Quando si ha a che fare con gli adolescenti non è mai facile. Non si sanno mai che parole usare. Per non ferirli, per non farci passare per i soliti matusa, quelli che non li capiscono, che gli sono sempre addosso, perché “i grandi stanno al mondo per ricordarci le paure che noi non abbiamo”. Occorrono quindi parole che loro capiscano, gesti che loro apprezzino. Come ha saputo fare in quell’unica ora di supplenza in una quinta ginnasio di in un liceo classico di Roma il “professore”. Il “sognatore” Come ha saputo fare nel suo romanzo d’esordio Alessandro D’Avenia.
Delicatamente, ma anche per caso, si è intrufolato nella loro quotidianità. Rubando loro solo un’ora. Ma rendendosi comprensivo e partecipe. Con le sue storie, con la sua sensibilità. “Bianca come il latte, Rossa come il sangue” rappresenta i due colori della vita di Leo. Imparerà a conoscerli così profondamente bene fino a quando le due parole si uniranno a dare come risultato un termine terribile perché incomprensibile agli occhi di un giovane: la leucemia.
Leo, attraverso un percorso fatto di dolore darà un nuovo significato ai due colori. Il bianco non sarà più il vuoto, il nulla, l’assenza. Diventerà il colore della purezza, della pulizia, dell’innocenza, della nascita. Il rosso non sarà solo l’amore. Diventerà il colore del movimento, dell’attività e del coraggio. Il coraggio della crescita. Attraverso la realizzazione dei suoi sogni. Evitando, una volta realizzati, di vederli come spesso accade agli adulti, pieni di difetti. Evitando così di ricominciare, ma andando avanti per la sua strada.
Chiaccherando con Alessandro D’Avenia… “Beatrice è il paradiso per Dante”. Hai scelto il nome Beatrice perché come Dante anche Leo la idealizza?
Ho scelto il nome Beatrice per vari motivi.
Volevo ancorare la mia storia ad un testo che amo e che mi ha cambiato la vita, e che troppo pochi leggono.
Volevo che la mia Beatrice fosse un personaggio di confine tra terra e cielo, come è per Dante. Senz’altro Leo idealizza Beatrice, ma Beatrice è la realtà, non un’idea di donna. La sfida che ho cercato di affrontare è stata quella di raccontare che a volte il paradiso si nasconde nella realtà anche più incomprensibile e dolorosa. Beatrice porta Leo nella realtà, come accade a Dante e come accade ad ogni uomo che trovi sul suo cammino una donna vera.
I giovani, agli occhi degli adulti, vivono un lungo letargo che li fa apparire apatici: l’adolescenza. Leo ha una vibrazione che lo rende maturo, vivo, partecipe del mondo. È sempre necessario un passaggio attraverso il dolore per “imparare”?
Non è necessario il passaggio attraverso un dolore potente come quello che Leo sperimenta, ma l’adolescenza è in sé dolore in quanto fase di passaggio dal mondo magico dell’infanzia alla fatica della vita vera, piena di incertezze. Ogni rito di passaggio nella vita è doloroso, ma il dolore del transito dell’adolescenza è un dolore di “parto”: nasce una creatura nuova, un uomo e una donna capaci di affrontare l’unica vita che hanno a viso aperto.
Spesso i ragazzi ci sembrano apatici perché sono troppo concentrati a partorirsi e non vogliono che nessuno disturbi il travaglio, già di per sé difficile. Bisognerebbe a poco a poco imparare ad affiancarli, senza sostituirsi a loro e senza ridicolizzarli.
E anche questo musical è stato nostro. Il mio regalo di compleanno per LUI…in poltronissima Blu. Mica siam barboni!!!
Non scriverò della tragica giornata con neve, nevischio, pioggia, poi ancora neve. Non scriverò nemmeno che al Forum, di fianco all’Allianz, c’era il concerto di quel pirla di Vasco.
Tanto noi siamo arrivati per tempo. E la fila AD, posti 18 e 19, era nostra.
I micioni si sono fatti aspettare. Ma ne è valsa la pena.
Spettacolo sublime, meraviglioso, emozionante (anche quando ho toccato la coda di un micione di passaggio di fianco a noi…). La prima nota, la loro apparizione è sempre da pelle d’oca. Il palco mi fa quest’effetto…
La scenografia richiama la stessa dello show originale, le canzoni sono rivedute e corrette, of course, in italiano.
Cosa mi ha stupita di più? Che non ci fossero battute, parole recitate, solo canzoni. La storia è raccontata solo ed esclusivamente attraverso le canzoni dei micioni.
Le origini.
Cats è un musical composto da Andrew Lloyd Webber su testi di Thomas Stearns Eliot (con aggiunte di Trevor Nunn e Richard Stiloge). È uno dei più famosi musical nel mondo ed uno tra i più grandi successi di tutti i tempi per longevità, spettatori e incassi totali.
Il musical si basa sul libro di Thomas Stearns EliotOld Possum’s Book of Practical Cats, raccolta di poesie aventi gatti come protagonisti. Le poesie erano in realtà inizialmente lettere che il poeta scriveva ai suoi nipotini e che vennero poi successivamente pubblicate. Lloyd Webber ha musicato tutte le poesie della raccolta per costruire la storia del musical, oltre a materiale inedito fornitogli dalla vedova di Eliot. Memory, la canzone più famosa del musical, è stata scritta da Trevor Nunn, ispiratosi alla poesia di Eliot “Rapsodia su una notte di vento”.
Rapsodia di una notte di vento
Mezzanotte
Per tutti i rettilinei delle strade
serrati in una sintesi lunare,
incanti lunari che bisbigliano
dissolvono i piani della memoria
e tutte le sue chiare relazioni
le sue divisioni e precisioni,
ogni lampione che oltrepasso
batte come un tamburo fatale,
e attraverso gli spazi del buio
la mezzanotte scuote la memoria come
un pazzo scuote un geranio appassito
Guarda la luna….. strizza il suop occhio languido
sorride negli angoli
Liscia la chioma dell’erba.
La luna ha perduto la memoria
Un vaiolo slavato le screpola la faccia…E’ sola
con tutti gli antichi profumi notturni
che le incrociano e incrociano dentro il cervello
Le produzioni.
Cats è andato in scena in prima mondiale al New London Theater nel West End di Londra l’11 maggio 1981. La produzione chiuse il giorno del suo ventunesimo compleanno, l’11 maggio 2002 e lo spettacolo finale fu trasmesso su uno schermo gigante a Covent Garden.
A Broadway il musical debuttò al Winter Garden Theatre il 7 ottobre 1982 e chiuse il 10 settembre 2000.
Nel 1998 fu realizzata una versione video del musical con la regia di David Mallet.
Lo spettacolo è andato in scena in Italia per la prima volta al Palatrussardi di Milano nel febbraio/marzo 1995.
Dopo la conclusione delle repliche nel West End, l’ex produzione londinese ha dato il via ad un ampio tour internazionale, toccando anche l’Italia, con una breve tournè partita dal Politeama Rossetti di Trieste il 28 maggio 2008, che ha fatto tappa diverse città riscuotendo un enorme successo.
Il 28 ottobre 2009 ha debuttato al Teatro Sistina di Roma la versione italiana della Compagnia della Rancia diretta da Saverio Marconi con le coreografie e la regia associata di Daniel Ezralow. Lo spettacolo ha ottenuto ottime recensioni.
La storia.
Tutti i gatti del quartiere di Jellicle si ritrovano per l’annuale ballo e per festeggiare il vecchio gatto Old Deuteronomy, loro capo. Nel corso della festa uno dei gatti sarà scelto e avrà l’onore di ascendere al paradiso dei gatti Jellicle, l’”Heaviside Layer”, ma prima i gatti si presentano e raccontano la loro storia. La festa è turbata da due avvenimenti: la comparsa in scena di Grizabella, un tempo affascinante gattina che, dopo aver abbandonato il gruppo si è ritrovata sola, abbandonata e in miseria; e le improvvise apparizioni del malvagio Macavity, che rapisce Old Deuteronomy gettando gli altri gatti nello sconforto.
Macavity si ripresenta sotto le spoglie di Old Deuteronomy, ma è riconosciuto e scacciato. Per recuperare il loro capo, i gatti Jellicle chiedono aiuto al magico Mister Mistoffelees, assistito dall’affascinante Cassandra.
Quando il gruppo si è riunito e la serenità sembra essere tornata, riappare Grizabella che si rivolge ai compagni di un tempo chiedendo di essere perdonata e riammessa fra loro (con la canzone più celebre del musical, Memory). E Old Deuteronomy concede proprio a lei il privilegio di salire la scala che la porterà all’”Heaviside Layer”.
(fonte Wikipedia)
Nella seguente foto: tra il primo e il secondo atto Deuteronomio (qui il suo significato: Deuteronomio) mentre legge la favola di T.S. Eliot ai bambini..
Il nostro calcio in faccia alle partite! Rispondiamo con una “tranquilla” serata messicana. Dove accontentare tutti i palati.
Decisa da tempo, i partecipanti superstiti sono 9.
Da subito l’euforia ci contagia, l’entusiasmo è alle stelle. Anche quando quella sciura impertinente ed impicciona obbliga una futura mamma a ri-parcheggiare il suo discretissimo veicolo: “Già non ne ha diritto, almeno che la parcheggi come si deve!“. Ma dico io… Io che fomentavo suggerendo un parcheggio selvaggio sulle strisce…
Il delirio avanza. Il culmine lo raggiunge colei che viene chiamata ormai solo per cognome quando dice: “Io ho deciso che il mio compleanno d’ora in poi non sarà più il 28, bensì il 29 settembre!“. Il matematico cerca di sgomitare dandole ragioni su basi scientifiche del perchè la sua sia, fondamentalmente, una cazzata. Proprio lui! Lui a cui la cagliaritana di passaggio domanda: “Ma come hai fatto a fare il secondo figlio?“, quasi inorridita! Secondo figlio? Ma dove l’ha trovato il tempo, lui che sembra lavorare in banca, ma poi si scopre che fa pure il docente universitario (mai chiedergli la tesi se avete un nome e un cognome che non gli vanno a genio!). Lui che ogni tanto si prende una vacanza dalla campagna e dorme in città. Lui che viene riconosciuto non per le sue qualità, ma per il suo ruolo in famiglia: “Ah, ma lei è il papà di…“. Lui che ogni tanto fugge pure nella City. Lui che descrive minuziosamente, nel puro delirio di questa vita frenetica, i compagni di banco che vorrebbe avere…che forse, in fondo in fondo, davvero ha. Lui che emana un proclama degno di un re: “Molti di noi hanno nella classe del corso il proprio clone!“. Meglio lasciare nella beata ignoranza quello che dovrebbe essere il suo di clone!
Colei che viene chiamata ormai solo per cognome incalza la dose descrivendoci minuziosamente la sua mise notturna, i suoi gesti quotidiani e l’amore sfrenato per il Fuma. Si scoprirà solo alla fine che è dotata di un fidanzato (a part-time-verticale). L’amore non guarda in faccia niente e nessuno. La passione men che meno.
Ma è impossibile seguire i discorsi, che si intrecciano… La surfista mi appella come “il dito più veloce dell web“: mando mail precedendo le sue già belle e confezionate. Ma quando c’è feeling, c’è feeling! Il regista-attore, terminato di carburare con la sua scodella di texas-chili (a base di fagioli!), si rianima ed eccolo infervorato a spintonare la sua vicina (io), quasi in piedi sul tavolo per il diritto alla pubblicazione, il diritto alla musica, il diritto alla parola (beh, più o meno…). La nostra scrittrice dispensa consigli e buone parole, ma poi si scopre che quasi non osa farsi promuovere da chi la pubblica. Masantiddio, dico io, ribellati, agisci, fatti sentire!!! Intanto noi aderiamo al tuo gruppo. L’Autrice, invece, deve tenere a bada la creatura che scalcia in grembo per farsi sentire: ma cos’avrà mai da dire quest’ennesimo maschio?
Purtroppo le parole si perdono, le voci si accavallano.
Poi, sul finire della serata, il domandone: “Tu che segui il corso di scrittura creativa di Raul lo fai perchè vuoi scrivere un libro o per?“. Varie le risposte, alcune esilaranti.
a) “mah, io vorrei imparare a scrivere meglio, poi quello che viene viene…“
b) “NO!” (e qui abbiamo apprezzato la semplicità, la stringatezza e la totale incomprensione della risposta)
c) “io ho già il mio libro, sono o non sono un’Autrice in cerca di editore? un’amica comune mi aveva parlato deil corso di Raul e ho deciso di frequentarlo, perchè non si smette mai di imparare. Poi lui è un grande“
d) “io ho sempre scritto in maniera diversa, per un “settore” diverso. Il corso di Raul vorrei che mi insegnasse quello che non so. Poi avevo una promessa da mantenere“
e) “io volevo avere una scusa per uscire la sera!”
f) “io ho pubblicato poesie e sono nella stessa situazione di altri: vorrei imparare uno stile che conosco poco” (rimane però impressa nella mia memoria la risposta che diede all’inizio del corso A, durante la sua presentazione: “cerco un modo per lavorare il meno possibile!“, grande!)
g) “ecco, io non mi sono iscritta con l’intenzione un giorno di scrivere un libro, non ritengo nemmeno di esserne capace o di averne la costanza. Mi sono iscritta perchè ho scoperto, da poco, molto poco, che amo scrivere” (mai dirò il vero motivo! Che non è comunque davvero quello di voler scrivere un libro!)
h) “io mi annoio terribilmente…“
Come dicevo, un delirio.
Grandi assenti: tutti gli altri. Visibilmente a malincuore il Fuma…
Lunedì sera prima a teatro. L’organizzatore ci invita, noi ci andiamo (anche se mi era stato promesso il palco…). Ignari e all’oscuro di tutto. Sappamo solo che ci sarà Iacchetti.
Il lunedì mattina penso bene di informarmi sullo spettacolo e…. Scopro che canta! Enzo Iacchetti canta Gaber!
Ma siamo sicuri di volerci andare?
E sia, le canzoni (che praticamente non conosciamo) saranno intervallate dalla sua comicità. Almeno si spera.
Il teatro è gremito. La maggioranza sono veri carampani, signore in paillettes e acconciature poco probabili. Un parterre di amichetti dell’Enzino (tra cui Ricci, il signor Ezio Greggio, Gianluca Guidi, Juliana Moreira accompagnata dal quel pezzo di Edoardo Stoppa). E poi gli imbucati. Noi, gli amici dell’organizzatore. Giovani, belli, freschi.
Inizia.
E piace.
Perchè ogni volta è un’emozione ascoltare qualcuno che parla dal palco, che suona e canta. Ed è anche una scperta, almeno per noi.
Insieme a Iacchetti la triestina Witz Orchestra e Marcello Franzoso. “Chiedo scusa al signor Gaber” é più di un concerto: le canzoni sono stravolte, riscritte e contaminate con citazioni e riferimenti alla musica contemporanea.
…
Le canzoni:
Trani a go-go (ripetuta nel bis)
Il Riccardo (contaminato dallo stile “Famiglia Addams”)
Com’è bella la città (tormentone a base Expo in salsa “New York New York”)
Benzina e cerini – di Gaber, Jannacci e Mogol – (dove un accennato “Banane e Lamponi” di Morandi fa capolino)
Torpedo blu (il tripudio: da “La Panzè” di Renato Carosone a “Besame Mucho”, alla mitica Raffa con “Tanti auguri”, alle gemelle di “Da Da Umpa”)
La ballata del Cerutti (con l’intramontabile “Over the rainbow” che si intuisce)
Ma pensa te (anche Aretha Franklin fa la sua comparsa con “Respect”)
Una fetta di limone (cantata stile Blues Brothers con Martino, 23 anni, figlio di Iacchetti)
Porta romana (che diventa “Porto Romana” e si intreccia con “Vengo anch’io” di Jannacci)
Barbera & Champagne (in cui irrompe la citazione di “Per colpa di chi?” di Zucchero)
…
Grazie all’organizzazione:
Gianpiero Canino
comunicazione & management
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Ufficio +39.02.38001582
Fax +39.02.45473623
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Forse non è consuetudine del lettore. Io lo faccio sempre. E spesso, non sempre, mi rendo conto del tesoro nascosto in queste parole relegate in fondo ad un libro. Il “Grazie a” permette di curiosare nell’intimità dello scrittore, senza nascondersi dietro ad un personaggio. Della scrittrice in questo caso. Di Leonora Sartori per la precisione.
Perché quello appena finito non è solo il suo romanzo d’esordio. Ma il suo viaggio alla ricerca di sei volti. Per non lasciare nulla in sospeso. Per completare e fare chiarezza sulla sua infanzia.
Lunedì mattina. 3 settembre 1984. “Non paghiamo più l’affitto. Questa terra è nostra”. Sharpeville, Sudafrica. Sei persone con le mani legate dietro la schiena. Incorniciate in un adesivo arancione fosforescente appiccicato sulla cassettiera di una Leo bambina. Due genitori che oggi potremmo tranquillamente definire “attivisti”, che agli occhi della loro figlia combattono delle cause perse. Dove i sei di Sharpeville si scopre essere personaggi reali. Ja Ja, appassionato di cinema., uomo di poche parole; Oupa, bravo a golf, preciso, ha tutto sotto controllo, grazie alla profonda conoscenza di se stesso; Reid e i suoi dialoghi con quel Dio che “pensa che la mia vita sia sbagliata”; Theresa e “il posto delle ragazze”; Francis, il supercalciatore; Duma, il maestro.
Venerdì notte, 9 novembre 1984. Gli arresti. E l’inizio di un racconto: “La storia che sto per raccontare parla di quando io ero morto. Poi Dio mi ha concesso di tornare a vivere. Così sono nato una seconda volta”.
“La forma incerta dei sogni” ci accompagna attraverso i pensieri della piccola Leonora Sartori, con le colonne sonore dei suoi cartoni animati, fino alla sua maturità e a quella meta che è volta a delineare delle ombre dai contorni sfumati. Quelle della sua infanzia.
Una domanda a Leonora Sartori “Theresa nacque (…) con una manifestazione di protesta stampata nel dna e segnata nel destino”. Quanto di queste parole ti appartiene?
Tutti nasciamo con qualcosa di tatuato nel dna. Tutti abbiamo un destino più o meno segnato e tutti i genitori trasmettono qualcosa, forte o silenzioso, da accogliere o osteggiare, imprescindibile in ogni caso, spesso frutto di passioni vissute intensamente. Ma la vita di Theresa, fin dalla nascita è stata dirottata e trasformata da un sistema politico accettato e votato da una minoranza di persone. Non si tratta quindi del caso, degli astri o di quelle passioni trasmesse geneticamente a cui tutti sottostiamo ma di un progetto preciso basato su presupposti ingiusti, com’era quello dell’apartheid ieri, come ce ne sono tanti oggi.
LUI che festeggia il compleanno? Giammai. LUI che crede di uscire solo con me. Io che credo mi abbia beccata in pieno.
Sì perchè gli ho organizzato una cena a sorpresa, con gli amici di sempre.
Sorpresa riuscita, nonstante le vicissitudini dell’ultimo momento (leggi, il cambio di location alle 19,00…).
Ma tutto è bene quel che finisce bene.
Il nostro rifugio sicuro in questione è il ristoranteAl Garghet.
Teatro di innumerevoli cene nel corso di questi anni, è giunto anche per lui il momento di apparire sul Mondo Viola.
Lontano dal caos cittadino, ha da poco cambiato la sua storica entrata (da via Ripamonti) per confondere l’avventore abituale e costringerlo ad un dietrofront: ora l’entrata disponibile è da via dei Missaglia, dove le indicazioni non mancano.
Imboccata la stradina eccovi in campagna, seguendo un percorso tortuoso ritagliato tra i campi della pianura, regno di prati e di rane.
E poi, in mezzo al nulla, eccolo apparire. Lucine gialle natalizie addobbano tutta la struttura, gli alberi, le siepi all’esterno. Lucine natalizie dimenticate o decisione (saggia!) di tenerle per tutto l’anno? L’effetto è indubbio, meraviglioso, accattivante, nonchè scenografico.
Il “gracidare delle rane“ accompagna le cene estive all’aperto. In inverno ci si “deve accontentare” di gustare i prelibati piatti della tradizione lombarda.
Meglio se nella sala chiamata il Chiosco: “La più romantica delle sale, tovaglie con fiorellini, tendine con fiocchi e candele sui tavoli. La sala ideale per accompagnare cene e serate tipiche“. Ma tutte le sale hanno la particolarità di essere calde, accoglienti, anche sofisticate. E’ senz’altro un ristorante di classe (non impomatato, ma di classe!).
Il menù di qualità scritto rigorosamente a mano e in milanese (con traduzione!) varia con le stagioni, ma con alcuni piatti ormai classici e irrinunciabili.
Tra gli antipasti:
- lo gnocco fritto piacentino con prosciutto crudo a caldo
- la frittura di verdure (melanzane, zucchine e mozzarelle impanate)
- il lardo con patè di fegatini fatto in casa
Tra i primi:
- tortelli di zucca
Tra i secondi:
- Orecchia di elefante (LA NUMERO 1!!!). Consiglio: mai prendere l’orecchia d’elefante dopo aver mangiato antipasto e primo: impossibile finirla… In realtà è impossibile vuotare il piatto anche solo con un antipasto nello stomaco…meglio dividerla in due.
Vi ho segnalato i miei preferiti, quello che prendo sempre.
Quando andarci? Ogni occasione è quella buona: dalla cena romantica, al ritrovo con gli amici, sempre perfetto. E se poi portate degli amici che si stanno per trasferire in UK, allora la malinconia che gli assicurerete è indicativa di quanto staordinario sia il Garghet.
Grazie a tutti i presenti, pazienti e complici. Un bacio. Vi adoro. LUI anche.
“Le catastrofi ci cambiano, ci costringono a una metamorfosi”. E’ la sera del 7 dicembre quando Karim Muhammed uomo delle pulizie, trova il corpo senza vita di Anders Ek, insegnante di chimica e fisica al liceo di Tumba. Anders era sposato con Katja Ek, insieme avevano due figli, Lisa e Josef. Trovati tutti orrendamente trucidati. Ad un primo esame. Poi si osserva meglio che il figlio Josef è in fin di vita: “perde sangue, presenta tagli su tutto il corpo, suda, rifiuta di sdraiarsi, è irrequieto e ha molta sete. (…) le sue condizioni peggiorano rapidamente”. Nella casa degli orrori mancava la figlia maggiore, Evelyn. Il commissario della sezione criminale, Joona Linna, non si fa trarre in inganno dalle iniziali supposizioni della polizia che danno quasi per concluso il caso di Tumba come un “regolamento di conti”, a causa della predilezione del padre, Anders, per il gioco. Ricostruisce la dinamica esatta del massacro, ma gli manca il vero movente. Ad aiutarlo colui che credeva di aver per sempre “appeso il pendolo al chiodo”: il dottor Erik Maria Bark, il maggior esperto nel trattamento di gravi traumi e shock grazie all’ipnosi. Che dovrà rivedere le proprie decisioni. Nonostante il dolore e la promessa del passato.
“L\’Ipnotista” di Lars Kepler (pseudonimo per i coniugi Alexander Ahndorile e sua moglie Alexandra Coelho) si fa leggere senza sosta e non stanca perché non lascia nulla in sospeso. Ritmo incalzante. Dialoghi veloci. Troppi romanzi del genere in circolazione? Questo fa la differenza. Per nulla scontato.
…
Vi definiscono gli eredi di Stieg Larsson. Troppo facile il paragone? Cosa ne pensate?
Noi speriamo veramente di essere riusciti a far emergere alcuni degli aspetti della narrativa di Stieg Larsson che più ci sono piaciuti. In particolare una certa gioia nel narrare. Ma anche l’avere a che fare con personaggi estremi in alcuni casi, personaggi magari non facili, non perfetti. Anche noi volevamo scrivere di personaggi di questo tipo, che sono anche contradditori, che appaiono normali in superficie, poi invece rivelano qualche problema, che può essere legato al matrimonio, piuttosto che ai figli. E poi altri personaggi che sono più estremi, che non si sono mai incontrati prima, e si spera anche di non incontrarne mai. Un altro aspetto che ci è piaciuto molto di Larsson è il suo tono molto chiaro, per nulla criptico. Anche noi vogliamo che la storia sia lineare, nonostante le tantissime svolte. Lineare nel senso di comprensibile al lettore, con una sua logica, una sua chiarezza, anche se con colpi di scena mozzafiato.
Molte sono le coppie celebri delle Arti e dello Spettacolo. Una vita comune divisa, la ribalta in comune, in questo caso una macchina da scrivere. Quattro mani. Se le nomino i padri nobili del noir scandinavo, i coniugi svedesi Sjöwall & Wahlöö (creatori del malinconico Martin Beck) cosa vi viene in mente? Mi spiegate praticamente come si fa a scrivere a quattro mani?
Pensando a Sjwall & Wahlöö la prima cosa che ci viene in mente è che siamo cresciuti nella loro tradizione, fanno un po’ da scuola con il loro modo di scrivere romanzi polizieschi. Sono diventati una sorta di ideale per tutti coloro che si avvicinano a questo genere. Però è anche vero che sono libri strettamente connessi al tempo in cui furono scritti. Sono diventati leggendari, ma oggi riteniamo che non avrebbe senso ripercorrere lo stesso modo di scrivere.
Poi pensiamo anche al modo in cui lavoravano insieme. Loro si assegnavano capitoli diversi, ma per noi non funziona così, non ci riusciremmo nemmeno probabilmente. Noi scriviamo tutto insieme, ogni frase è scritta da entrambi. Ogni mattina facciamo una riunione in cui discutiamo della trama, in generale, poi decidiamo su cosa lavorare quel giorno, in particolare. Scriviamo quindi la scena scelta, ce la passiamo via mail e continuiamo poi a lavorare sui testi dell’altro. Ciò vuol anche dire che se siamo ad un punto in cui uno dei due non sa come proseguire, o non ne ha voglia, lo passa all’altro. Alla fine di tutti questi scambi è impossibile riconoscere “chi” ha scritto “cosa”.
Quanto tempo avete impiegato per la stesura del romanzo con il vostro metodo, quindi?
Una decina di mesi. Nel frattempo però sono state fatte anche molte ricerche. Allo stesso tempo Alexandra lavorava all’università, mentre Alexander ha scritto un Libretto per l’Opera.
A chi vi siete ispirati per la figura dell’ipnotista, il dottor Erik Maria BarK?
Non c’è una vera ispirazione alla realtà per questo personaggio. Diciamo che lo conoscevamo nella nostra immaginazione fin dall’inizio, avevamo un’idea di come dovesse essere. Volevamo scrivere di un personaggio pieno di contraddizioni, con tante debolezze e tormenti.
Per quanto riguarda l’idea dell’ipnosi questa è invece nata dal fatto che mio fratello (Alexander) pratica l’ipnosi, non come Erik, perché non è nè un medico nè un ricercatore, ma lo fa per una pura forma di intrattenimento. Lo abbiamo visto in uno dei suoi show e abbiamo trovato un po’ strana questa cosa dell’ipnosi per “spettacolo” perché significa esercitare un potere sulle persone, magari anche metterle in ridicolo. Ci siamo sentiti un po’ in imbarazzo per loro, perché è un po’ come se si esercitasse una violenza sulla loro mente. Comunque questo ci ha spinto ad esplorare l’ipnosi, al suo utilizzo in modo scientifico.Â
Da profana vi chiedo: “Perché eventi traumatici possono aumentare la sensibilità nei confronti dell’ipnosi”? Come ci si può sottrarre all’ipnosi?
Se non si vuole essere ipnotizzati è impossibile essere ipnotizzati, poiché c’è bisogno della fiducia e della volontà del paziente nei confronti di chi esercita l’ipnosi.
“Ciò che lo attirava dell’ipnosi era la velocità, grazie alla quale il terapeuta poteva avvicinare tanto in fretta all’origine del trauma”. Nella stesura del romanzo è nata prima l’idea dell’uso che avreste potuto fare con l’ipnosi o del folle massacro?
Assolutamente l’ipnosi. Però è vero che l’ipnosi è un’arma molto potente perché è come se fosse una scorciatoia per arrivare nel subconscio delle persone. Tanto che Freud, proprio perché era così potente l’ipnosi, l’ha abbandonata pensando che fosse meglio non portare a galla alcune parti del subconscio. Non bisogna necessariamente svelare tutto.
Freud però non ha poi voluto analizzare il subconscio attraverso i sogni?
Da quando ha messo da parte l’ipnosi ha cominciato a lavorare con la libera associazione: voleva che i pazienti si rilassassero e parlassero di tutto ciò che veniva loro in mente. Era interessato molto all’autocensura, cioè a come noi censuriamo i nostri pensieri. Ma anche alla volontà delle persone di evitare di nascondere alcune cose.
Freud voleva che i pazienti trovassero da soli le risposte ai loro problemi, piuttosto che come fa l’ipnotista, andando a scavare, ad estorcere queste informazioni. E a proposito dei sogni diceva che questi erano un po’ l’espressione dei desideri nelle persone.
Sia Erik, che Joona, che Kennet hanno, in momenti diversi, la sensazione di essersi lasciati sfuggire qualcosa, un dettaglio importante, come se avessero visto qualcosa di fondamentale senza però riuscire a coglierlo. Il fucile abbassato di Evelyn per Erik, i piedi sporchi di Josef per Joona e qualcuno visto prima che fosse spinto in mezzo alla strada per Kennet. È un modo come un altro per farci stare più attenti e riflettere?
Fa molto piacere che ciò sia stato notato. Più che altro deriva dal fatto che anche noi siamo così, ed è anche più entusiasmante se le informazioni non arrivano tutte allo stesso momento, ma si scoprono un po’ per volta. Pensiamo anche che sia un modo più realistico di descrivere la realtà: succede a tutti di aver visto qualcosa, che subito è come se ci sfuggisse; oppure si voleva fare una cosa, ma non viene più in mente cosa. Occorre quindi distrarsi, fare dell’altro per poi farcelo tornare in mente. A noi può capitare con un’idea, rispetto a qualcosa che vogliamo scrivere: ci sfugge, ma poi nel cuore della notte eccola riapparire. È anche un modo naturale per aumentare la suspense. E sicuramente è un modo per invitare il lettore a prestare attenzione.
Avete avuto modo di vedere il booktrailer? La musica è tanto inquietante da far presagire la sceneggiatura di un film altrettanto angosciante. Tra il 2010 e il 2011 partiranno le riprese. Chi vi piacerebbe che fossero gli interpreti dei vari personaggi?
No, il booktrailer non lo abbiamo visto, quindi non abbiamo nemmeno sentito la musica, ma faremo in modo di dare un’occhiata.
Per quanto concerne il film, diciamo che noi possiamo fantasticare, ma non è la nostra professione quella di scegliere il cast per un film. Siamo contenti di restare a casa e scrivere, poiché è la cosa che ci riesce meglio. Comunque dovrebbe essere una produzione internazionale, ma è probabile che usino attori svedesi perché ormai a livello internazionale diventa sempre più frequente che i film siano girati in lingua originale e poi sottotitolati. Speriamo che sia un buon film e speriamo anche che se la scelta sia per attori svedesi, questi non siano presi tra i soliti visi della televisione, bensì nuovi talenti.
SUGLI AUTORI
Dietro lo pseudonimo di Lars Kepler si celano i coniugi Alexander Ahndoril e Alexandra Coelho. Il primo ha pubblicato nel 2006 il libro The Director, sul regista Ingmar Bergman, e nel 2009 “The Diplomat”, il suo nono romanzo, basato sulla storia vera di un diplomatico svedese che nel 2003 tentò di scongiurare la guerra in Iraq. Sua moglie Alexandra ha esordito nel 2003 col romanzo “Stjarneborg”, ispirato alla vita dell’astronomo Tycho Brahe, che smantellò la teoria delle sfere celesti solide e morì durante un banchetto per lo scoppio della vescica.
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