AAA affittasi camere in villa a Formentera. The place to be…

Come già accaduto per un precedente annuncio di affitto per le vacanze all’Isola d’Elba (qui), anche oggi mi occupo di vacanze. E che vacanze…

Si tratta di un annuncio che ho appena pubblicato sul sito Airbnb: cliccate qui per visualizzarlo.

Se già conoscete l’isola, la perla delle Baleari (Spagna), già sapete di cosa sto parlando. Ma specialmente per chi non ci è mai stato, una vacanza a Formentera offre la possibilità di scoprire tutto quanto questa sa offrire: un’acqua cristallina incredibile, nulla da invidiare ai lidi più lontani, a solo un’ora e mezza di volo da Milano. Ma anche una natura selvaggia che incontra perfettamente lo spirito hippy dell’isola.

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AAA affittasi casa vacanze a Cavo (Isola d’Elba)

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Cari voi tutti dedico questo spazio ad una cara amica che ha questa grande casa all’Isola d’Elba – precisamente a Cavo – da affittare per le vacanze estive. Può interessare a qualcuno? Leggete qui sotto, trovate tutte le info.

L’intera costruzione (terminati i lavori nel 2012), è composta da tre appartamenti.

Piano terreno:
– bilocale sul davanti, una camera da letto grande, soggiorno con cucina a parete e bagno, per un totale di 2/3 posti letto;
– trilocale sul retro, due camere grandi, soggiorno con cucina a parete e bagno, per un totale di 5/6 posti letto.

Primo piano:
– 2 camere grandi, cucina, soggiorno e 2 bagni, grande terrazzo, per un totale di 6 posti letto.

Tutti gli appartamenti sono dotati di aria condizionata e posto auto. Parabola, lavatrice e lavastoviglie. Anche un ampio spazio esterno per gli appartamenti del piano terreno.

Per maggiori informazioni telefonate ai numeri riportati più sopra o scrivete all’indirizzo mail indicato.

Welcome to Miami, Bienvenido a Miami. 1 jan 2013

E poi arriva il nuovo anno.

Con la sua sveglia all’alba. Con Vittorio che è il primo arzillo e ci dà il suo personale buongiorno. Con gli inutili tentativi della mia Chiara di tenerlo buono, ma con il mio super-udito a cui nulla sfugge (ok, d’ora in poi tappi). Con gli occhi e le orecchie degli altri due che pian piano si rianimano. Prima ad andare in bagno, stamattina voglio esagerare e accendo il video che troneggia in bagno. Perché se lo hanno messo allora va usato! E parte un documentario sui cacciatori delle paludi, gli alligatori che ci accoglieranno, speriamo non a fauci aperte, tra qualche giorno.

Tutti pronti.

Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca

Lui ci guida a far colazione: l’11th Street Diner a Miami Beach. Attraversiamo quindi uno dei ponti che collegano la Florida tutta alla sua isola più ruggente: Miami Beach, direzione South Beach. Con tanto di cartello Welcome to Miami Beach ad accoglierci.

Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca

La colazione è come dovrebbe essere: abbondante, poco salutare (uova e bacon), insomma tutto da copione. Con la particolarità del nostro cameriere, apparentemente di origine hawaiana e dall’evidente orientamento sessuale. Happy New Year! Qui in giro poca, pochissima gente, qualche temerario o che ha deciso di alzarsi presto o forse non è ancora andato a letto (e il gruppetto di uomini attempati tutti in abito sberluccicante lo dimostra in pieno). È una vera meraviglia fare foto con il sole bollente e le decorazioni di Natale…

Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca

Pancia satolla, ci alziamo e ci dirigiamo a piedi qui dietro: la spiaggia di South Beach. Grande, gigante, ventilata e con un colore del mare (pardon oceano) mozzafiato. Gli ombrelloni non possono per evidenti motivi essere infilati nel terreno e ricoprire il loro naturale servizio, ma qui sono delicatamente appoggiati sulla sabbia a voler riparare più dal vento che dal sole. Che in tutto questo è caldo. Molto caldo. E pian piano ci invita a toglierci gli abiti già leggeri e a rilassarci al sole. Mentre i due nani giocano con questa sabbia sottile e chiara, Lui e lei si sollazzano con la scoperta del free wifi in tutta la spiaggia, io mi concentro con le foto. Per esempio a quella bottiglia di champagne abbandonata sulla sabbia dai bagordi del precedente veglione.

Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca

Per il resto tutto sembra essere tornato alla normalità: spiaggia perfettamente pulita che, con il passare delle ore si affolla di gente di tutti i tipi (comprese le due giapponesi che non la smettono di farsi foto in tutte le posizioni possibili e inimmaginabili. E quando dico possibili e inimmaginabili intendo proprio quello!).

Io e Lui ci alziamo per andare a prendere qualcosa da mangiare per tutti. Purtroppo la frutta qui in zona sembra un miraggio, ci si deve accontentare. Vogliamo parlare della Ocean Drive? E parliamone! Per i giorni dei bagordi (presumo da ieri) e per tutta la giornata, la lunga via che costeggia la spiaggia è chiusa al traffico. Una fiumana di gente la attraversa in lungo e in largo, i locali che vi si affacciano si sono spinti un po’ più verso l’esterno e tutti, ma proprio tutti, ti invitano a provare il loro piuttosto che gli altri.

Ci fermiamo dove una lunga coda di persone aspetta il proprio turno per farsi la foto sotto al cartello che indica la data odierna, 1° gennaio 2013 e la temperatura, 27°C. Meraviglia!

Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca

Prima di tornare in spiaggia sono rapita: eccoli, i tanto agognati corpi statuari non alloggiano lontano da qui. In un lembo di parchetto alle spalle della spiaggia, un gruppo di ragazzi dai corpi scolpiti, si esibiscono in esercizi che catturano la mia attenzione. Devo portarci la Chiara assolutamente, credo apprezzerà!

ViolaBlanca @southbeach
ViolaBlanca @southbeach

Il pomeriggio si consuma quindi in spiaggia, dove tra un morso e l’altro un irriverente gabbiano cerca di rubare alla nana il suo pezzo di pizza. Foto alla torretta del Life Guard, alla spiaggia, alla polizia sul quad, alla polizia in macchina con la tavola da surf sul tetto, passeggiata di rito sul bagnasciuga, aerei che volano avanti e indietro con striscioni pubblicitari (tra cui il concerto di Shaggy il prossimo 5 gennaio al Casinò) e via che ci andiamo a prendere un aperitivo. Non prima di aver portato la Chiara a lustrarsi gli occhi con i palestrati, i suoi cialitroni. Con tanto di foto di rito immediatamente postata, grazie alla quale il nostro “gabbiano” vince il premio per la miglior battuta di inizio anno: “Ma gli occhiali sono per nascondere gli occhi lucidi?” riferita alla evidente emozione provata dalla nostra eroina nel posare al fianco di cotanto corpo.

Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca

Dai, andiamo a prenderci questo mega-bicchiere di mojito!

Prima di rientrare in hotel (la città si è palesemente svegliata, il traffico è da delirio per uscire da Miami Beach) allunghiamo la strada per sbirciare qualche negozio. Abominio! Qui in zona ci sono scarpe che solo Lady Gaga potrebbe indossare. Che Miami sia davvero tamarra come usmavo prima di partire? Che sia il luogo in cui la Minetti non può non trovarsi a suo agio?

Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca

Cena: da Lulu a Coconut Grove (skirt steak meravigliosa!). I due nani devastati. Portiamoli a letto va…

Welcome to Miami, Bienvenido a Miami. 31 dec 2012 (part 2)

L’arrivo.

Si perde troppo tempo: dogana e ritiro della macchina, dove tutti sembrano preferire la compagnia Alamo (ovvio, quando è il tuo turno il personale ti accoglie con una calorosa stretta di mano chiedendoti come stai e se il tuo viaggio è andato bene…). Io in fila al suo posto, Lui che cerca di fare il ritiro automatico, i due ragazzi italiani davanti a me con cui inizio a chiacchierare, quei tipi che sembrano non voler perdere occasione per sentirsi dire “che bello che vivi qui…”.

Poi tocca finalmente a noi.

Ed eccoci in auto. Diretti al nostro hotel, scelta saggia del nostro Lui che ci porta al Coconut Grove. Con tappa obbligata in un market sulla strada per rifocillarci di acqua (poi me lo spiegate perché la gasata costa così tanto?) e snack (leggasi patatine e popcorn che qualche genio rovescia all’istante nella macchina linda e pulita).

Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca

E finalmente la stanza d’albergo, il Mayfair Hotel & Spa. La nostra suite: non grande, gigante. Perfetta per accogliere la nostra famiglia allargata!

Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca

Qui sono le 19 passate, in Italia tutto quello che doveva succedere è successo. Buon Anno e buon botto. Noi siamo al punto di partenza. Ma non reggiamo certo l’arrivo, figuriamoci il podio.

Una doccia veloce per capire chi siamo e dove siamo e poi giù in strada. La certezza di avere un Victoria’s Secret (la cui qualità peggiora anno dopo anno) praticamente attaccato, una nail spa di fronte, il parrucchiere dietro l’angolo (urge portare la nana a sistemare quella cosa che si porta in testa) e cerchiamo un posto dove rifocillarci. Che poi, a volerla dire tutta, è proprio vero quello che mi ha detto in aereo la hostess: “ahahah, in aereo si mangia sempre…”. Ma ci comportiamo come se non fosse accaduto. E il radar, il suo radar, ci porta in un luogo meraviglioso: il Johnny Rockets, il pianeta anni ’50 dell’hamburger. Un ambiente incredibilmente retrò, con tanto di arredo e soundtrack anni ’50.

Photo by ViolaBlanca
Photo by ViolaBlanca

L’hamburger, inutile dirlo, eccezionale. Noi qui, con birre, coca light e le loro fanta, ci facciamo gli auguri.

Buon Anno cari membri della nostra famiglia allargata, meno male che ci siamo.

Welcome to Miami, Bienvenido a Miami. 31 dec 2012 (part 1)

Milano-MIami

Tutto ebbe inizio alle 3,45 di notte, del mattino o di quel diavolo che dir si voglia. In parole povere la notte che ci ha condotti alla partenza. Noi che ci diamo la buonanotte, noi che andiamo a letto, Lui che tira l’alba (o la sveglia), io che mi rigiro nel letto insonne e accaldata (leggasi: sudata fradicia), mentre lei al mio fianco dorme rumorosamente e il gatto sul letto russa fragorosamente.

Poi la sveglia. Quando mi pare di aver dormito solo cinque minuti, forse venti. In sala lui con le cuffie guarda imperterrito con occhio pallato un film, l’ennesimo chissà…

Tutti svegli, tutti in pista, peccato solo che quel taxi prenotato la sera prima non si degni di farsi vedere. Poco male, ne chiamo altri due.

Ed eccoci in volo. Prima Parigi, poi la meta finale. Non contano gli inconvenienti, non contano le corse e il fiatone. Ciò che conta sono le turbolenze. Fiato corto, champagne che si versa, mano sudata, un pensiero solo: e se….?

Poi tutto fila liscio: pranzo, bagno, merenda, sonno, sveglia, bocca impastata, bambini che guardano cartoni e ogni secondo chiamano “mamma”, “papà”, “mamita” (una new entry)…

E ancora turbolenze, musica alta, cartoni, film, occhiali da sole per vedere meglio o solo nascondere le occhiaie della notte precedente, cuffie, scarpe buttate a terra, copertina rovesciata addosso, cd selezionato, byte, audio basso, audio alto, vicini di posto, acqua, aperitivino, e la colonna sonora perfetta che fa scattare quel qualcosa…

Doors. Break on through. E le chiacchiere post prandiali: i reality sui sepolti in casa e sui mille modi per morire. Poi le tasse e il fisco, la casa nuova chissà quando.

Light my fire. Lo sci ai bambini, portarli o non portarli. Quando e come. Ma soprattutto perché. È il mio turno per il bagno, ora ci vado io. Ma cosa faccio, le scarpe me le infilo o no? Ma che, sei matta, certo che te le devi infilare.

People are strange. Dai che facciamo cambio, tu stai con lui, io con lei. Poi pensi alla gente che popola l’abitacolo: allo stewart che fino che serve l’aperitivo allora tutto va bene, ma quando si ritira per la turbolenza allora vuol dire che qualcosa inizia a non quadrare. E al tizio laziale ma che vive a Cesena e ha la casa vicino a Fort Lauderdale e ogni anno torna a Miami per svernare, che ha quella “z” presa dalla riviera, ma nei panini che si porta a bordo per compensare l’ultimo viaggio andato male lo squacquerane non se lo porta perché gocciola troppo, ah, beh., allora…

Moonlight drive. Che quando sali in aereo passi per la classe quella figa dove lo stewart sta già aprendo lo champagne e tu invece sei in fila per andare oltre. E vicino a te, ma già accomodati ci sono i ragazzi siciliani che parlando quasi con la erre moscia, ma poi che vuoi, quell’accento inconfondibile e stupendo se lo portano dentro… E una di questi che dice che la Hillary Clinton è in ospedale per attacco o trombosi ora non ricordo, ma nel frattempo mentre tu passi oltre si dicono “oh, ma che belle quelle borse delle tizie (che poi siamo noi) chissà se le troviamo anche noi a Miami”…

Riders on the storm. Che ora che abbiamo fatto cambio di posti, cioè Lui davanti solo e addormentato, lei dietro con il suo nano a vedere film e cartoni solo per farlo dormire e la mia di nana invece con me che appena si è seduta qui accanto con la copertina sulle gambe mi è crollata addormentata. Perché è bene che loro dormano in previsione di stasera, che poi dico io, chissà cosa deve accadere stasera solo perché è la fine di quest’annata tutt’altro che memorabile…

Hello I love you. E penso che anche se avessimo avuto quel bambino di stamattina qui vicino che frigna chi lo sentiva…

Roadhouse blues. Perché quello che conta ora siamo noi, loro, io e lui, io e lei, noi tutti. E questo volo che ci sta consegnando un’altra fine d’anno in cui tutto ci separa e non vogliamo che nulla ci accomuni. Il vecchio fa parte del passato. Da dimenticare. Come uno degli anni peggiori. Siamo qui per dimenticare e andare avanti. Oltre. Senza mai voltarsi. E quello che ci sta consegnando è il nuovo. Per noi. Da dividere e condividere se lo vogliamo, con chi lo vogliamo.

Pink Floyd. The great gig in the sky. Ripetitiva, lo so. Con un’idea fissa in testa, sempre quella. Lo so. Un’isola. Perché quel sole che ci scalderà adesso non potrà mai essere il nostro… Solo e sempre quello. A cui dedico questa canzone. Il luogo che me l’ha proposta per la prima volta anni fa, in una memorabile puesta del sol. La dedico ai miei compagni di viaggio. Che so apprezzeranno. Ma la dedico anche alle nuove scoperte.

Per sempre lei. Per sempre noi. Perché se è vero che niente dura per sempre e di certezze ce ne sono poche, una si è cementata saldamente nel mio cuore, nella mia testa, nei miei occhi. Per quello, tutto quello che potranno sempre ricordare e vedere.

Buon Anno viaggiatori.

Letto per voi: “India mon amour” di Dominique Lapierre. Da non perdere, lascia il segno!

Dopo averci  portato in Sudafrica con “Un arcobaleno nella notte”, in Palestina con “Gerusalemme! Gerusalemme!”, Dominique Lapierre ci riaccompagna in India, a Calcutta, a riassaporare le atmosfere e la forza che abbiamo già conosciuto con il suo romanzo forse più famoso, “La città della gioia”. È infatti di nuovo lo sconfinato “Stato-continente” ad aggiudicarsi la copertina del nuovo libro di Lapierre.

Il titolo è già una promessa, India mon amour. Definirlo romanzo, o reportage, sarebbe riduttivo. Perché “India mon amour” è un intreccio di generi, aneddoti, ricordi, testimonianze, (anche visive, grazie alla galleria fotografica presente all’interno) del legame profondo di Dominique Lapierre con l’India.

India mon amour racconta, attraverso scritti e immagini, la mia straordinaria storia d’amore con l’India. Già evocati in una precedente raccolta di testi, intitolata Mille soli, gli episodi che raccontano la mia crociata umanitaria a favore dei più bisognosi si arricchiscono qui di altri particolari. E intendono essere un omaggio al coraggio, all’amore e alle speranze di tutti coloro che condividono il mio impegno di solidarietà per fare in modo che questo mondo sia un po’ più giusto”. Queste le parole di Dominique Lapierre.

Al centro di India mon amour c’è ancora una volta l’India, “un paese di un miliardo e duecento milioni di abitanti che vivono in seicentocinquantamila villaggi, dove si parlano più di settecentocinquanta lingue. Dove si adorano venti milioni di divinità” e “per penetrarne i misteri ci vorrebbero dieci vite”.

India mon amour è il racconto di una storia d’amore che come tutte le storie ha un inizio; un colpo di fulmine partito da una conversazione attorno a un dessert, quando lo scrittore e giornalista approda in India per ricostruire il processo di indipendenza del Paese dall’Inghilterra (raccontato in Stanotte la libertà). Nei primi anni ’70 Dominique Lapierre è infatti alla ricerca di materiale per un nuovo libro e l’amico Raymond Cartier gli regala quest’idea: raccontare la storia dell’India attraverso Gandhi, il suo destino e i protagonisti ancora in vita (Lapierre riuscirà a intervistare gli assassini di Gandhi). Da qui, l’incontro altrettanto casuale con una splendida Corniche verde pallido esposta nella vetrina del concessionario Rolls-Royce, regala un altro spunto: portare la macchina preferita dai maharaja dalla Francia sulle strade dell’India moderna. In realtà partirà con una Silver Cloud di seconda mano, ancora un suggerimento, questa volta offerto dall’ultimo vicerè delle Indie, Lord Mountbatten: ventimila chilometri in sei mesi sulla mitica auto che verrà accolta ovunque come una “regina”, collezionando istantanee di volti, storie, paesaggi.

Seguendo le tracce di Gandhi che girò il suo immenso paese a piedi o in treno, Lapierre userà anche le carrozze ferroviarie di terza classe perché, benché l’esperienza sia dura anche negli anni ‘70, è il miglior modo per conoscere e amare un popolo come diceva il Mahatma. È in questo  “mosaico di popoli, razze, caste, religioni, culture, promessa di perpetuo stupore e sbalordimento continuo”, che nasce una storia d’amore mai interrotta, che continua anche oggi non solo attraverso splendidi libri, come La città della gioia (best seller mondiale da cui sarà tratto anche un film), ma, più concretamente, attraverso programmi di aiuto contro le condizioni di estrema povertà.

In India mon amour sono raccolti racconti inediti delle sue peregrinazioni per il Paese. Inoltre dal 1982 Lapierre, coadiuvato dalla moglie, devolve i diritti d’autore dei suoi libri a Action pour les enfants des lépreux de Calcutta (dell’Associazione per i bambini dei lebbrosi di Calcutta), l’organizzazione che oggi raccoglie fondi per 14 differenti progetti umanitari e riesce a mantenere centinaia di bambini in difficoltà.

India mon amour è un libro che accompagna il “viaggiatore”, comodamente seduto sul divano di casa, su strade di un’epoca ormai scomparsa, ma ancora presente, tra maharaja illuminati ed elefanti agghindati come principi, dove si può capitare, per caso, in mezzo a riti meravigliosamente fanatici a pochi chilometri da modernissimi centri spaziali, in una continua contrapposizione tra moderno e antico che si alternano in giochi casuali. Perché in India è bene lasciarsi accompagnare dal caso e dall’attimo verso incontri straordinari che possono, come nel caso di Lapierre, cambiare una vita. E forse anche il lettore pigro deciderà questa volta di partire.

Il sito.

(Pubblicato su Bol.it)

Uazzamericanbois. New year’s day. Nostalgia, nostalgia canaglia… (day 8)

Oggi mi sveglio sversa. Ma sversa vera.

Dopo che mi sono docciata, mi vesto, ma mi rimetto a letto.

E ci sto fino alle 13,30, tra un dormiveglia e l’altro.

Mi manca la mia bambina. Mi manca casa…

Ma non posso farci nulla. Mancano solo due giorni alla partenza. L’averla sentita l’ultima volta un po’ triste (solo perché, forse per la prima volta in vita sua la nonna l’aveva sgridata) mi ha fatto male. La mia bambina…

Forse un caffé è quel che ci vuole.

Mentre LUI e Sergio sono fuori (al gelo vero oggi!) a sparare (sì, il tiro al bersaglio sull’albero), io scendo e mi bevo la prima tazza. Strana questa giornata. Il primo dell’anno iniziato così non va affatto bene. Ecchepalle!

Them… – Photo by ViolaBlanca

Dopo gli spari è la volta del giro sul quad. Dinky e Thomas ne hanno due nel box e LUI non resiste. Inforcati gli occhialini a maschera e il caschetto eccoli partire, con un casino infernale, in direzione del cimitero che sta nella strada qui vicino. Nel frattempo, anche io e la Dinky ci avviamo a piedi.

Sì, mi piacciono i cimiteri. A maggior ragione ne voglio vedere uno americano. Non avranno storia, ma sono comunque curiosa. E resterò colpita.

Oggi fa davvero freddo. C’è il sole, ma l’aria è gelida. Sulla strada verso il cimitero vediamo venirci incontro i due quad. Man mano che si avvicinano mi rendo conto che Sergio ha la sua abituale tenuta: felpa e calzoncini al ginocchio. Sono sconvolta, ma come diavolo fa? Il suo poi non è un caso isolato: sono in molti ad usare i calzoncini, ad andare in giro in ciabatte (sì, proprio in ciabatte, senza calze e al gelo!), senza giacca. Noi siamo anche in questo l’eccezione: bardati fin nelle mutande, impensabile non mettersi la giacca. Figuriamoci il resto. Siamo proprio due mondi diversi.

Ah, ve l’ho già detto che quelli (che sono poi più donne, ne ho viste ben 2 in momenti diversi) che vanno al market in pigiama ci sono davvero? La Dinky ha ammesso che una volta ci è andata pure lei (era mattina presto, stava cucinando e le mancava un ingrediente…). Vestirsi? Giammai, infilarsi le scarpe e via andare! Molto più sbrigativo. Ecchissenefrega se i pantaloni indossati sono a fiorellini e farfalline…

Santiam Central Cemetery – Photo by ViolaBlanca
Cemetery hours – Photo by ViolaBlanca

Arrivate al cimitero osservo subito due cose.

La prima è che attaccato al cancelletto di ingresso c’è una grossa fattoria. Abitata, naturalmente. Signori e signore, ecco a voi il custode del cimitero.

La seconda sono le dimensioni e la tipologia di questo cimitero. Piccolo, molto piccolo e avevo temporaneamente rimosso che non esistono, in molti di questi, vialetti di accesso, insomma dei camminamenti veri e propri. Solo lapidi, niente di trascendentale, erba e erba. Mi fa un certo effetto non sapere bene dove camminare. E non sono di sicuro la persona più devota e professante di questo mondo, ma non posso fare a meno di provare rispetto per i cimiteri e per coloro che qui riposano. Almeno ci provano.

Tombstone – Photo by ViolaBlanca
Tombstone – Photo by ViolaBlanca

E poi ecco le lapidi… Del secolo scorso. E sono affascinata. La Dinky mi dice che una tra le tante cose che fanno lei e la Diana c’è quella di usare il carboncino per ricopiare con il ricalco le lapidi. E in questo non lo hanno ancora mai fatto. Forse non si rendeva conto nemmeno lei che ci fosse “un po’ di storia” qui dentro.

Coastal – Photo by ViolaBlanca

Rientrate a casa prendiamo la macchina e mi porta, finalmente, da Coastal. Null’altro che la casa del vero cowboy! Ci dovevamo venire sin dal primo giorno, ma poi, tra una cosa e l’altra… Un luogo che davvero non capita spesso di vedere. Figuriamoci di comprarci!

Devo assolutamente avere un paio di jeans da rodeo e un paio di stivali da cowboy/cowgirl che dir si voglia. Sembro impazzita.

Ma poi rinsavisco. Perché il modello di jeans da rodeo che avevo in mente io era un po’ diverso. Già, da grande frequentatrice di rodei (???) avevo in mente una roba più o meno simile ai pantaloni a zampa con magari dei luccichini (ecco, magari come quelli del musical Mamma Mia!). Invece mi ritrovo davanti dei normalissimi pantaloni, per giunta della Wrangler. Ci manca solo che compro un altro paio di jeans, poi della Wrangler! Io che già mi vedevo con qualcosa di assolutamente particolare ed eccentrico. Resto abbacchiata.

Allora mi butto sugli stivali. Ah, qui me ne frego. La Dinky che mi monta: “non li avrà nessuno a Milano!”. Poi li vedo. Tutti. E capisco. Ettecredo che non li avrà nessuno: sono terribili! Abbandonate ogni velleità stivalesca e pensate invece ad un paio di scarpe antinfortunistiche. Fatto? Bene, ci siete. Qui il cowboy, che poi non è altro che un red-neck (ricordate?) non ha mica tempo da perdere in smancierie e fashionerie. No, qui si lavora. Quindi ci si deve proteggere. E voi che pensavate alla punta “a punta”, al tacchetto quello lì, al cuoio e alla suola di cuoio. Non ci siamo, qui la suola è di gomma, un carrarmato (insomma, se piove sempre…), la punta è arrotondata e “rinforzata”, capito? Rinforzata! Non ci siamo.

Vediamo gli stivaletti per la nana? Ci proviamo? Dai.

E qui, folgorazione, sublime visione. Come resistere di fronte ad un paio di adorabili Durango rosa??? Non posso.

Durango Kid’s Pink Rhinestone Western Boot

Ma poiché il magazzino offre tanto cerco di scovare qualcosa. Il cappello da cowgirl? Altro giro. Una cintura? Molto cowgirl, ma niente misura. Mi accontento di una maglietta con due pistole incrociate, una robetta così…

Coastal – Photo by ViolaBlanca
Coastal – Photo by ViolaBlanca
Lazi (Coastal) – Photo by ViolaBlanca

E poi posso gustarmi la parte riservata e dedicata ai cavalli: selle (e che selle…), ferri, guanti, lacci, sottopancia, redini, morsi, frustini, staffe, e lazi. Io che avevo sempre pensato al lazo come ad una corda normale, molle diciamo, mi sono dovuta ricredere. Il lazo è un’insieme di fibre rigide (ecco perché entra nella testa del cavallo con tanta facilità…tzé!).

Poi, andando verso le casse, un “sano” quanto “strano” oltre che “schifoso” alimento per cani: pig ears. Sì, letto bene: orecchie di maiale. No comment.

Pig ears (Coastal) – Photo by ViolaBlanca
Pig ears (Coastal) – Photo by ViolaBlanca

Via a casa, stasera Thomas ci cucina la t-bone al BBQ. E, sebbene lui continui a chiamare la mia “shoe sole”, è stata la carne più buona della mia vita. Forse. Molto probabilmente. Quasi sicuramente. Thanks Thomas, my shoe sole was perfect!