tutte quelle che mi hanno dato consigli e suggerimenti in privato). La soluzione finale? La Mangiagalli, incredibile, un ospedale dello stesso circuito del Buzzi.

Le volontarie del reparto di Chirurgia Pediatrica del Padiglione Alfieri (4° piano) sono state ben felici di ricevere cucina di Hello Kitty accuratamente pulita, stoviglie coordinate passate in lavastoviglie, puzzle e valigette di colori. Tanto che hanno anche regalato una scatola di pennarelli alla nana che ho voluto far venire con me.

Le volontarie aspettano tutto quanto le mamme milanesi vorranno portare ai bambini ricoverati presso il reparto.

Tutto questo accadeva giovedì 6 dicembre, in quello che si sospettava essere il giorno antecedente la prima nevicata milanese…

Grazie Monica.

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Dove e come regalare giocattoli usati. Lettera aperta

Rispondo pubblicamente alla richiesta di aiuto a cui questa mia amica ha cercato prontamente di aiutarmi. Devo piazzare un giocattolo di mia figlia che ormai non utilizza più, in ottime condizioni e mi piacerebbe regalarlo a chi ne ha bisogno. Ma non mi pare sia così facile. Ecco qui la storia.

Innanzitutto, grazie Chiara!

Chiara mi scrive: “Se ti può essere utile, esiste un profilo su facebook che si chiama “Te lo regalo se lo vieni a prendere” il cui titolo spiega tutto!“. Ho dato un’occhiata al gruppo e mi sono pure vista il video da 21minuti. Che racchiude una grande verità nascosta. Ma mi sono detta, appena finito e a sangue freddo: quanto siamo realmente pronti ad accettare giocattoli usati da altri bambini per i nostri figli? Io mi sono sinceramente risposta: non credo che li prenderei. Sono egoista? Forse semplicemente sincera e realista. Pure schietta.

Quindi sono tornata sui miei passi: darli al nido di via Induno, beh, so che non sono mai abbastanza, ma assicuro che li ho davvero riempiti in questi anni. E il gioco che ho in mente non è adatto ai bambini così piccoli.

Venerdì ero dal De Ponti (consumista!) per cercare un regalo per una festa a cui la nana dovrà andare oggi. E ho chiesto loro dove poterli portare, partendo dal presupposto che la mia intenzione è regalarli al Buzzi. Mi è stato detto che all’interno dell’ospedale opera l’ABIO. Quindi ci vado, ma il banchetto era vuoto. Il portinaio mi dice che c’è un’altra associazione che si chiama OBM, sempre all’interno dell’ospedale. Vado e incontro una signora che squadra libidinosamente il sacchetto che avevo in mano con il pacchetto. E capisco perché: mi dice che loro accettano solo giocattoli nuovi. Ma come? Mi è sembrata una cosa molto strana: non dovrebbero essere i primi a raccogliere quanto gli viene regalato, prendendo in considerazione anche cose usate. Ovvio, il punto di partenza è che le condizioni siano ottime (il nostro caso). Pensavo che queste associazioni funzionassero in questo modo, che la parola “beneficienza” non coincidesse con “consumismo” (e qui ritorno al video sopra citato, per favore, se avete tempo guardatelo). Nella mia testolina il concetto di “beneficienza” viene associato con “aiuto” e qui Wikipedia mi viene in soccorso:

Nell’ambito del servizio sociale la beneficenza è intesa come una delle tipologie d’intervento finalizzate a rispondere ai bisogni degli utenti.

Nel caso in questione: io voglio regalare la cucina di Hello Kitty al reparto pediatrico dell’ospedale Buzzi. Non rispondo in questo caso alla definizione, cioè un bisogno agli utenti, vale a dire i bambini che sfortunatamente si trovano a dover trascorrere del tempo in ospedale? Forse mi sbaglio.

La mia amica Chiara mi scrive anche:

“Se sono giochi super belli (ma non per lattanti) potrei portarli alla scuola elementare di Leo (cercavano puzzle e cose del genere). Se hai invece libri nuovi o come nuovi per bambini o per adulti, sappi che sto cercando qualcosa per la bancarella che faremo nella prossima festa a scuola per raccogliere fondi perchè, come tutte le scuole pubbliche, ne ha bisogno…”

Ovvio che concordo. E credo che anche la scuola pubblica abbia bisogno del sostegno di tutti i cittadini (mancando totalmente quello del governo).

Ma resta fermo il principio che questi giochi mi pacerebbe proprio donarli ai bambini ospedalizzati. Allora telefono all’ABIO e una signora molto gentile e disponibile mi informa che anche per loro vale lo stesso discorso: solo giocattoli nuovi, nella confezione originale e integra. Insisto per cercare di capire come mai ed ecco svelato l’arcano: mi assicura che negli anni si sono visti recapitare di tutto, quando invece veniva data loro la garanzia della perfetta qualità dei giocattoli recapitati presso la  fondazione. Posso capire, ma verificare o poter scegliere tra quanto viene regalato non sarebbe un bene per tutti? Irremovibili. Mi consiglia di telefonare direttamente alla pediatria del Buzzi per sentire se esiste la possibilità di scavalcare le associazioni e ricevere direttamente dei regali. Anche qui la solita risposta: solo giocattoli nuovi in confezione originale.

Sono al punto di partenza.

Se cerco su internet cosa poterne fare appaiono forum di mamme che parlano dei negozi baby-boom, non beneficienza, ma conto vendita. Non ci siamo, non è quello che voglio.

Pensavo di andare a chiedere all’oratorio della nostra chiesa di zona (che non frequentiamo) e sperare che il prete non si ricordi di me e non mi dica nuovamente che è disposto a sposarci in quattro e quattr’otto se solo gli diamo l’ok…

Idee? Suggerimenti?

Grazie

Milano. Come Lapo. Peggio di Lapo. Ma un comune mortale paga sempre!

Ieri sera, ore 22,30. Passeggiando sul MIO Naviglio io e il mio compagno di merende arriviamo all’Osteria del Pallone. E inizio a notare uno strano traffico: tram fermi, macchine in fila. Una lunga fila che con il passare dei minuti aumenta a vista d’occhio.

Che succede?

Ci avviamo verso l’origine del “tappo”. Siamo alla Darsena, di fronte alla Rinomata Gelateria (capito quale?)

Ricordate poche settimane fa il caso del Suv di Lapo mollato selvaggiamente sulle rotaie del tram in San Gottardo?

Ecco, è accaduta la stessa cosa. Con la differenza che l’auto in questione, una Classe A, apparteneva ad un comune mortale. Un poveraccio che magari alla fine guadagna mille euro al mese, uno che dopo un bel po’ di tempo si è palesato entrando in macchina di soppiatto. Ha consegnato i documenti al vigile (l’ultimo vero ghisa milanese, capito il genere “Benvenuto al Nord”?), è uscito dal parcheggio selvaggio che si è creato ed è andato a fermarsi più vanti in modo da poter proseguire con le mazzate da parte dei ghisa.

Il tram bloccato dal parcheggio selvaggio/1 – Instagram by ViolaBlanca

E i passanti? Flash di fotografie, risate, improperi buttati lì (che l’ho capito pure io che è un deficiente, maddai…), una signora addirittura ha domandato quanto sarebbe costato il giochetto al ghisa imbarazzato che le ha risposto “eh signò, mica sono io a decidere, bisogna considerare un sacco di fattori e se ne occuperà la persona competente”, insomma quelle belle balle lì…).

Per fortuna, nessun applauso o fischi di sorta all’arrivo del disgraziato…

Il tram bloccato dal parcheggio selvaggio/2 – Instagram by ViolaBlanca

E in soldoni? Prima multa appioppata: 80,00€, a seguire le altre per i minuti di blocco del traffico moltiplicato per i tram che si sono fermati.

Ne ho contati 4…

I Vigili di Milano. Predicano bene, ma razzolano male…

Venerdì sera. Rientriamo dalla nostra cena (al Santo Bevitore, acquisto Groupon), e facendo una romantica – si fa per dire – passeggiata, eccoci quasi a casa.

In via Govone passiamo davanti al ristorante Al Borgo, e curiosiamo osservando la desolazione che regna all’interno: pochi, pochissimi tavoli occupati. Ma facciamo che è ancora presto (sono quasi le 22,00)??? Sì, dai!

Uno dei tavoli è occupato però da 2 vigili. Fin qui nulla di strano. Chiaro. Peccato che fatti i pochi passi che ci separano dall’angolo con la via Gran San Bernardo vediamo la volante simpaticamente parcheggiata dove non si potrebbe. Anzi, dove proprio non si può.

Ecco la volante incriminata, parcheggiata tra la via Govone e la via Gran San Bernardo – Photo by ViolaBlanca

Mi fermo e inizio a scattare qualche foto. Appena in tempo, perché i due vigili in questione stanno uscendo dal ristorante e risalgono in macchina.

Perché a loro è concesso? Non ditemi per esempio che non avete mai assistito ai parcheggi selvaggi della Polizia Locale o di vedere il conducente di una di queste macchine al cellulare…

Volevo complimentarmi personalmente per questo gesto che scusanti non ha. Complimenti all’esempio dato da nostri vigili.

Facebook Stranamore o CSI Facebook?

Oggi non posso esimermi dal parlare di Facebook: amato, odiato, temuto, respinto, osannato, disprezzato, ma mondialmente conosciuto. Poche ciance!

Oggi leggerete di due storie d’amore e di tradimenti, senza il duello per soddisfazione (ci mancherebbe pure!), principesse da salvare (no, quelle ci sono), mostri e draghi da battere (anche di questi ne abbiamo), e la trama si dipanerà sotto i vostri occhi. Come per un sogno. Sì, ma sogno d’amore. Come quando la principessa di turno viene svegliata dal bacio del suo principe, e portata via dal palazzo di Barbablù (o se preferite, salvata dalla torre in cui si è rinchiusa di sua spontanea per evitare di essere baciata per sbaglio da Shrek).

La prima storia.

Una mia amica (che chiameremo Anastasia), conviveva da 6 anni con un vero e proprio orso. Tralasciamo il perché, il percome, soprattutto perché non l’abbia fatto prima. Non ci interessa questo. Interessa solo il potere di Facebook. Anastasia non è felice. E non ne fa mistero nemmeno sulla propria bacheca.  Un bel dì, come nelle migliori favole, inizia a ricevere delle mail sulla posta di fb da un tale, amico di sua sorella. Lui è simpatico, carino, la fa sorridere e accantonare temporaneamente, il tempo di una mail che si protrae per ore e ore, la sua vita con il fidanzato ufficiale. Poi l’incontro. Doveroso? Obbligato? Evitabile? Al destino non gliela si fa mica così facilmente… Un aperitivo galeotto: c’è da subito del feeling, ma lui, il principe azzurro la riporta alla realtà e l’allontana. Solo per rivedersi il giorno dopo, quello dopo e il seguente ancora. E la passione prima li travolge, poi li avvicina, infine li fa innamorare. Come due patate. Al che Anastasia prende la stoica, tanto rimandata decisione: molla l’orso (che non potrà far altro che piangere sui propri errori e sulle proprie mancanze) e va a vivere con il principe azzurro. Subito così. Cosa doveva fare? Aspettare? Aspettare cosa?

Ecco, una sola cosetta… Peccato aver saputo così all’ultimo il reale legame di conoscenza tra lui e la sorella di Anastasia: mai visti, mai parlati di persona. Ecco, CSI Facebook stai all’erta quindi…

La seconda storia, invece, riguarda un’altra amica (ah, che fonte di ispirazione che siete… che chiameremo Genoveffa, solo per comodità). Sposata, con figli, un bel dì accetta l’amicizia sull’orrido marchingegno (ops, scusate, a volte mi faccio prendere dalle emozioni) volevo dire su fb, di un’amica di una sua amica. Si scrivono, si frequentano, tutto bene.

Ad un certo punto l’amica, la nuova arrivata, sparisce dalla sua bacheca (che è un po’ come dire “dalla sua vita”). Genoveffa è basita, non sa cosa pensare. Salvo poi capire che l’amicona in questione si era “fatta” amica di suo marito. Che poi si era “fatta” in senso biblico. Soffiandoglielo sotto la sua bacheca… Inaudito! Il proseguimento? Il divorzio, l’unica soluzione.

Il mio augurio alle nuove coppie è di stare sempre vigili, mai abbassare la guardia…

E voi, avete storie d’amore iniziate o finite grazie o per colpa di fb? E quanto vi fidereste di una partner conosciuto su fb? Fb è il nuovo giocattolo per chi cerca compagnia? Diffidare o fidarsi?

Tutta “colpa” di IMAFestival (part 2)… Io e la Ludmilla (Radchenko)

Premessa: se volete leggere la part 1 di questo pezzo andate qui.

by Ludmilla Radchenko – http://www.ludmillapopart.it

Pensavate fosse finita? Il Festival è finito, teatro (dal Verme) chiuso, vincitori (e vinti, me compresa) a casa, premi in saccoccia. E stop.

Invece no. Non posso essere egoista e lasciarvi così, con quell’amaro in bocca, quel senso di inadeguatezza dovuto al “io non so, perché non c’ero, tu invece sai, perché c’eri”. Ecco, una roba così.

Dunque, conclusasi la storia del video, con trucco e parrucco annesso e connesso, resta da fare “solo” il passo finale. Andare alla finale, appunto. Oltre a prepararmi psicologicamente (mai, mai pronta, perchè quello che m’ammazza è il non sapere cosa m’aspetta), mi devo preparare anche esteticamente.

Quindi procedo come segue.

Giovedì, festa nazionale, la mia carta di credito festa non ne ha fatta. Missione odierna, lo shopping. 10CorsoComo, (per non farsi mancare nulla), Zara, poi Rinascente. E visto che ci sono vado anche a prenotare il trucco, ma quello vero, per domenica mattina da Sephora (così scopro che si pagano 10€ per un “trucco giorno” e 15€ per un “trucco sera”). Ma alla Rinascente, io che, lo sapete, sono lontana anni luce da rimmel o mascara che dir si voglia, ombretti, matite varie e rossetti, mi innamoro. E la mia prossima mission sarà farmi applicare le ciglia finte di Shu Uemura.

Venerdì è la volta del parrucco. Ed eccoci al dunque. Ultimamente quando vado dal mio Extro (meritevole citarlo!) succede sempre qualcosa. A parte che, andandoci in taxi (già sapete no, che è il mio mezzo di trasporto preferito) l’autista che mi ci porta è spessissimo una donna. E la cosa ha già dell’incredibile. L’ultima volta poi, per esempio, parla di qua che ti parlo di là, viene fuori che una collega della mia taxista di turno ha scritto un libro. Come resistere. Ne faccio poco dopo un pezzo per l’altra testata su cui scrivo. Ovvio!

Ma questa volta, beh, il caso, la coincidenza, il destino, si sono messi insieme e hanno fatto un lavoro meticoloso. Mentre sono all’operazione “stai ferma che con la spazzola ti tiro tutti i capelli”, fase contemporanea al “non ti muovere altrimenti non riesco a stendere bene lo smalto rosso”, lei entra. La noto, ma non la riconosco.

Pantalone stretto, strettissimo, su gamba kilometrica e tacco pazzesco. Alzo lo sguardo: giacchetta di pelle fucsia, occhiale da sole a lenti tonde e cappello borsalino grigio. Baci e abbracci con tutti i ragazzi del salone, il mio Roby compreso. E poi sento il nome: “ciao Ludmilla”.

Cosa? Ludmilla? Quella stessa Ludmilla Radchenko che sarà all’evento per cui mi sto preparando? No, non è possibile. Tra tutte le persone che entrano qui, oggi lei? È una coincidenza pazzesca.

Quindi, che faccio, sto zitta? Me la lascio scappare? Giammai! E mentre lei parla con Roby sul trattamento alla cheratina per i suoi biondissimi e perfettissimi capelli, io le dico: “Ciao, sai che tu presenterai l’evento di domenica in cui sono finalista?”. Anche simpatica io, carina…

E come risposta ottengo un secco: “Io non presento, io espongo! A presentare ci sarà il mio fidanzato, quello bello delle Iene”. E risponde al cellulare che giusto in quel momento stava squillando.

Simpatica. Come una stalattite che ti cade in testa!

Salvo poi ritrovarla domenica sera, alla premiazione finale. Secondo voi cosa stava facendo? Aveva un microfono in mano e una cartellina… Quasi fosse una valletta, ecco.

Letto per voi: “Giuro che non mi sposo” di Elizabeth Gilbert. Il seguito di “Mangia prega ama”.

“Qualche anno fa scrissi un libro intitolato Mangia prega ama, che raccontava la storia di un viaggio solitario per il mondo, intrapreso dopo un divorzio traumatico. L’ho pubblicato intorno ai trentacinque anni e per me ha rappresentato una svolta come autrice. Prima di allora, ero conosciuta nei circoli letterari come una donna che scriveva prevalentemente per e sugli uomini. (…) Inoltre, i personaggi dei miei primi tre libri erano prototipi di virilità: pescatori di aragoste, cacciatori, camionisti e falegnami.
(…) Tra difficoltà sentimentali e ossessioni professionali, ero talmente assorbita dal tema dell’identità maschile da non soffermarmi mai a riflettere su quella femminile. E men che meno sulla mia specifica identità di donna.
(…) Ecco perché, quando intorno ai trent’anni sprofondai in una grave depressione, non fui in grado di comprendere né di spiegare che cosa mi stesse succedendo.
(…) Sola, divorziata e con il cuore a pezzi, abbandonai tutto e mi presi un anno per viaggiare e guardarmi dentro, dedicando a me stessa tutta l’attenzione che avevo dedicato all’ineffabile cowboy americano. Quindi, essendo una scrittrice, scrissi un libro sull’argomento”.
Con la sincerità e l’ironia che hanno fatto di Mangia prega ama un bestseller da 10 milioni di copie, Elizabeth Gilbert riprende il racconto da dove l’aveva lasciato per affrontare il tema controverso e affascinante del grande “sì” in tutte le sue sfumature e implicazioni. In Giuro che non mi sposo torna a mettere in scena le inquietudini, le paure, gli slanci e i desideri nascosti suoi e di tutte le donne, regalandoci un nuovo libro pieno di incontri, di storie e di piccole, formidabili rivelazioni.

“… e vissero felici, divorziati e contenti” . Doveva finire così l’irripetibile favola di Elizabeth Gilbert e del suo Felipe. Alla fine di Mangia prega ama li avevamo lasciati sulla spiaggia di Bali, innamoratissimi e decisi a non sposarsi mai più. Un primo matrimonio rovinosamente fallito per ciascuno era più che sufficiente: d’ora in avanti avrebbero celebrato l’amore a modo loro, senza bisogno di riti ufficiali, senza vincoli e senza il rischio di future complicazioni legali. Insieme, avrebbero vissuto ciascuno la sua vita; avrebbero continuato a viaggiare e lavorare come prima, con Philadelphia come base e il passaporto sempre in tasca. Ma i solerti agenti del Dipartimento per l’immigrazione e la sicurezza dell’aeroporto di Dallas avevano in mente un finale diverso. Per loro, il brasiliano Felipe, con i suoi frequenti andirivieni tra l’America e il resto del mondo, era solo un altro ospite indesiderato, sospettato di risiedere clandestinamente nel Paese e come tale punibile con l’espulsione. Solo le nozze con la sua americanissima e recalcitrante fidanzata avrebbero potuto consentirgli di rimettere piede legalmente negli Stati Uniti…

La mia intervista a Stefania Nascimbeni per “101 motivi per cui le donne preferiscono gli stronzi”, titolo profetico!

Tra i 101 motivi per cui le donne preferiscono gli stronzi:
Lo stronzo è un amabile adulatore
Lo stronzo vi tiene in pugno, ha sempre l’ultima parola
Lo stronzo ha un sorriso irresistibile
Lo stronzo è sexy e sa fare bene l’amore
Lo stronzo è schietto, del genere «Sono così, io te l’avevo detto…»
Lo stronzo non lascia, si fa lasciare!
Lo stronzo ti conquista con la voce
È magnetico, come una calamita
Conquistare lo stronzo è un’impresa che avvince
Le donne sono convinte di poter cambiare in meglio lo stronzo
Un piccolo assaggio di quanto contenuto nel libro di Stefania Nascimbeni, “101 motivi per cui le donne preferiscono gli stronzi” (Newton Compton editori).

Chiacchierando con Stefania…

101 motivi per cui le donne preferiscono gli stronzi in 100 parole?
101 in 100? sono troppe, davvero, e farei confusione. Nello specifico te ne dico un paio: noi donne siamo quelle che “l’amore che move il sole e l’altre stelle”: a monte di tutto saremmo disposte a tutto pur di vivere davvero questo sentimento. Dal farci andare bene il fedifrago per antonomasia, a quello arido che sa solo aprire il portafoglio, o quello scettico che ti condisce con i suoi melensi stati umorali sulle relazioni infelici. Noi donne amiamo l’amore prima di tutto, il resto viene da sé.

Dall’uscita del libro, come è cambiata la tua percezione nei confronti del maschio (se è cambiata)?
Pensavo di eludere un po’ questa domanda, levandomi al di sopra delle parti. E invece ti dico che sono sempre ferma allo start, per quel che mi riguarda. Cioè degli uomini (i miei) ci capivo poco prima e ci capisco meno adesso, o comunque sia uguale! Riguardo agli altri è tutto molto più chiaro invece, comincio a cogliere l’evolversi di una situazione già dai primi passi che lui, Mr. S, il deficiente compie.
L’altro giorno ero dal parrucchiere e una signora, parlando del mio libro, mi ha detto: “Tu si che hai capito tutto!”. Mi ha fatto così sorridere…

Ti è capitato di ricevere critiche? Se sì, a che proposito?
Critiche? Ma sai che non ancora… Sto aspettando sulla riva del fiume, tanto prima o poi il cinese rompicoglioni passa sempre!

Cosa ti scrivono i lettori?
Mi chiedono consigli sentimentali, ti stupirà saperlo, specialmente i ragazzi! Che è come se parlassero con me per avere l’illuminazione sul genere femminile… Cerco di essere obiettiva e li minaccio di morte quando li vedo ridursi a zerbino al cospetto di una stronza (eggià, ci sono anche le Mrs S!), ma poi mi rendo conto che una donna, in amore, non sa mai che cosa vuole e allora ogni consiglio è quasi inutile. Dato che la donna in essere potrebbe aver già cambiato idea/strategia nel frattempo.
Le ragazze invece mi scrivono che hanno apprezzato il libro, che l’hanno trovato ironico, ma tremendamente vero e per nulla stupido. Molte mi hanno perfino detto che sono cambiate dopo la lettura. Sono felice per loro.

Prossimo progetto?
Per il prossimo anno sto lavorando a un nuovo saggio di costume della Newton Compton, sempre per il periodo di Natale, che in un certo senso potrebbe essere l’evoluzione di questo 101.
Ma stavolta si parla proprio di relazioni, anzi di amore!
E poi, vabbè, sto sempre aspettando che Gesù bambino legga la mia letterina del Natale scorso e si decida a far recapitare i miei due manoscritti in cerca di editore a chi dovere (uno è un romanzo che ho appena finito, anzi, non ancora corretto del tutto).

La domanda che vorrei…
La domanda che vorrei? Perché scrivere? Risposta: perché ci sono tante cose che vorrei dire sulla vita, il mondo, tante storie interessanti che piacerebbero alla gente, perché poi la gente siamo noi (io) in molti casi. Con quello stile un po’ frizzante, del tutto personale, io racconto degli spaccati di realtà, da un lato miei da un lato raccontati. Che sono certa appartengano a tutti.
Insomma, leggere per credere… Scrivere è anche leggere, e leggere è in parte vivere!

L’autore
Stefania Nascimbeni
studia e lavora nella comunicazione. È stata ufficio stampa e giornalista nei settori moda, arte e lifestyle, sia per aziende che come libera professionista. Nel 2007 comincia a scrivere alcuni racconti e soprattutto il suo primo romanzo. Attualmente scrive su due blog di successo: ilovegaia.style.it e dottoressacalvi.menstyle.it (che prendono le voci di Gaia e della dottoressa Calvi, due suoi personaggi), oltre al suo blog personale.

Italia retrograda!

Stamattina. Suona il citofono, rispondo: “Buongiorno, ufficiale giudiziario, c’è il signor LUI?”

Panico. Cosa cacchio ha combinato questa volta?

Risposta: “No”. E basta.

La donna incalza: “Lei è la moglie?

Risposta: “No”. E basta. Meglio dire il meno possibile, in questi casi.

Lei deve restare un po’ perplessa, ed esitante mi domanda: “Ma, ho citofonato la casa giusta, mi sembra?

Risposta: “”. Meglio essere omertose.

Incoraggiata quindi l’ufficiale prosegue: “Allora è la convivente?

Ma perché non mi ha chiesto se ero la donna delle pulizie?

Risposta: “”. Questa volta non posso tirarmi indietro.

Allora, tutta pimpante per il suo successo personale, mi chiede di poter entrare o di andarle io incontro. Che venga lei.

Le apro la porta, la accolgo sulla soglia e subito attacco: “Ma com’è che quando serve noi conviventi non contiamo nulla, ma quando serve a voi allora va bene tutto?”. Glissa la domanda e mi chiede di poter entrare: “Sa, per non parlare dei fatti suoi all’aperto…”. La scusa.

Mi scosto, la faccio entrare e attacco di nuovo, con la bava. “Allora, come mai posso ritirare un documento – che si rivelerà solo una scocciatura per il Signor LUI – ma quando si tratta di cose più serie il convivente non esiste?”.

Ma guardi, io devo solo consegnare questa convocazione, quindi a me bastava che in casa ci fosse qualcuno, altrimenti avrei lasciato in portineria”. Quindi andava bene anche il Ben?

Morale: per le cose brutte la convivente va sempre bene, anche l’amante, nel caso; per cose belle o importanti, lo Stato riconosce ancora solo l’ufficializzazione della coppia. Che tristezza. Infinita tristezza. Basata su quella che è una farsa. Voluta, pensata e organizzata. Quando non imposta. Ah, se non ci foste arrivati, la farsa in questione si chiama “matrimonio”. Italia retrograda!

Uazzamericanbois. Prigioniera in Oregon… (day 4)

Great truth – Photo by ViolaBlanca

…per colpa del malato… Immaginario???

Oggi i miei sogni si infrangono (dopo un giorno mi passa tutto però). LUI si alza malato, tanto malato. In più il meteo verso San Francisco è pessimo: stato d’allerta per tempesta. E per arrivarci, da qui, ci sono solo 2 possibilità: o la high 5, che ci fa però attraversare 5 passi (difficoltosi, pericolosi, se non impossibili, visto il tempo), oppure seguire la costa sulla 101, con l’inconveniente di allungare di molto una strada già di per sé lunga.

Quindi, si resta qui. Mi arrendo. Anche se oggi ho un po’ di nervo.

La Dinky ha quindi pietà di me e mi porta fuori. Oggi si fa un’uscita solo donne, LUI resta in casa. Noi girls, io, Dinky e dirty Diana, usciamo.

Devo raccontare una cosa che mi ha molto colpita. La Diana ieri sera ha dormito qui da noi, sul divano. Ecco, a quarant’anni suonati (quasi eh?), il fatto che le amiche facciano ancora questa cosa mi piace un casino. Da noi è impossibile. Primo perché tutte abbiamo una famiglia con figli da accudire. Secondo perché è una cosa più da adolescenti che con l’età si perde. Quindi mi piace scendere la mattina e trovare la Diana che dorme appallottolata sul divano e averla poi con noi già a colazione. Tutto questo perché il suo Joe lavorava, lei non era di turno, quindi se la poteva godere.

Altra particolarità della Diana è che pesca. Sarebbe il mito per mio fratello (lo è infatti poi diventata quando gliel’ho scritto!). Mio fratello, quel fratello che è cacciatore e ora pure pescatore. Quindi sapendo che venivo in Oregon mi ha dato 2 fogli di excel colmi di marche, modelli, items, colori, descrizioni e note varie (tra cui il prezzo medio in Italia). Perché abitualmente ordina da internet negli States, ma il salasso arriva dalle spese di shipping. Ecco quindi che non si tiene ed ecco il motivo della lista kilometrica.

Chi meglio della Diana può aiutarmi?

Prima meta della giornata è Bi-Mart, un po’ il fai da te americano. Ad aiutarci l’amichetto-venditore-conoscente della Diana, David. E io sono a cavallo. Buttando l’occhio tra le canne da pesca (non certo per interesse, solo per noia) vedo che sono in vendita anche le canne da pesca per bambini, tra cui quella della Barbie, delle principesse e di Rapunzel. Ah l’America, un vero paradiso della cazzata!

Ora ho fame. E voglio proprio gustarmi un vero burger americano.

Il posto migliore secondo le americane che mi fanno da guida è, guarda caso, il GameTime, ma solo perché oggi in cucina c’è qualcuno di molto valido. Quindi eccomi ad ordinare il mio primo Bacon Burger uazzamericanbois!

E il pane con cui me lo portano non è certo quello che ti propongono in Italia. Buono, divino. Devo farcirlo a piacere con pomodoro, cipolla rossa, lattuga e cetriolo. Opto per il solo pomodoro e cipolla rossa.

E addento. E godo…

Sono nuovamente sotto le luci della ribalta. Questa volta, oltre a Dinky e Diana, si è aggregata anche Shit-Muffin (non chiedete perché, non chiedete il vero nome, lo ignoro). Mi fissano incredule perché il vero burger va goduto, ci si deve sporcare quando lo si mangia. E osservano che io me lo sto godendo. Ma resto linda. Quindi il fatto è solo uno: non sanno mangiare!

Dopo questa goduria estrema facciamo un salto da Fred Meyer giusto per vedere se ci sono altre esche. Niente.

Quindi si va a Lebanon alla libreria Borders, dove la Dinky deve ritirare un libro (The Art of Racing in the Rain) e dove c’è una fantastica caffetteria in cui ti siedi e mentre sorseggi coffee (what else?) sfogli libri e scegli gli acquisti. Io compro un bellissimo libro sugli skylines americani a 4,99$, super offerta.

This is pizza??? – Photo by ViolaBlanca
What’s this??? – Photo by ViolaBlanca

È ora di rientrare, per recuperare LUI e ritornare a Corvallis. Stasera mi portano a mangiare la pizza (oh my God!) e dobbiamo incontrarci con Anna per conoscere i suoi 3 figli. La meta è Woodstock Pizza. E la pizza è ugly che più ugly non si può!

Meno male che la compagnia è ottima.

Da qui ci trasferiamo a casa di Anna. E resto affascinata da questi 3 bambini: dolci, tenerissimi e bravissimi (almeno ora con noi). Affettuosi, così affettuosi che quando ce ne andiamo ci abbracciano tutti e ci danno il bacio della buonanotte.

Nessun bambino italiano che conosco si comporta così. Come mai? Solo cultura e abitudini differenti? Andiamo a casa con questo dilemma…